C’è una forza antica e insieme modernissima nella musica di Dadà, cantautrice napoletana che con il suo album Core in Fabula ha trasformato la tradizione partenopea in una fiaba contemporanea.

Un progetto che intreccia musica, teatro e mito popolare, dove la parola diventa rito, il suono diventa paesaggio e il corpo scenico si fa strumento narrativo.

Dadà, al secolo Gaia Eleonora Cipollaro, fonde cantautorato, elettronica, folk mediterraneo e cultura popolare napoletana, ma soprattutto racconta con autenticità disarmante la libertà, l’identità e la rinascita dopo il dolore.

Nelle sue canzoni convivono poesia e denuncia, ironia e ferita, visione e concretezza. Come se, per ogni fiaba raccontata, ce ne fosse una ancora più profonda da svelare: quella della propria anima.

Abbiamo incontrato Dadà per parlare del suo viaggio artistico, delle radici che la ispirano e del potere delle fiabe nel tempo presente.

Dadà, Core in Fabula è un viaggio che intreccia musica, teatro e fiaba popolare. Hai detto che “l’uomo senza fiaba è più perso di un uomo senza Dio”: quando hai sentito per la prima volta il bisogno di raccontare te stessa attraverso le fiabe?

Le fiabe sono una cosa che mi hanno incuriosita sin da bambina. Essendo una persona molto fantasiosa, crescendo ho impostato con la mia penna un modo di raccontare cose comuni dal mio punto di vista, questo ben prima di quest’album. Con Core in Fabula mi sono resa conto che è effettivamente una mia prerogativa. Tra l’altro mi sono ritrovata il cassetto pieno di canzoni che avevo scritto e che stavo scrivendo e tutte avevano una in comune: erano dei racconti. Non avevano tutti la stessa struttura, ma condividevano la stessa direzione: testimoniare la realtà, il sentire dell’essere umano e il mio, che è sicuramente bello, meraviglioso, profondo, ma anche molto brutto, a volte quasi un horror.

Nel disco convivono cantautorato, elettronica, folk mediterraneo e cultura popolare napoletana, ma anche temi forti come la libertà, la violenza di genere, l’identità. Come riesci a far convivere poesia e realtà senza che una sovrasti l’altra?

Questo forse è una cosa più inconscia, che tendo a fare molto spontaneamente anche nella vita. Sono abitata da due parti che, anche artisticamente, vengono fuori maggiormente: una realtà molto cruda, quindi dovuta forse alla mia riflessività preponderante, ma anche una realtà molto creativa e scollegata, quasi etica. E forse nell’arte riesco a fare incontrare questi mondi che nella vita personale sembrano sempre così separati, non solo per me ma per tutti. L’ arte mi dà il tempo e lo spazio giusto dove poter gestire queste due parti, unirle come se fossero sfumature della stessa cosa (che poi lo sono).

Ogni brano ha un universo visivo curato da te: video, costumi, simboli, regia. È come se Core in Fabula fosse anche una mostra d’arte. Quando crei, nasce prima l’immagine o la musica?

In realtà nascono in contemporanea: sicuramente non è che penso subito al videoclip, però sono una persona che va molto per le immagini.

dadà

Dadà

Per me le immagini sono importanti quanto le parole in quanto segnano, esplorano, riducono, sono un elastico proprio quanto loro. Ci sono alcuni brani di questo album che sono nati proprio pensando a delle immagini in maniera quasi teatrale. Non pensavo ai videoclip, ma avevo delle suggestioni, e sono quelle che mi riportano delle sonorità o viceversa.

In brani come Igor, Serpa o Avrò una favola c’è una delicatezza profonda nel modo in cui parli di dolore e rinascita. Quanto di Dadà c’è dietro queste storie?

C’è sempre una parte autobiografica, non per protagonismo, ma perché le storie, anche se non parlano tutte di me, passano comunque attraverso la mia carne e il mio sentire. È chiaro, dunque, che io possa lasciare una sfumatura o una macchia. Poi, certo, ho potuto liberare anche qualcosa di autobiografico senza espormi eccessivamente.

Il titolo stesso, Core in Fabula, suggerisce che ogni cuore ha la sua fiaba da raccontare. Se potessi scegliere una frase per racchiudere tutto il senso di questo album, quale sarebbe e a chi la dedicheresti?

Lupus in fabula significa “ti ho beccato” e io, in questo album, speravo di beccare me stessa in un momento sensibile. Idem per l’ascoltatore. Sicuramente Core in Fabula è un album con cui a volte faccio fatica a relazionarmi, non tanto per i suoni, ma proprio per la densità emotiva che ho deciso di ascoltare rispetto anche a vissuti del mio passato. Quindi, più che una frase, è una sorta di diario che quando sfoglio, quando canto in pubblico, mi serve a ricordarmi anche chi sono. È come uno specchio: leggo delle pagine che ho scritto io e stilo anche la mia identità.

Core in Fabula: il viaggio musicale guidato da Dadà

Con Core in Fabula, Dadà firma un’opera che va oltre il concetto di album: è un rito di riconciliazione tra le ombre e la luce, tra l’umano e il magico, tra la realtà e la fiaba.

La sua voce, sospesa tra dolcezza e inquietudine, diventa un ponte tra mondi, capace di restituire dignità poetica al dolore e di trasformarlo in un racconto collettivo.

Core in Fabula è più di un disco da ascoltare: è un viaggio da attraversare, una lente con cui guardarsi dentro, ricordando che ogni cuore, in fondo, custodisce la propria fiaba da raccontare.

You May Also Like

“Hotel Supramonte”: la canzone capace di elevare il particolare a universale

Il testo ed il significato del brano di Fabrizio De Andrè, tra i più influenti e dotati cantautori italiani.

Le “Million reasons” di Lady Gaga

Conosciamo meglio l’intensa ed emozionante “Million reasons”, una delle canzoni più famose di Lady Gaga.

Chi è Anna Pepe, la ragazza che domina gli streaming

Anna Pepe, in arte Anna, è l’artista donna più ascoltata nel 2024 sulle piattaforme streaming, grazie al successo strepitoso delle sue canzoni rap/trap.

Rewind di Vasco – L’amore senza ipocrisie

Rewind di Vasco Rossi è un inno tutt’altro che maschilista. È l’elogio universale alla libertà dell’amore. Scopriamo insieme il significato di questa canzone.