In un tempo in cui le parole spesso corrono più veloci dei fatti, Sociologi per il Sociale sceglie la strada opposta: riportare la sociologia tra le persone, nei quartieri, nei luoghi della fragilità e della speranza. Nata come associazione di promozione sociale, questa realtà mette al centro l’azione concreta, il lavoro sul campo, la costruzione di relazioni autentiche.

Abbiamo parlato con Luisa Liccardo, membro dell’associazione, per comprendere meglio la visione, i progetti e le sfide quotidiane di chi ha scelto di trasformare l’analisi sociale in impegno diretto.

Raccontaci Sociologi per il Sociale, qual è il cuore pulsante della vostra missione?

Il cuore pulsante della nostra missione è l’azione. L’azione ponderata, espressione di esperienza e conoscenza, certamente. Ma è comunque l’azione l’attività agita. Il contrario dell’enunciare di voler agire e operare.

Negli ultimi tre o quattro decenni, soprattutto nel “mondo occidentale”, siamo slittati velocemente (certo non casualmente, ma perché c’è stato chi ha operato in tal senso) verso la prevalenza dell’apparente e del nominale, a scapito della sostanza e della concretezza delle cose. È successo nei discorsi politici, in quelli pubblicitari e commerciali, persino in quelli sentimentali e relazionali.

Nella società accade così: ogni sua parte tende, seppur con differenze logistiche e di ceto, ad uniformarsi allo “spirito del tempo” (il vecchio zeitgeist). Anche nella sociologia accade, ovviamente. Spesso si parla della società senza toccarla; senza guardarla negli occhi e, quel che è peggio, senza volervi operare.

Al centro della nostra missione c’è la volontà di ribaltare ovunque sia possibile quel paradigma di parole luccicanti e vuote.

In un mondo che spesso tende ad escludere, come riuscite a creare spazi di accoglienza e ascolto per chi si sente ai margini?

Innanzitutto, conoscendo direttamente quelli che si sentono e vivono ai margini. La società è fatta di persone reali, che abitano in case e strade reali, con bisogni, gioie e sofferenze reali. Se non interagiamo con tali persone nei loro contesti vitali, rischieremo di affidarci a qualche narrazione, magari anche utile e intelligente, ma che sarà inevitabilmente spenta, di seconda mano. Gli spazi sono perciò innanzitutto relazionali, quelli che permettono a persone sofferenti e fragili di confessare ciò che generalmente ritengono un inevitabile peso personale.

Poi ci sono gli spazi fisici, che sono quelli che otteniamo interagendo con altre associazioni che perseguono finalità simili alla nostra. Abbiamo perciò trovato spazi, di interazione e collaborazione, con Casa Mehari, un bene confiscato alla camorra e gestito da una pluralità di associazioni di persone con disabilità.

C’è un progetto recente che vi ha toccato particolarmente o che ha lasciato un segno profondo nelle comunità con cui lavorate?

C’è il progetto dell’associazione Isolahabile, che gestisce una nave sequestrata ai trafficanti di migranti albanesi, il Lorkinos, e che dopo una forte ristrutturazione per abilitarla, può portare in crociera persone con disabilità. Questa attività, evidentemente rara, che pesca in un bisogno largamente diffuso, ci ha permesso di coinvolgere associazioni che tendevano per diffidenza ad operare da sole.

Come collaborate con altre organizzazioni o istituzioni per amplificare l’impatto delle vostre azioni sul territorio?

Come associazione abbiamo partecipato, insieme con altre associazioni del Terzo Settore e ad un paio di imprese vere e proprie, ala costituzione di un consorzio, che ha proprio l’obiettivo di organizzare le molte e qualificate energie del volontariato che restano disperse e con scarsa incisività, proprio per la loro grande dispersione.

sociologia

Coalizzandoci, possiamo accedere in maniera più efficiente a progetti e bandi di finanziamento ed operare in maniera integrata sugli stessi territori.

Quali sono le principali difficoltà che incontrate nel perseguire la vostra missione e come pensate di superarle?

L’affarismo, innanzitutto. Il tendere quasi ossessivo al guadagno. L’affarismo che tende a non retribuire il lavoro, ad ottenere guadagni immediati, senza alcun investimento di tempo e di formazione. L’affarismo che tende a strumentalizzare i partner invece che a collaborarci e a trovare in quelli che dovrebbero essere i destinatari di servizi dei puri strumenti per il guadagno.

Cosa resta nel cuore di chi collabora con Sociologi per il Sociale? Quali sono quelle piccole o grandi soddisfazioni che vi fanno sentire parte di qualcosa che conta davvero?

Si conoscono, quando si svolgono attività in collaborazione, persone veramente straordinarie per passione etica e sociale, si ricevono ringraziamenti inaspettati e graditi. Personalmente, la cosa che mi ha fatto sentire parte di qualcosa che conta davvero è stato trovare negli occhi e nella passione di alcuni giovani soci il ragazzo che ero tanti anni fa, che, ovviamente, voleva cambiare il mondo.

Se aveste l’opportunità di lanciare un solo messaggio al mondo intero, quale sarebbe?

Promuovete la vita, il piacere e la dolcezza della vita. Non promuovete la morte e la sofferenza.

Oltre le parole, la responsabilità dell’azione

In un’epoca dominata dalla velocità e dalla superficie, Sociologi per il Sociale sceglie la profondità dell’incontro e la responsabilità dell’azione. Non una sociologia osservata a distanza, ma vissuta nei quartieri, nelle relazioni, nelle storie individuali che diventano patrimonio collettivo.

Il loro impegno racconta una possibilità concreta: trasformare la conoscenza in responsabilità, e la responsabilità in presenza attiva.

Perché, come ricordano loro stessi, non basta parlare di cambiamento. Occorre abitarlo.

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