Gli Oscar sono quella cosa strana per cui un’intera carriera può essere ridotta a tre minuti di applausi e una statuetta dorata che pesa meno di quattro chili. Eppure, per Hollywood, quella statuetta vale più di decenni di interpretazioni eccellenti.

Il paradosso? Alcune delle attrici più straordinarie della storia del cinema non l’hanno mai vinta. Non per mancanza di talento, non per assenza di nomination, ma per quel mix imperscrutabile di politica hollywoodiana, tempismo sbagliato e sfortuna che fa dell’Academy una giuria tanto prestigiosa quanto imprevedibile.

Glenn Close, Michelle Williams, Michelle Pfeiffer, Scarlett Johansson e Winona Ryder. Cinque nomi, cinque carriere stellari, zero Oscar. E forse è proprio questo il punto: quando il talento parla così forte, la statuetta diventa quasi superflua.

Glenn Close: perennemente a un passo dalla vittoria

Otto nomination. Zero vittorie. Glenn Close detiene un record che nessuna attrice vorrebbe: il maggior numero di candidature agli Oscar senza mai portare a casa la statuetta.

Close è partita da Broadway, dove ha vinto Tony Awards come se piovessero, per approdare al cinema negli anni ’80 con una missione: interpretare donne complesse, tormentate, impossibili da dimenticare. L’amante ossessiva di Attrazione Fatale che fa bollire conigli e carriere? Lei. La gelida e manipolatrice marchesa de Merteuil in Le relazioni pericolose? Ancora lei. La scrittrice invisibile di The Wife che finalmente si riprende il suo spazio? Sempre lei.

glenn close

Glenn Close

Quattro nomination da protagonista, quattro da non protagonista. Ha interpretato uomini, ha fatto la cattiva, ha fatto la vittima, ha fatto tutto. L’Academy ha continuato a nominarla. E poi a premiare qualcun altro.

Ma ecco il colpo di genio: nel 2021, alla cerimonia degli Oscar, Close divenne virale ballando in platea sulle note di Da Butt. Autoironia pura, carisma allo stato brado, il messaggio implicito di chi dice che non ha bisogno di un oggetto da mettere su una mensola per essere leggenda.

Ha dichiarato più volte di non sentirsi una perdente, e a giusta ragione: quando hai vinto Emmy, Tony e Golden Globe, quando il tuo nome è sinonimo di eccellenza attoriale, l’Oscar diventa un dettaglio mancante in una bacheca già stracolma.

Michelle Williams: da Dawson’s Creek alla stratosfera del cinema d’autore

Chi l’avrebbe detto che la dolce Jen Lindley di Dawson’s Creek sarebbe diventata una delle attrici più raffinate del cinema contemporaneo? Michelle Williams ha trasformato una carriera televisiva adolescenziale in un percorso autoriale impeccabile, scegliendo film indipendenti e ruoli che richiedono una certa validità.

Williams ha collezionato 5 nomination agli Oscar: due come non protagonista (Brokeback Mountain, Manchester by the Sea, ndr) e tre da protagonista (Blue Valentine, My Week with Marilyn, The Fabelmans, ndr). In My Week with Marilyn ha incarnato Marilyn Monroe con una fragilità così vera da vincere il Golden Globe. Ma l’Oscar? Sempre sfuggito.

michelle williams

Michelle Williams

La sua recitazione è misurata, intensa, mai sopra le righe. Interpreta personaggi fragili con una forza che spacca lo schermo. Non insegue i blockbuster, non cerca la fama facile. Sceglie registi come Kelly Reichardt, Kenneth Lonergan, Steven Spielberg. Costruisce una carriera coerente, credibile, rispettabile.

E l’Academy continua a nominarla. E poi a premiare qualcun altro.

A 44 anni, Williams ha ancora tempo. Ma anche se non dovesse mai vincere, la sua storia è già scritta: ha dimostrato che si può passare dal teen drama al cinema d’autore senza vendere l’anima. E questo, in un’industria come Hollywood, è già un miracolo.

Michelle Pfeiffer: l’eleganza che non basta

Michelle Pfeiffer è stata LA star degli anni ’80 e ’90. Eleganza innata, versatilità disarmante, capacità di passare dal dramma alla commedia senza mai perdere quel magnetismo che tiene incollati allo schermo.

Esplose con Scarface nel 1983 come Elvira, poi divenne simbolo pop con Catwoman in Batman Returns nel 1992. Sensualità dark, ironia felina, un personaggio che ancora oggi insegna come dovrebbe essere interpretata quella parte.

michelle pfifer

Michelle Pfeiffer

Tre nomination agli Oscar: Le relazioni pericolose, I favolosi Baker, Love Field. In nessuna occasione ha vinto, nonostante in almeno due di quelle pellicole fosse considerata favorita.

Curiosità crudele: Pfeiffer rifiutò il ruolo di Clarice Starling in Il silenzio degli innocenti. Quel ruolo valse poi l’Oscar a Jodie Foster.

Roger Ebert la definì “una delle donne più belle mai apparse sullo schermo”. Ma ridurla alla bellezza è un insulto: Pfeiffer è stata femme fatale, madre fragile, emblema pop, attrice drammatica. Un mosaico di interpretazioni così intense che continuano a ispirare. E l’Oscar? Ancora non c’è.

Scarlett Johansson: la versatile che ha ancora tempo

Scarlett Johansson è quello che succede quando il talento incontra l’intelligenza strategica. Ha costruito una carriera capace di muoversi tra cinema d’autore e blockbuster da miliardi di dollari senza mai perdere credibilità in nessuno dei due mondi.

Esordì giovanissima, ma fu Lost in Translation di Sofia Coppola a consacrarla come attrice seria. Poi è arrivata la Vedova Nera nell’universo Marvel, e Johansson è diventata una delle attrici più pagate al mondo.

scarlett johansson

Scarlett Johansson

Nel 2020 ha fatto qualcosa di straordinario: due nomination agli Oscar nello stesso anno. Miglior attrice protagonista per Marriage Story di Noah Baumbach, miglior attrice non protagonista per Jojo Rabbit di Taika Waititi. Due categorie, due film completamente diversi, stessa dimostrazione di versatilità e talento da vendere.

Non vinse in nessuna delle due categorie, un vero e proprio sfregio.

Ma Johansson ha 40 anni. Ha tempo, ha talento, ha scelto progetti intelligenti per tutta la carriera. Ha anche sperimentato con la musica, pubblicando due album che nessuno ricorda ma che dimostrano curiosità artistica. Insomma, ha tutte le qualità che servono per vincere una statuetta.

Winona Ryder: l’icona degli anni ’90 salvata da Netflix

Winona Ryder è gli anni ’90. Non “degli” anni ’90. È proprio la personificazione di quel decennio: androgina, tormentata, emblema generazionale che incarnava inquietudini e nuove sensibilità prima ancora che diventassero mainstream.

Divenne musa di Tim Burton in Beetlejuice nel 1988 e Edward mani di forbice nel 1990. Poi arrivarono Reality Bites, Piccole donne, L’età dell’innocenza. Due nomination agli Oscar per questi ultimi due titoli. Nessuna vittoria.

Poi i primi anni 2000 arrivarono con vicende personali e legali che la allontanarono dai riflettori. Hollywood, che è generosa quanto un credit manager, la dimenticò in fretta.

winona ryder

Winona Ryder

E qui entra in gioco Netflix che, con Stranger Things, la porta nuovamente alla ribalta nei panni di Joyce Byers, madre disperata e determinata che trova posto nel cuore di una nuova generazione. Quella che non l’aveva mai vista in Piccole donne, e che ha scoperto quanto talento, fascino e sensibilità potesse contenere una singola attrice.

Forse Ryder non vincerà mai quell’Oscar. Ma chi se ne frega? Il suo nome è sinonimo di un’epoca, di un’estetica, di un modo di essere attrice che ha influenzato decenni di cinema. E questo vale più di mille statuette.

Il talento va oltre una statuetta dorata

Ricevere un Oscar è sicuramente un traguardo significativo, ma non etichetta un intero percorso artistico.

Glenn Close ha otto nomination e nessuna vittoria, eppure rimane una delle migliori.

Michelle Williams che sceglie cinema d’autore invece di franchising è una dichiarazione di intenti vivente.

Michelle Pfeiffer è un’icona a prescindere, intoccabile.

Scarlett Johansson che passa da Lost in Translation alla Vedova Nera dimostra che si possono avere due carriere in una.

Winona Ryder che torna con Stranger Things prova che Hollywood dimentica, ma il pubblico no.

Queste 5 carriere rivelano molto più di quanto una statuetta dorata possa mai raccontare. Perché alla fine, quando il tuo nome è sinonimo di eccellenza, l’Oscar diventa un dettaglio. Importante, certo, ma non essenziale.

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