a cura di M. Affuso e C. Rotunno

Dal caso della prof accoltellata a Bergamo alle frasi shock del 17enne che progettava una strage: un focus sulla violenza nelle scuole italiane, tra disagio adolescenziale, aggressività e segnali da non sottovalutare.

Quando uno studente scrive «Io quando sarò in quinta replicherò la Columbine» o afferma di dover ancora decidere «il posto dove fare la sparatoria», il problema non è più soltanto il singolo caso. Frasi del genere riportano al centro una questione sempre più urgente: la violenza nelle scuole e il modo in cui prende forma oggi, tra disagio adolescenziale, sopraffazione, rabbia e modelli estremi assorbiti anche online. È da qui che bisogna partire per leggere il caso del diciassettenne finito al centro dell’inchiesta: non come una cronaca isolata, ma come un episodio che riaccende i riflettori su un fenomeno più ampio. Fenomeno in cui rientra anche il caso di Bergamo, dove un tredicenne ha accoltellato la sua insegnante, dopo aver diffuso online un vero e proprio manifesto e aver trasmesso l’aggressione in diretta su Telegram. Il canale è stato poi chiuso per violazione delle regole della piattaforma, mentre le indagini si stanno concentrando anche sui contatti online del ragazzo e su eventuali dinamiche di influenza o indottrinamento digitale. Un episodio che mostra con chiarezza quanto il confine tra realtà e dimensione online sia oggi sempre più sottile, soprattutto nei percorsi più fragili.

Sarebbe comodo liquidare tutto come una mostruosità individuale. Ma sarebbe anche riduttivo. Perché casi come questo, pur estremi, si inseriscono in un contesto in cui il disagio giovanile e le dinamiche di aggressività non sono affatto marginali. Secondo l’Istat, nel 2023 il 68,5% degli 11-19enni ha dichiarato di aver subìto almeno un comportamento offensivo, aggressivo, diffamatorio o di esclusione, online o offline; il 21% ha riferito episodi ripetuti più volte al mese, mentre per circa l’8% la frequenza è stata almeno settimanale. Le minacce e le aggressioni hanno riguardato circa 11 ragazzi su 100.

Sono numeri che aiutano a inquadrare meglio anche i casi più estremi. Perché, prima del gesto clamoroso che finisce sui giornali, esiste spesso un terreno già segnato da tensioni, fragilità e comportamenti aggressivi che prendono forma nella quotidianità scolastica o relazionale. La violenza, insomma, non esplode mai all’improvviso: nella maggior parte dei casi cresce dentro un intreccio di isolamento, frustrazione e incapacità di gestire il conflitto.

È proprio qui che il discorso si allarga. Il punto, infatti, non è solo chiedersi come un ragazzo possa arrivare a immaginare una strage, ma capire cosa c’è prima. Solitudine, bisogno di riconoscimento, rabbia, comunità tossiche online e un consumo distorto di modelli violenti possono trasformarsi in terreno fertile per derive gravissime. E quando la scuola entra in queste storie, non entra solo come luogo fisico in cui tutto accade, ma come spazio in cui si concentrano tensioni emotive, relazionali e sociali che spesso chiedono di essere ascoltate molto prima di degenerare.

Ecco perché episodi del genere non possono essere letti soltanto come fatti isolati, tutt’altro. Sono il punto più estremo di un disagio che spesso si costruisce nel tempo, tra segnali trascurati, fragilità non riconosciute e tensioni che nessuno riesce a decifrare davvero prima che esplodano. Per entrare più a fondo in questo tema, abbiamo intervistato Chiara Rotunno, psicologa di Aversa, impegnata da anni anche in ambito scolastico, per leggere più da vicino le radici di questa violenza e le difficoltà che attraversano oggi molti adolescenti.

Quando si parla di violenza nelle scuole, quali sono i campanelli d’allarme che adulti e insegnanti tendono più spesso a sottovalutare?

Il primo errore che si commette è separare i segnali invece di leggerli insieme. Un calo nel rendimento scolastico, preso da solo, viene attribuito alla distrazione. Un atteggiamento più chiuso viene letto come timidezza. Una risposta aggressiva viene interpretata come maleducazione. Ma quando questi elementi compaiono insieme, e in un arco di tempo ravvicinato, raccontano qualcosa di diverso.

Tra i segnali più sottovalutati c’è il ritiro silenzioso: il ragazzo che smette di partecipare, che non disturba, che non si fa notare. Paradossalmente, è spesso più invisibile di chi esplode. C’è poi la difficoltà a stare nel conflitto ordinario — una lite, una valutazione negativa, una regola percepita come ingiusta — che genera reazioni sproporzionate. Non è cattiveria, è la spia di qualcosa che non trova altro modo per uscire. Un altro segnale importante è la difficoltà a nominare le emozioni, nel distinguerle e dar loro voce.

Quanto conta oggi, nel disagio adolescenziale, il rapporto con i social, i gruppi online e i contenuti violenti che circolano in rete?

I social non creano il disagio, ma lo intercettano e lo amplificano. Un ragazzo che già porta dentro di sé rabbia, senso di esclusione o un’identità fragile trova online uno spazio in cui queste emozioni vengono non solo accolte, ma rafforzate.

Nei gruppi chiusi agisce un meccanismo potente: la realtà si restringe attorno a voci simili. La rabbia smette di essere personale e diventa collettiva, quasi ideologica. E in questo processo, la soglia di ciò che appare normale si sposta.

A questo si aggiunge il fatto che online si agisce con meno inibizione. La distanza fisica produce un senso di impunità che abbassa il freno inibitorio.

Un meccanismo insidioso è l’effetto eco: si cercano persone che confermano la propria visione. La rabbia non viene messa in discussione ma legittimata e amplificata, fino a forme di radicalizzazione in cui la violenza può essere normalizzata.

In che modo la difficoltà a gestire frustrazione, rifiuto e conflitto può trasformarsi in aggressività nei più giovani?

Il problema non è vivere frustrazione e conflitto, ma non avere strumenti per attraversarli. Quando un ragazzo non ha imparato a stare nel disagio, si trova impreparato di fronte alle collisioni della vita.

L’emozione c’è, ma non ha nome né canale. Allora cerca un’uscita, spesso nell’aggressività: verso gli altri, verso se stessi o verso le cose. Non è una scelta consapevole, ma una risposta automatica.

Molti ragazzi non distinguono emozioni diverse: tristezza, rabbia, ansia si confondono. E quando non si riesce a nominare ciò che si prova, diventa difficile gestirlo.

Il nodo centrale è che spesso gli adulti non riescono a contenere e accogliere. Essere adulti significa restare, ascoltare e accogliere senza giudizio.

La scuola è spesso il luogo in cui questi segnali emergono per primi: quali strumenti concreti servirebbero per intervenire in modo tempestivo?

La scuola ha una posizione unica, ma vedere non basta: serve sapere cosa fare. Il primo strumento è la formazione degli insegnanti, per riconoscere i segnali e attivare le risorse giuste. Il secondo è uno sportello psicologico stabile, accessibile e privo di stigma. Il terzo sono percorsi di educazione emotiva integrati nella didattica. Infine, serve un protocollo condiviso tra scuola, famiglia e servizi, un filo che non si spezzi quando il disagio supera un solo contesto.

Che ruolo devono avere famiglie, docenti e professionisti nel costruire una vera prevenzione?

La prevenzione è un modo di stare con i ragazzi, non un intervento occasionale. Le famiglie sono il primo contenitore emotivo: non serve perfezione, ma presenza e disponibilità ad ascoltare. I docenti possono essere figure decisive: un insegnante che si accorge e non banalizza può cambiare una traiettoria. I professionisti portano strumenti, ma il loro lavoro funziona solo se è connesso agli altri.

La vera prevenzione è una rete. E le reti funzionano quando ogni nodo fa la sua parte, sapendo di non essere solo.

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