Paolo Sorrentino è il caso più interessante della cinematografia italiana contemporanea, un autore capace di riempire le sale con oltre un milione di spettatori a film e, allo stesso tempo, di generare recensioni che oscillano tra l’estasi e il disprezzo. Due opere in due anni, due festival, due ricezioni agli antipodi. 

La domanda non è se Sorrentino sia bravo. La domanda è perché nessuno riesce a mettersi d’accordo su quanto.

Da Cannes a Venezia, la parabola di un biennio

Il 2024 si apre con Parthenope, presentato in concorso al 77° Festival di Cannes il 21 maggio: standing ovation di nove minuti e mezzo, poi il silenzio alla premiazione. Il film racconta sette decenni di vita di una donna, nata a Napoli nel 1950, interpretata da Celeste Dalla Porta e, nella maturità, da Stefania Sandrelli

Costato 32,3 milioni di euro, si ripaga in 48 ore grazie alle vendite internazionali. In Italia incassa 7,6 milioni con oltre un milione di presenze, superando il record personale de La grande bellezza. Eppure su Rotten Tomatoes si ferma al 46%, con un Metacritic di 52 su 100.

Poco più di un anno dopo, il 27 agosto 2025, La Grazia viene proiettato come film d’apertura alla 82ª Mostra di Venezia e Toni Servillo, alla settima collaborazione col regista, veste i panni di un Presidente della Repubblica immaginario, diviso tra una legge sull’eutanasia e due domande di grazia. Tono sobrio, ironia sottile, ritmo meditativo. Il risultato: Coppa Volpi per il miglior attore a Servillo, Rotten Tomatoes all’80%, Metacritic a 69. In Italia incassa 7,3 milioni di euro al botteghino, con un record di 2,7 milioni nel primo weekend. 

La Grazia - Toni Servillo

Fonte foto: Rai Cultura

Il processo a Parthenope e la frattura nella critica italiana

Se La Grazia ha ricucito parte dello strappo, Parthenope ha fatto quasi scoppiare un caso. Una parte della critica italiana lo aveva accolto come un’opera definitiva sulla giovinezza e sul mistero della bellezza, affascinante, a tratti irresistibile, l’altra metà aveva parlato di sceneggiatura dispersiva, dialoghi pretenziosi, profondità apparente, due letture inconciliabili dello stesso film, sullo stesso schermo.

Il divario tra Italia e resto del mondo

Il caso più rivelatore è lo scarto tra critica italiana e internazionale. All’estero, Parthenope viene liquidato da più voci come auto-parodia, un film lungo, esteticamente ridondante, costruito attorno a una protagonista bellissima senza che il racconto giustifichi davvero quella bellezza. 

In Italia, invece, il dibattito si inceppa spesso su un riflesso difensivo verso i propri autori di punta e che qualcuno ha chiamato protezionismo critico. Ai David di Donatello 2025, Parthenope ottiene 15 candidature e zero premi, vince tutto Vermiglio di Maura Delpero e Paolo Sorrentino non si presenta alla cerimonia.

I “sorrentinismi”: firma d’autore o tic stilistici?

Il dibattito su Paolo Sorrentino ruota attorno a una parola, i sorrentinismi, quei piani sequenza ipnotici, gli aforismi sussurrati, il grottesco che sconfina nel sacro, la musica pop innestata su immagini barocche. Per chi lo ama, sono la firma di un autore che ha generato un aggettivo – sorrentiniano – come solo Federico Fellini e Nanni Moretti prima di lui. 

Per i detrattori, sono tic ripetitivi, una profondità apparente che maschera un vuoto narrativo. Con La Grazia, anche i più scettici ammettono che quando il regista si disciplina, il risultato cambia.

In più interviste, ha dichiarato di avere “una totale incapacità di giudizio” sui propri film, e ha riconosciuto che La Grazia nasce anche da un’ironia consapevole sui propri eccessi stilistici. La mossa è precisa: Paolo Sorrentino sa di essere un bersaglio e ha scelto di incorporare la critica nel proprio linguaggio, prima che qualcun’altro lo faccia al posto suo.

Con Sorrentino non esiste il pareggio

Con La Grazia, molti hanno parlato di cambio di rotta, ma è una lettura parziale. Paolo Sorrentino non si è corretto, ha scelto un registro diverso per una storia diversa. Eppure il meccanismo della divisione si è ripetuto identico, standing ovation, Coppa Volpi, sale piene e una quota di spettatori e critici che non hanno avuto da ridire comunque.

Il punto è che il regista napoletano costruisce film che chiedono una posizione, non si lasciano guardare in modo passivo, non è semplice intrattenimento. Piaccia o no, ogni sua opera costringe a decidere cosa si pensa della bellezza come strumento narrativo, del barocco visivo, del rapporto tra forma e contenuto. È questo che genera il dibattito, non lo stile in sé, ma il fatto che quello stile non ammette indifferenza. Finché continuerà a fare film così, Paolo Sorrentino continuerà a dividere pubblico e critica. Non è un difetto, è la condizione necessaria di chi lavora sempre sul limite.

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