Il mondo del cinema è in lutto: il 16 settembre 2025 ci ha lasciato Robert Redford, l’ultimo gigante di una generazione di attori che ha fatto la storia. 

Ridurre il ruolo di Redford ad attore cinematografico sarebbe un grave errore: anti-divo per eccellenza, regista, attivista, visionario. L’uomo che era ha lasciato un’eredità che va ben oltre i riflettori di Hollywood. 

In un’industria spesso accusata di superficialità, Robert ha dimostrato che si può essere icone mondiali senza mai tradire i propri valori.

L’anti-divo che non amava le attenzioni

La storia di Redford è quella di un paradosso vivente: bello da togliere il fiato, ma allergico al divismo; star planetaria, ma schivo come un eremita dello Utah. Ciò che rende così prezioso il contributo dell’attore alla settima arte è la sua capacità di non sbagliare un colpo. Ogni ruolo scelto da Redford è sempre stato ponderato con cura, mai banale, sempre intenso e impegnato: dalla complessità morale del Sundance Kid fino alle sfide etiche di Bob Woodward in Tutti gli uomini del presidente.

Tutti gli uomini del presidente

Robert Redford in Tutti gli uomini del presidente

Non era solo questione di estetica (quella che negli anni ’70 sembrava “troppo perfetta”, come dicevano i critici più cattivi, ndr). Era questione di sostanza. Mentre i suoi contemporanei si perdevano negli eccessi hollywoodiani, lui coltivava il suo talento tra le montagne dello Utah, lontano dai cocktail party e dalle première.

La scelta consapevole di ogni progetto

Quello che colpisce nella filmografia di Redford è la coerenza intellettuale. Non un solo film di pura facciata, non una concessione al box office facile. Dal thriller paranoico de I tre giorni del Condor al romanticismo sofisticato di Come eravamo, ogni personaggio portava con sé un peso morale, una questione irrisolta, un dilemma contemporaneo.

Come eravamo

Barbra Streisand e Robert Redford in Come eravamo

La sua è stata sempre una recitazione dell’anima più che della superficie, capacità rara in un’epoca che privilegia spesso il carisma sulla profondità. Anche quando Hollywood sembrava volerlo incasellare come sex symbol, Redford riusciva a sfuggire alle etichette con la grazia di chi sa esattamente chi è.

Le pellicole che hanno fatto storia

Parlare della filmografia di Redford è come sfogliare un atlante della cultura americana degli ultimi sessant’anni. Ogni film è una tappa, ogni partnership un capitolo di una storia più grande.

Il sodalizio con Paul Newman resta probabilmente il più straordinario della storia del cinema. Butch Cassidy and the Sundance Kid (1969, ndr) andava oltre il Western, era la reinvenzione del mito americano attraverso due anticonformisti che facevano del fascino la loro arma più letale. Quattro anni dopo, La stangata consolidava il duo come la coppia più amata del grande schermo (e anche la più invidiata dai colleghi, ndr).

la stangata

Paul Newman e Robert Redford in La Stangata

Ma Redford non si è mai accontentato di una formula vincente. Con Barbra Streisand in Come eravamo (1973, ndr) ha creato uno dei melodrammi più sophisticati dell’epoca, dove la politica si intrecciava all’amore e la nostalgia diventava quasi un personaggio. Con Meryl Streep in La mia Africa (1985, ndr) ha dato vita a un’epica coloniale rivelatasi pura poesia cinematografica.

la mia africa

Meryl Streep e Robert Redford in La mia Africa

Ma è il thriller politico il suo territorio più fertile. Tutti gli uomini del presidente (1976, ndr) non è invecchiato di un giorno, anzi: in tempi di fake news e democrazie traballanti, sembra quasi profetico. I tre giorni del Condor (1975, ndr), dal canto suo, anticipava paranoie che sarebbero diventate mainstream decenni dopo.

i tre giorni del condor

Robert Redford in I tre giorni del Condor

Come regista, ha firmato capolavori che definire perfetti è riduttivo: Gente comune (Oscar alla regia al primo tentativo, mica male! ndr) e Quiz Show sono film che non invecchiano perché parlano di dilemmi morali universali, non di mode passeggere.

E poi c’è la sorpresa finale: il vecchio leone che entra nell’universo Marvel con Captain America: The Winter Soldier (2014, ndr) e Avengers: Endgame (2019, ndr). A ottant’anni suonati, quando molti suoi coetanei erano già in pensione dorata, lui accettava di fare il cattivo in un cinecomic. Non per soldi, ma per il piacere di stupire ancora calandosi in ruoli talvolta fuori dai propri schemi, ma che parlano con ironia alle nuove generazioni. Come anche il suo ultimo, commovente saluto in The Old Man & the Gun (2018, ndr), una pellicola che sapeva di addio, ma che non rinunciava alla leggerezza.

marvel

Chris Evans e Robert Redford in Captain America: The Winter Soldier

I film di Redford non sono mai stati solo intrattenimento, sono stati specchi di un’America che cambiava, cresceva, si interrogava. Dal Vietnam al Watergate, dalla crisi ambientale alle derive autoritarie, ogni sua scelta cinematografica intercettava lo spirito del tempo prima ancora che diventasse evidente a tutti.

Il Sundance Film Festival è l’emblema della sua personale rivoluzione culturale. Redford ha capito prima di tutti che il futuro del cinema stava nelle voci diverse, nelle storie marginali, nei registi che non trovavano spazio nel sistema mainstream.

Hollywood si ferma: i tributi di chi lo ha amato

Quando la notizia della morte di Redford ha iniziato a circolare, Hollywood ha fatto qualcosa di raro: si è fermata davvero. Non i soliti post social di circostanza, ma dichiarazioni che profumavano di affetto autentico e rispetto guadagnato sul campo.

Jane Fonda, compagna di battaglie politiche prima ancora che collega, lo ha salutato come “un partner e un amico che ha attraversato tutta la mia vita, con generosità e coraggio”. Parole da chi di coraggio civile se ne intende parecchio. E quando Jane Fonda ti dice che sei stato coraggioso, beh, significa qualcosa.

Leonardo DiCaprio ha puntato dritto al cuore dell’eredità redfordiana: “Abbiamo perso una leggenda. Redford non è stato solo un attore e un regista, ma un uomo che ha lottato per il pianeta e per le voci dimenticate.” Leo, che di battaglie ambientali se ne intende (e che deve molto al Sundance per i suoi primi passi, ndr), ha colto nel segno: Redford non era solo cinema, era impegno totale. Di Caprio, poi, è legato a doppio filo al maestro: è lui che ha vestito egregiamente i panni de Il Grande Gatsby nel 2013, remake del regista Baz Luhrmann. 

il grande gatsby

Robert Redford ne Il Grande Gatsby

Il tributo più toccante è arrivato forse da Bob Woodward in persona, il giornalista che Redford aveva portato sullo schermo: “Sarà ricordato come uno dei più grandi narratori della storia del nostro paese. Ha elevato tutto quello che toccava.” Quando il vero Woodward dice che sei stato bravo a interpretarlo, il cerchio si chiude definitivamente.

Hollywood piange, ma piange bene. Senza la retorica da red carpet, con la sincerità di chi sa di aver perso un punto di riferimento morale in un’industria che di riferimenti morali ne ha sempre avuti pochi.

L’uomo dietro il grande schermo: l’attivismo come vocazione

È nell’impegno civile che Redford ha mostrato la sua vera natura. “Prima mi sentivo competitivo riguardo alla carriera, ma ora le uniche cose che mi appassionano davvero sono la mia famiglia, l’ambiente e gli indiani”, dichiarava già negli anni ’70, quando il mondo lo voleva solo come divo.

Fervente ambientalista e filantropo a difesa delle minoranze etniche, le sue parole risuonano come un manifesto generazionale: “Il tempo stringe. La nostra finestra di opportunità è ristretta. Credo che ci siano veri limiti alle risorse del nostro pianeta, ma non c’è limite all’immaginazione umana e alla nostra capacità di risolvere le più grandi sfide del nostro tempo”.

Non era retorica da celebrità in cerca di visibilità. Era convinzione profonda, nata dall’esperienza diretta. Redford raccontava spesso di come il suo lavoro giovanile nei campi petroliferi californiani lo avesse segnato: “Anche a 16 anni, mi dava fastidio perché capivo che quello che stava succedendo lassù era che la propaganda delle compagnie petrolifere e dei lobbisti che assumevano vendeva l’idea che sarebbe stato un bene per l’economia, un bene per tutti. E io la vedevo diversamente”.

robert redford

Robert Redford - Credit: Best Movie

Per cinquant’anni è stato trustee del Natural Resources Defense Council: non una presenza simbolica, ma attivismo autentico. Dalle campagne contro le miniere in Alaska alle lotte per prevenire lo smaltimento di rifiuti nucleari nel New Mexico, fino alle battaglie climatiche globali.

Nel 2015, prima del Summit di Parigi, ammoniva con l’urgenza di chi aveva capito prima di altri: “Il tempo stringe. Ma come marito, padre e nonno, nutro speranza. Se vogliamo lasciare ai nostri figli, nipoti e alle generazioni future un pianeta sano, dobbiamo rispondere ora alla sfida del cambiamento climatico”.

E non si è mai fermato. Anche negli ultimi anni, ottantenne ma sempre combattivo, si schierava pubblicamente: dalla Keystone XL Pipeline ai dibattiti elettorali americani, sempre con quella chiarezza che caratterizzava anche i suoi personaggi cinematografici. Senza compromessi, senza giri di parole.

Redford e la democrazia: l’anti-Trump di cui avevamo bisogno

Se c’è una battaglia che ha acceso gli ultimi anni di Redford, quella è stata la difesa della democrazia americana. Infatti, non ha mai nascosto i suoi “umori” verso certi inquilini della Casa Bianca.

Nel 2019, scriveva su NBC News: “Ci troviamo a fare i conti con una crisi che non ho mai pensato di dover affrontare durante la mia vita: attacchi in stile dittatore da parte del presidente Donald Trump contro tutto quello che l’America difende”.

Sul Washington Post rincarava la dose con quella durezza che di solito riservava ai personaggi più odiosi dei suoi film: “È dolorosamente chiaro che abbiamo un presidente che degrada ogni cosa che tocca, una persona che non capisce, o a cui non importa che il suo dovere è difendere la democrazia”.

robert redford

Robert Redford - Credit: Il Post

Trump, da parte sua, alla notizia della morte ha preferito la strada diplomatica: “Robert Redford ha avuto una serie di anni in cui non c’era nessuno migliore di lui, in quel periodo in cui era il più hot, lo consideravo un grande”. No caro Trump, non una serie di anni: Robert è stato Il Migliore da sempre e per l’eternità.

Facile immaginare, comunque, che l’abbia detto per non scontentare i suoi molti elettori del popolo ai quali Redford era sempre piaciuto. D’altro canto, un guerrafondaio sprezzante di democrazia e diritti civili come lui, non ha le facoltà etiche e morali per apprezzare l’umanità e il talento di un Uomo come Redford. 

L’eredità di una vita autentica

Quello che resta di Redford è la dimostrazione che si può essere popolari senza essere populisti, belli senza essere vuoti, impegnati senza essere predicatori. 

Si può essere GRANDI senza essere arroganti. 

Attraverso i suoi personaggi, Robert ha dimostrato che il cinema può essere specchio critico della società senza rinunciare all’intrattenimento. I suoi film hanno affrontato scandali, corruzioni, dilemmi morali con la stessa eleganza con cui interpretava i ruoli romantici.

robert redford

Robert Redford

In un’epoca di celebrità costruite a tavolino e cause abbracciate per marketing, Redford rappresenta qualcosa che rischia di estinguersi: l’autenticità come valore supremo.

Non è mai sceso a compromessi artistici per compiacere il pubblico, eppure il pubblico lo ha sempre seguito. Forse perché in un mondo di finzioni, la sua autenticità brillava come una gemma preziosa.

Il suo ultimo messaggio, attraverso decenni di coerenza, insegna: si può cambiare il mondo rimanendo se stessi. Anzi, è l’unico modo per farlo davvero.

Ciao Bob, il cinema si è fatto Arte grazie a te.

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