Cuffie, pop corn ed una poltrona. Mettetevi comodi, ecco a voi “Supercinema”, 32 minuti di accecanti colori fluo, synth ed allegra rassegnazione alla tragicomica vita dell’attore protagonista Supernino. Dietro il supereroe dai pochi poteri – come  specifica lui stesso – c’è Davide Sgro, un giovane torinese al suo debut album uscito lo scorso 16 aprile per Sony Music Italy. Supercinema è un disco che è tutto un film, anzi una telenovela, una sitcom, a tratti persino una story su Instagram, fatta rigorosamente con filtri supercolorati.

 

Un cortometraggio di vita vissuta, tra realtà e finzione raccontata dall’autoironia e dall’energia travolgente di Supernino. Abbiamo avuto il piacere di fare quattro chiacchiere con il supereroe in abiti borghesi, Davide, che ci ha raccontato qualche curiosità sulla vita da supereroe tra featuring, anni ’80 e, strano a dirlo, musica classica.

Ciao Supernino, ammetto molto apertamente di aver contribuito all’aumento di stream su Spotify del tuo Supercinema. Mi è piaciuta molto la naturalezza con cui scrivi. A fine ascolto, sembra quasi di conoscerti! Ma quanto c’è di Supernino e quanto di Davide Sgro in questi 32 minuti?

Ciao! Mi fa super piacere che ti stia piacendo il disco, grazie davvero <3 Questo disco penso rappresenti benissimo sia il mio lato “Super”, sempre goliardico, energico e che ha voglia di conquistare il mondo, che il mio lato “Nino”, più insicuro e pessimista nel modo di vedere le cose. Ci sono storie in cui si mischiano sia episodi reali che di fantasia, è proprio da questo mix di realtà e finzione che si ritrova in un po’ tutti i miei testi che è nata l’idea di collegare i miei brani ai film e di conseguenza l’intuizione di chiamare il disco “Supercinema” appunto.

Ti si immagina a scrollare sui social, a guardare la tv e ad affrontare le mille insicurezze di questo periodo. Viene spontaneo rispecchiarsi in tante scene e situazioni. Quando hai iniziato a scrivere Supercinema?

I brani in realtà risalgono tutti a prima della pandemia, però riflettendoci rappresentano bene anche la realtà dei tempi che stiamo vivendo ultimamente. I pezzi più vecchi sono stati scritti nel 2018, l’anno in cui sono andato a studiare in Finlandia, sul circolo polare artico. Ero distante da tutte le mie certezze ma allo stesso tempo circondato da mille novità, ero solo da un certo punto di vista ma anche insieme a mille altri sconosciuti. Altri brani invece li ho scritti poco dopo, quando mi sono laureato e ho iniziato a lavorare: sicuramente il lavoro è stato un’altra svolta importante nella mia vita che ha avuto una gran bella influenza nella scrittura.

Sei parte della grande famiglia Sony Music. Una gran bella responsabilità ma anche e soprattutto enorme soddisfazione. Come la stai vivendo questa cosa?

È stata una bellissima soddisfazione e non avrei mai pensato di riuscirci, il contratto con una major da ragazzino l’ho sempre visto come un traguardo lontanissimo haha. Ora invece lo vedo in maniera molto più realistica, è una grossa opportunità sicuramente ma non è per nulla sinonimo di successo, anzi, è proprio ora che bisogna lavorare sodo per emergere e convincere chi ha creduto in te che ha fatto bene a credere in te!

Dalla cover alle sonorità, ci proponi un mondo 80s di synth e colori fluo. Sorprendentemente scopro che nella tua vita c’è un passato in conservatorio. Che è successo nel frattempo?

Mi sono iscritto al conservatorio a 14 anni, nella classe di Organo e composizione. Nei primi 5 anni di questo corso ho studiato solfeggio, armonia, canto d’insieme, tanto pianoforte e poco organo a differenza di quanto si possa pensare (i primi anni del corso di organo in realtà sono basati sullo studio della tecnica pianistica). Prima di concludere il quinto anno decisi di interrompere gli studi: era già stato complicato studiare in un liceo classico e al tempo stesso al conservatorio durante il periodo delle superiori, volevo mettere fine a questa sofferenze almeno nel periodo universitario e godermi un po’ la vita ahah. E poi non avevo alcuna intenzione di fare della musica classica un mestiere, mi interessavano ben altri generi, fatti di synth anni 80 appunto, musica da cui purtroppo il conservatorio è sempre voluto stare alla lontana, non ho mai capito il perchè.

A metà ascolto di Supercinema, in cuffia mi ritrovo la voce di Willie Peyote. Il risultato è “Sto” ed è riuscitissimo. Come è andata? Come è nata questa collaborazione?

Nella scena musicale torinese ci si conosce più o meno tutti, Willie ad esempio l’ho conosciuto tramite un amico in comune, che è poi uno dei miei produttori, il quale ci ha messo in contatto per fare un pezzo insieme. Così una sera, ci siamo trovati per cenare insieme io, i miei produttori e Willie. Ricordo che abbiamo preso una pizza da Marfi, un locale nel quartiere di San Salvario, a Torino, dopodichè abbiamo shottato qualche San Simone, siamo saliti a casa e abbiamo registrato “Sto”. È stato tutto molto intimo e familiare, un brano in famiglia, fatto in casa come le cose migliori.

E a proposito di collab, c’è anche quella con Auroro Borealo che non è da meno. “Ansia” è lo stato in cui ormai ci ritroviamo tutti. Come stai vivendo questo periodo di aperture/chiusure/riaperture in loop?

Da artista è tutto davvero molto triste. Tutti sappiamo quanto sia difficile emergere nel mondo della musica, in qualsiasi periodo, in un periodo in cui fare live diventa praticamente impossibile, a meno che tu non sia un tiktoker, ma non ho più l’età per questo genere di cose ahah! L’unica cosa che è rimasta a noi artisti è uscire con dei pezzi nuovi per tentare di restare in vita, artisticamente parlando. In tantissimi, me compreso, durante il primo lockdown hanno bloccato le uscite nella speranza che la musica live potesse ripartire in autunno, poi sappiamo com’è andata… Non c’erano molte alternative: o continuare a far prendere la muffa ai tuoi brani, oppure, visto che tanto di concerti se ne parlerà forse nel 2022, pubblicare quanto fatto consapevole di non poterlo suonare in tour nel breve termine. Penso sia la cosa più sensata da fare in questo momento piuttosto che l’annichilimento, purtroppo.

Se ti chiedessi di definirti con una frase di una tua canzone, quale sceglieresti?

“Sto meglio se non sono sveglio”, dal brano “Sto”. Con questa frase non mi riferisco solo al sonno che provo la mattina prima di alzarmi dal letto, anzi, sono un tipo abbastanza mattiniero, mi riferisco piuttosto al fatto che tante volte sono convinto si viva meglio senza sapere la verità, come stanno davvero le cose, meglio essere persone poco sveglie o fingersi tali per vivere al meglio la propria vita.

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