Grose, nome d’arte di Giuliana Florio, è una cantante e creator italiana diventata un caso mediatico grazie alla sua ascesa sui social, in particolare su TikTok. Dopo aver conquistato il pubblico con le sue performance virali, dalle dirette NPC ai contenuti ironici e provocatori, Giuliana ha trasformato la notorietà online in un progetto musicale vero e proprio, pubblicando una serie di singoli che hanno acceso il dibattito per stile, linguaggio e uso dell’intelligenza artificiale nella produzione. Tra pop, sperimentazione e cultura digitale, la sua figura divide e incuriosisce, rendendola una delle personalità più discusse del panorama musicale emergente italiano.
Abbiamo avuto il piacere di intervistarla e scoprire qualcosa in più rispetto alla sua musica e al suo percorso artistico.
L’intervista
Com’è stato per te il passaggio da fenomeno virale delle live NPC a artista musicale indipendente? Ti sei sentita spinta a “dimostrare qualcosa” oltre il personaggio?
Più che un passaggio da un ruolo a un altro, per me si tratta di sperimentazione. Non amo molto le etichette, perché i progetti che realizzo nascono da parti diverse della mia identità. Con le live NPC ho voluto esplorare un fenomeno digitale attraverso un format virale che in Italia non era ancora stato portato, mentre con la musica l’intento era un altro tipo di sperimentazione: provare a fondere il cantautorato italiano con i nuovi strumenti tecnologici che abbiamo a disposizione, in questo caso l’intelligenza artificiale. L’unica vera spinta che sento è la curiosità di sperimentare, non il bisogno di dimostrare qualcosa.
Perché GROSE? Che significato ha per te questo nome e come riflette la tua visione artistica oggi?
GROSE è un nome d’arte che in realtà è nato durante la mia adolescenza, ai tempi del liceo artistico, e da allora non l’ho mai abbandonato. L’ho sempre utilizzato per tutti i miei progetti, dalla fotografia alla musica. Più che riflettere una visione artistica specifica, rappresenta quella parte della mia personalità che è più libera e creativa, ed è per questo che mi accompagna da così tanto tempo.
Hai studiato sociologia. In che modo questo background accademico influenza il tuo approccio alla musica e ai messaggi che vuoi trasmettere?
Studiare sociologia non ha influenzato soltanto il mio approccio alla musica, ma il mio approccio alla vita e al mondo in modo totale. Credo che sia stata una delle migliori scelte che abbia mai fatto. Ho iniziato a studiarla perché ero in cerca di risposte, e invece quello che mi ha dato è stato qualcosa di ancora più prezioso: la capacità di pormi domande in modo differente, di osservare le cose con una consapevolezza che è in continuo sviluppo e che alimenta senza sosta la mia naturale propensione alla curiosità.
IA come strumento o come partner creativo?
Direi entrambe, e forse anche molto di più. Almeno allo stato attuale delle cose, l’intelligenza artificiale sembra configurarsi come un potenziamento, un’estensione della capacità del pensiero umano e soprattutto della capacità di concretizzare questo pensiero in qualcosa di tangibile. Per quanto riguarda gli sviluppi futuri, sono molto curiosa. Staremo a vedere come evolverà la situazione.
Credi che l’uso dell’IA stia ridefinendo che cosa significa essere un “musicista” oggi? Che linea etica pensi sia giusto tracciare?
L’intelligenza artificiale sta ridefinendo tutti i significati attinenti alla vita dell’essere umano, al suo modo di pensare e di fare le cose. Per quanto riguarda le linee etiche, siamo su un terreno inesplorato. Ciò che mi auguro è che la situazione non ci sfugga di mano e che questa nuova tecnologia continui ad essere un supporto per il lavoro delle persone e mai una sostituzione. Devo ammettere che molto spesso mi capita di avere la sensazione di vivere in una realtà distopica che finora avevamo conosciuto soltanto nei film, e invece è la nostra realtà. Come ogni grande trasformazione avvenuta nel corso della storia, anche questa sta ridisegnando tutto. Ma del resto, l’evoluzione fa parte della natura intrinseca dell’esistenza stessa.
Le critiche sono state forti: come gestisci il confronto con chi dice che l’IA “sminuisce” la musica? E qual è la tua responsabilità verso gli ascoltatori?
Il mio confronto non è con chi dice che l’intelligenza artificiale sminuisce la musica, perché penso che ognuno debba farsi il proprio pensiero e ogni opinione vale quanto un’altra. Forse è proprio per questo motivo che credo che la responsabilità verso gli ascoltatori stia nell’eseguire bene la sperimentazione stessa, proprio per svelare le luci e le ombre di questa nuova tecnologia. Anzi, una delle più grandi soddisfazioni che mi ha dato questo progetto musicale è stata proprio quella di aver generato un dibattito nel nostro paese, di aver canalizzato nel suo piccolo l’opinione pubblica sull’argomento. Qualsiasi riflessione ne sia emersa è stata a dir poco preziosa.
Se dovessi spiegare la tua musica a qualcuno che odia l’IA, cosa diresti per far capire la tua visione?
Non gli direi assolutamente nulla, lo lascerei libero di pensare ciò che preferisce.
Alcune delle tue canzoni affrontano temi d’identità e relazioni. Quanto vuoi che la tua musica sia riflessione sociale oltre che intrattenimento?
Quanto lo voglio è relativo, ma se la mia musica è stata una scintilla di riflessione sociale oltre che semplice intrattenimento, è veramente una grande soddisfazione.
Se potessi fare una collaborazione umana con chi ti piacerebbe lavorare?
Onestamente sto commettendo un peccato di estrema arroganza anche solo pensandolo, però da napoletana, se proprio dovessi pensare a qualcuno con cui il mio cuore esploderebbe di gioia nel collaborare, quello è il nostro amatissimo Pino Daniele.

Amante della scrittura e del cibo. Scrivo da quando ho memoria, mangio più o meno da sempre. Giornalista Pubblicista dal 2017, con la nascita di Hermes Magazine ho realizzato un mio piccolo, grande sogno. Oggi, oltre a dedicarmi a ciò che amo, lavoro in un’agenzia di comunicazione come Social Media Manager.