Sergio Assisi sale sul palco del Teatro Acacia di Napoli con “Mi dimetto da uomo“, curandone testi e regia, al fianco di Giuseppe Cantore in un gradevolissimo spettacolo in cui la platea, a suon di applausi e risate, fa da giudice ad un destino già scritto, o quasi.

La scena apre su un’ambientazione surreale, che sia una hall del paradiso o meno poco importa. Ad accogliere noi e Sergio Assisi appare Cantore, vestito interamente di bianco, un angelo o meglio un daimon, un’entità intermedia tra il divino e l’umano.  Sarà lui a guidare il processo a sorpresa a cui Assisi sarà sottoposto. Sarà degno di oltrepassare quel limbo? Avrà diritto a tornare sulla terra in veste di uomo o sceglierà di dimettersi dal ruolo?

Cantore allestisce la scena con due sedie, un tavolino, una lampada e, dopo aver accolto Sergio che mostra a sua insaputa il lato B chiuso in una gabbia suscitando scalpore e risa tra il pubblico, lo accompagna in un viaggio tra i ricordi, scavando dal cosiddetto “cascione” dei ricordi, metaforicamente parlando e non. Sul palco, infatti, una cassapanca, anch’essa bianca, farà riaffiorare alla mente episodi ed avventure curiose della vita di Assisi: i primi amori, le prime liti, le delusioni e le tenerezze. Sullo sfondo nero appariranno ben evidenti le domande a cui risponderà; saranno queste i punti salienti di un’arringa a cui la platea dovrà dare un giudizio.

I racconti, i sorrisi e le memorie divertite di Sergio Assisi, puntualmente ironizzate dai ripetuti passaggi in scena di Cantore, lasciano che lo spettatore si immedesimi, rida di gusto e annuisca a realtà comuni dell’essere umano di oggi. Ci si chiede se valga la pena ancora, tra l’indignazione, i comportamenti scorretti e le delusioni in cui puntualmente ci imbattiamo, mantenere il proprio ruolo di uomo o abbandonarlo per sempre, dimettendosene.

Sergio Assisi, con la sua dialettica morbida, un timbro riconoscibile e quella cadenza partenopea gradevole anche ad orecchie poco avvezze intrattiene, diverte e fa riflettere a modo suo. E, tra una risata e l’altra, conveniamo con lui: nonostante tutto, meglio restare umani.

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