Uscito nelle sale cinematografiche il 16 luglio 2026 con l’innovativa tecnologia IMAX, l’ Odissea di Christopher Nolan vede come protagonisti Matt Damon (Ulisse), Tom Holland (Telemaco), Anne Hathaway (Penelope), Robert Pattinson (Antinoo) e Lupita Nyong’o (Elena e Clitemnestra), con Zendaya (la dea Atena) e Charlize Theron (Calipso).
La trasposizione dell’opera secondo Nolan
La tematica epica è vasta e complessa e dal poema del “nostos” per eccellenza, ossia del ritorno dell’eroe in patria, c’era da aspettarsi che fosse un’impresa eroica anche renderla in forma cinematografica. Ovviamente il regista doveva necessariamente scegliere un taglio, una prospettiva e una selezione personale e ragionata degli episodi, per evitare di tenere gli spettatori seduti per cinque o sei ore o più: anche perché già tre ore sono tante!
Oltre a selezionare gli episodi salienti già nell’epopea, quali la permanenza di Ulisse sull’isola di Ogigia con Calipso, Circe, il Ciclope, l’episodio delle Sirene, quello dell’isola dei buoi sacri ad Apollo, troviamo la Telemachia iniziale (la ricerca dal padre da parte di Telemaco) e la morte dei Proci nella parte finale. Un po’ meno centrale nell’epica è l’episodio dei Lestrigoni, in realtà giganti antropofagi e difficilmente portatori di armature così sofisticate come rappresentato nel film, ma probabilmente creature primordiali a caccia del loro cibo rappresentato da Ulisse e i suoi compagni. C’era allora anche da aggiungere l’episodio dei Lotofagi, invece omesso.
Una Calipso avida di tenere con sé l’amato e una Penelope combattiva mentre respinge astutamente la corte dei Proci, sono personaggi resi bene nelle interpretazioni delle attrici, come anche Atena ed Elena: non è importante, secondo chi scrive, la rappresentazione esteriore bensì il loro carattere, ben reso in modo attinente all’epica nella loro astuzia di “macchinare” inganni o di schierarsi pro e contro Menelao e Agamennone.
Invece per quanto riguarda la maga Circe, se è pur vero che piuttosto che plasmare i compagni di Ulisse forgiandone con le mani le fattezze di maiali, nell’epos originale batteva con la bacchetta “magica” le loro schiene trasformandoli in porci; se è altrettanto vero che il Ciclope era in realtà un gigante- pastore, tutto sommato anche pacato se non fosse stato per Ulisse-Nessuno, non necessariamente mostruoso; se pure manca Hermes che vada a ricordare a Calipso – per volontà di Zeus ed Atena– che Odisseo doveva tornare in patria e che lei non poteva trattenerlo sulla sua isola; in realtà tutte queste “mancanze” possono essere definite come “libertà interpretative” che rendono moderna l’Odissea, la avvicinano di più a una dimensione umana piuttosto che bestiale o soprannaturale, eternano il tema dell’avventura, del dubbio, della scelta, delle tentazioni, la paura del diverso e dello sconosciuto, oltre alla violazione delle sacre regole dell’hospitalitas. Dunque rinunce accessorie per non perdere di vista i messaggi più profondi contenuti nel poema epico dedicato a Ulisse.
Ciò che invece davvero dispiace di non poter apprezzare è la polùmetis di Odisseo, ossia proprio la sua astuzia dalle molte sfaccettature ma anche l’ingegno che lo salva da tante disavventure: è ad esempio la sua capacità di ingannare un gigante come Polifemo con la parola – quella di definirsi un “Nessuno” in modo da evitare l’intervento negativo di Plutone in mare, che poi arriverà ugualmente tramite la tempesta; è anche l’astuzia nel capovolgere l’inganno di Circe, facendole promettere di trasformare nuovamente i suoi compagni in uomini prima di giacere con lei, confidando nell’antidoto preso prima di incontrarla. Infine anche l’inganno del cavallo di Troia ha sempre stupito per l’astuzia piuttosto che per le condizioni in cui si trovavano i Greci al suo interno, anche perché doveva essere un dono votivo per placare l’ira di Atena, scatenata dal furto del Palladio – la statua sacra protettrice di Troia– da parte di Ulisse e Diomede: dunque un bel dono, una bella scultura, ma in cui tutti i Greci dovevano essere silenziosamente presenti perché il piano andasse a buon fine e nessuno sospettasse di nulla.
Al contrario bisogna davvero apprezzare soprattutto le scene di massa di guerra, dei compagni e dello sterminio dei Proci, come anche quelle marittime, in particolare quella della tempesta e del vortice tra Scilla e Cariddi: lì l’umanità tentata, in pericolo di vita, il gruppo di marinai che combatte per non sentire il richiamo tremendo delle Sirene, o che cerca inutilmente di evitare il gorgo vorticoso di Cariddi cadendo nelle grinfie del mostro di Scilla – con sei teste e dodici piedi – rendono alla perfezione la lotta impari che l’umanità deve condurre da sempre – e anche oggi- contro le forze della natura che si ribellano al dominio dell’uomo. Anche la Telemachia iniziale, il rapporto di Telemaco con Penelope spesso burrascoso e il suo viaggio alla ricerca del padre lontano e secondo alcuni morto ripropongono alla perfezione non solo la realtà dell’epica omerica, ma la attualizzano, riproponendo l’inevitabile e secolare scontro tra vecchia e nuova generazione. Le scene dei riconoscimenti di Ulisse da parte di Euriclea – la nutrice, appena accennata– e del porcaio Eumeo– qui fedele anche nel ricordare in ogni momento il valore dell’ingegno di Odisseo- nonché da parte del cane Argo– la scena in assoluto più commovente in tutta l’epica! – sono quelle talmente piene di pathos che Omero o come è più probabile gli aedi e i rapsodi che le componevano all’impronta recitandole e cantandole ne avevano sottolineato già nel VII secolo a.C. l’altissimo insegnamento e che Nolan coglie alla perfezione trasmettendo allo spettatore altrettanta commozione. Infine la parte finale della lotta contro i Proci– già magistralmente messa in scena nel film “Itaca- il ritorno” di U. Pasolini, uscito nelle sale a gennaio del 2025– che evidenzia il traumatico ritorno dell’eroe a casa e la vendetta sapientemente organizzata e ordita dalla mente di Odisseo- ripropone i concetti di pietas e hospitalitas violati, le offese a Penelope per ottenerne la mano e il trono, la prova dell’arco – in cui Ulisse si rivelerà solo a chi lo conosce ma darà prova del suo valore in modo da fare vacillare la prepotenza dei Proci– e infine la strage dei pretendenti a partire dall’ambiguo Antinoo.
Ma è il messaggio finale che rende il kolossal valido e ancora più attuale: tutte queste guerre e stragi hanno causato la fine decisiva di una grande civiltà che non potrà mai più tornare. Inoltre affidare tutti questi racconti a un cantore , che nel film è la spia traditrice Sinone , che batte a terra il bastone come aveva fatto all’inizio per cantare l’inganno del cavallo di Troia, ha un significato ben preciso: affinché le gesta di questi uomini continuino a vivere è necessario che vengano cantate, tramandate a voce, ricordate – e non scritte – come facevano aedi e rapsodi nel VII secolo a.C. Perché se la grandezza imponente dei poemi epici dell’Iliade e dell’Odissea è stata tramandata fino ai nostri giorni lo si deve proprio al valore della cultura dell’oralità e dell’auralità che ha permesso ai cantori di imparare a memoria tutto il repertorio epico e di cantarlo, inventarlo, cucirlo e tagliarlo per renderlo fruibile e apprezzabile alle corti delle antiche civiltà micenee.
È dunque un kolossal del tutto apprezzabile proprio per questa capacità di avere rinnovato il valore della memoria e della tradizione orale ancora oggi nel XXI secolo.