Esistono serie TV che hanno fatto la storia del piccolo schermo, segnando veri e propri punti di non ritorno e lasciando un’eredità inesauribile nel più ampio panorama televisivo. Per molto tempo, i prodotti pensati per la televisione sono stati considerati quasi esclusivamente dei surrogati del cinema: opere di seconda fascia, concepite soprattutto per intrattenere e lontane dal prestigio riconosciuto alla settima arte.

Le serie raccolte in questo excursus hanno invece contribuito a ribaltare questa concezione, dimostrando come il piccolo schermo potesse diventare il terreno per una nuova e ambiziosa forma di racconto audiovisivo. Opere capaci di fare la storia non soltanto della televisione, ma dell’intero linguaggio audiovisivo, influenzando generazioni di autori e spettatori.

Se il boom dello streaming, iniziato ormai poco più di dieci anni fa, ha ulteriormente ampliato la vitalità e le possibilità del formato seriale, molte delle opere di questa rassegna sono nate ben prima dell’era digitale. Sono serie uniche nel loro genere, capaci di innovare, rompere convenzioni e creare un vero e proprio «prima» e «dopo» nella storia della televisione.

Ecco alcune serie tv che hanno fatto realmente la storia

Twin Peaks

Non una serie TV tra tante, ma la serie TV per antonomasia. Il capolavoro televisivo di David Lynch e Mark Frost trascende il piccolo schermo e diventa un fenomeno culturale popolare in tutto il mondo. Nei primi anni Novanta, la domanda che tutti si ponevano era una sola: «Chi ha ucciso Laura Palmer?»

Twin Peaks funziona fin da subito perché mescola lo stile uncanny e perturbante tipico di Lynch con una trama intrigante e ricca di misteri, creando un prodotto di massa riuscendo a creare un prodotto di massa ma dotata di grande autorialità cinematografica. La serie è una telenovela rovesciata: apparentemente un poliziesco ambientato nella classica cittadina americana, ricco di momenti thriller, triangoli amorosi e segreti inconfessabili, che nasconde però, neanche troppo velatamente, un universo dominato dall’assurdo, dall’inconscio e dal soprannaturale.

È proprio questo continuo cortocircuito tra quotidiano e surreale, tra soap opera e cinema d’autore, a rendere Twin Peaks un’opera irripetibile e uno dei punti di svolta fondamentali nella storia della serialità televisiva facendo scuola ancora oggi.

Ancora oggi i fan della serie ogni 24 febbraio ricordano l’arrivo dell’agente speciale dell’FBI Dale Cooper (interpretato da Kyle McLachlan) a Twin Peaks.

I Sopranos

Secondo molti critici televisivi, I Soprano è la miglior serie TV mai realizzata e, al netto dei giudizi soggettivi più entusiastici, un fondo di verità c’è.

La vicenda del boss della malavita italoamericana Tony Soprano, interpretato da James Gandolfini, va infatti ben oltre i confini del genere gangster. Lo si comprende già dal pilot, quando veniamo catapultati nello studio di una psichiatra: un boss del New Jersey che si rivolge a una psicoterapeuta è il primo, inequivocabile segnale che ci troviamo davanti a altro.

David Chase costruisce una serie drammatica, cupa e realistica, nella quale l’azione passa spesso in secondo piano rispetto alla dimensione psicologica dei personaggi, analizzati e sviluppati con una profondità raramente vista sul piccolo schermo. La mafia diventa così il punto di partenza per raccontare qualcosa di molto più ampio: la famiglia americana, il potere, la crisi dell’identità e le contraddizioni della società americana.

Come in un romanzo di DeLillo o Roth, Chase mette in scena le brutture, le nevrosi e le ansie del sogno americano attraverso gli occhi di una famiglia mafiosa italoamericana, trasformando il gangster drama in un grande affresco sulla società contemporanea riuscendoci alla pari se non meglio dei grandi corrispettivi cinematografici.

Breaking Bad

Il drama di Vince Gilligan ovviamente non poteva mancare in questa rassegna. La storia di Walter White (Bryan Cranston) professore di chimica malato di cancro che per lasciare una buona eredità decide di creare un impero della droga con un suo ex studente, ha alzato l’asticella a un livello che, all’epoca, sembrava quasi irraggiungibile nel mondo della serialità televisiva.

La prestazione di Bryan Cranston è da mattatore assoluto: Walter White è un insospettabile e perfetto antieroe, inizialmente vittima delle circostanze e progressivamente carnefice del proprio destino. Una vera e propria catabasi che accompagna la sua discesa morale e la sua ascesa criminale, trasformandolo lentamente in una figura sempre più brutale e feroce.

Mettendo in parallelo la prima e l’ultima stagione il cambiamento del protagonista è notevole, una crescita del personaggio che non ha equali nella storia delle serie tv. Semplicemente nell’olimpo del mondo seriale.

Better Call Saul

Abbiamo fatto trenta? Facciamo trentuno. Better Call Saul è lo spin-off di Breaking Bad, ma al tempo stesso ne rappresenta sia il prequel sia il sequel, espandendo l’universo narrativo creato da Vince Gilligan e Peter Gould.

Il protagonista è Saul Goodman, alias di Jimmy McGill, un avvocato senza scrupoli disposto a tutto pur di affermarsi e ottenere il successo che crede di meritare.

Se Breaking Bad raccontava la trasformazione di un uomo comune in un criminale, Better Call Saul compie un percorso altrettanto affascinante, mostrando lentamente la trasformazione di Jimmy McGill in Saul Goodman. Una discesa graduale e dolorosa, costruita con una scrittura meticolosa e una profondità psicologica che, per molti aspetti, arriva persino a superare quella della serie madre.

Black Mirror

La serie TV antologica che ha mostrato come il progresso tecnologico, unito ai problemi sociali del presente, possa trasformarsi in una distopia nel giro di pochi passi.

Black Mirror ha rivoluzionato il modo di concepire la distopia, allontanandola dagli scenari futuristici e dalle tecnologie avanzate e apparentemente aliene per renderla incredibilmente vicina e riconoscibile. Il suo elemento più innovativo è proprio la capacità di raccontare paure e contraddizioni già presenti nella nostra società, portandole alle estreme conseguenze attraverso l’uso della tecnologia.

Inoltre, la struttura antologica della serie rompe con la tradizionale dinamica della serialità televisiva: non esiste una trama orizzontale né un unico universo narrativo, ma ogni episodio è una storia a sé stante, con personaggi, ambientazioni e temi differenti. Un formato che permette alla serie di reinventarsi continuamente e di trasformare ogni episodio in una riflessione autonoma sul rapporto, sempre più ambiguo, tra uomo e tecnologia.

Lost

Qui non stiamo parlando di una serie tv normale ma di un fenomeno collettivo che ha cambiato per sempre il rapporto tra serie e pubblico.

Le avventure dei dispersi su un’isola deserta è solo in parte un dramma sulla sopravvivenza. FIn da subito entrano in scena misteri, flashback, flashforward e una mitologia sempre più complessa trasformando la serie in un gigantesco puzzle narrativo. Partendo dal particolare l’isola diventa metafora della vita stessa e del libero arbitrio in lotta tra bene e male.

Le teorie, i forum, le discussioni online e la ricerca ossessiva di indizi hanno trasformato il pubblico in una parte attiva del racconto, anticipando una modalità di fruizione che sarebbe diventata sempre più centrale nell’era dello streaming.

Friends

La madre delle sitcom che hanno unito comicità e dinamiche sentimentali, diventando il modello di riferimento per un intero filone della serialità televisiva. Senza Friends, probabilmente, non sarebbe esistita How I Met Your Mother così come la conosciamo.

Le vicende di sei amici newyorkesi costruiscono un equilibrio quasi perfetto tra comicità, relazioni sentimentali e momenti più drammatici. Rachel, Ross, Monica, Chandler, Joey e Phoebe sono diventati vere e proprie icone della cultura pop, mentre il gruppo di amici si è imposto come una sorta di famiglia alternativa, un modello narrativo destinato a essere replicato per decenni.

Il suo lascito va però oltre i numeri e la popolarità: Friends ha definito la sitcom generazionale degli anni Novanta e Duemila, fissando una grammatica narrativa che avrebbe influenzato innumerevoli serie successive.

The Office U.S.

Remake di enorme successo della versione britannica firmata da Ricky Gervais, The Office US ha contribuito a rivoluzionare il linguaggio comico della sitcom occidentale.

L’intera serie è costruita come un mockumentary e segue da vicino la quotidianità dell’ufficio di Scranton della Dunder Mifflin Paper Company e le vicende del suo surreale gruppo di lavoro, a partire dal capufficio Michael Scott, interpretato da Steve Carell. La telecamera diventa così parte integrante del racconto, catturando silenzi imbarazzanti, sguardi in macchina e situazioni grottesche che trasformano la banalità della vita d’ufficio in una fonte inesauribile di comicità.

Con il suo umorismo basato sull’imbarazzo, sull’assurdo e sulla quotidianità, The Office ha contribuito a cambiare profondamente il modo di concepire la sitcom, influenzando un’intera generazione di comedy televisive.

Bojack Horseman

La serie TV che ha definitivamente portato l’animazione per adulti sullo stesso piano della serialità live action, dimostrando che un prodotto animato poteva affrontare temi complessi e drammatici con la stessa profondità delle grandi produzioni televisive.

BoJack Horseman parte come una commedia surreale ambientata in una Hollywood popolata da esseri umani e animali antropomorfi, ma si trasforma progressivamente in un racconto crudo e stratificato sull’autodistruzione, la fama, la solitudine e il peso del passato. Dietro l’umorismo e l’assurdo si nasconde uno dei ritratti psicologici più complessi mai visti nell’animazione contemporanea.

La serie ha così contribuito ad abbattere definitivamente il pregiudizio secondo cui l’animazione fosse necessariamente legata alla leggerezza o all’infanzia, dimostrando che anche un cartone animato può essere, a tutti gli effetti, grande televisione.

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