“Tragicomica. Prospettive sull’arte italiana dal secondo Novecento ad oggi” è la grande mostra  presente fino al 20 settembre prossimo al MAXXI di Roma dedicata a ben 130 artisti del Novecento, tra cui Lucio Fontana, con oltre 300 opere esposte, curata da Andrea Bellini e Francesco Stocchi.

Prodotta in collaborazione con il Centre d’Art Contemporaine di Geneve, la mostra si propone di indagare come  la  componente ironica riesca a rappresentare la realtà in modo più congeniale, proprio perché spesso dissacratoria e svincolata da autoreferenzialità o finalità propagandistiche ed encomiastiche, mescolando i generi e i registri artistici colti con quelli popolari.

Finalità della mostra e suoi intenti

Dedicata al patrimonio artistico che si sviluppa dal secondo dopoguerra ad oggi, la mostra è strutturata non secondo il consueto criterio cronologico, bensì facendo dialogare tra loro opere più note, standardizzate o che seguono il canone artistico della corrente di appartenenza, con opere meno note. Inoltre, grazie al contributo de comitato scientifico formato da Andrea Cortellessa, Davide Oberto, Annalisa Sacchi, Elettra Stimilli e Giovanna Zappieri,  questa lettura ironica dell’arte si estende anche al cinema, al teatro, alla filosofia, al design e all’architettura.

Scegliere il tragicomico  come filtro di racconto rappresenta innanzitutto l’adozione di uno sguardo ampio per rintracciare il comportamento dell’arte italiana nel tempo, sottolineando un suo atteggiamento costante rispetto alla negoziazione del tragico e al ricorso all’ironia come paradosso e deviazione ambivalente”, ha dichiarato  a proposito della mostra il Direttore artistico e curatore della mostra Francesco Stocchi. Il direttore del Centre d’Art Contemporaine di Geneve, Andrea Bellini, si auspica che  questa mostra possa avvicinare un pubblico sempre più vasto all’arte contemporanea per “restituire la ricchezza di un immaginario nazionale che, nella sua pluralità di linguaggi e dispositivi espressivi, continua a ridefinire le coordinate stesse della contemporaneità”.

Capolavori e opere da non perdere

Sin dal momento in cui lo spettatore si trova a contatto con la mostra emerge con chiarezza lo spirito ironico e dissacratorio dei contenuti che veicola. “L’arte non esiste” di Giuseppe Chiari (1973)- musicista di Fluxus-corrente internazionale che tra gli anni ’60 e ’70 ha inteso sovvertire le regole tradizionali della composizione e del concerto- è una semplice scritta a pennarello su carta che funge da provocazione  o piccolo paradosso per invitare lo spettatore a guardare l’arte come libertà e gioco senza timore reverenziale. Così anche Salvo che incide nella lapide in marmo nel 1970 la scritta “Io sono il migliore” o “Abbasso i morti”/ “Più morta che natura” e  “Io non dipingo, io vivo” di Sarenco rappresentano aforismi  destabilizzanti in cui la frase sostituisce o destabilizza  contenuti e interpretazioni possibili.

Particolarmente interessante è però “Novecento?” (1907) di Maurizio Cattelan in cui un cavallo imbalsamato e tassidermizzato  è sospeso al soffitto tramite un’imbragatura e le cui zampe sono particolarmente lunghe. Per non parlare poi di “Comedian” creato nel 2019 in cui compare una banana  (periodicamente sostituita quando si deteriora) fissata al muro con del nastro adesivo e il cui significato non è tanto nell’oggetto in sé quanto nel certificato di autenticità e nelle istruzioni fornite da Cattelan per l’esposizione: ossia una riflessione sul valore del mercato dell’arte. Ricordiamo che la precedente era stata venduta nel 2024 all’imprenditore  Justin Sun per 6,2 milioni di dollari  e lo stesso Sun l’ha poi mangiata sul palco, paragonandola a un asset criptovalutario e dichiarando che il vero valore consisteva nel concetto stesso.

C’è poi tutta un’intera sezione del secondo piano del MAXXI dedicata alla dissacrazione religiosa, alla chiesa, alle musiche delle funzioni ecclesiastiche, come nelle opere di Giulia Piscitelli , oppure al gioco perché arte è anche divertimento, scherzo, giochi combinatori e rebus da risolvere– come già nella letteratura per Italo Calvino-: ne è un esempio “Dama” di Alighero Boetti. Merita un particolare rilievo “L’invenzione del femminile: ruoli” (1974) di Marcella Campagnano: un caleidoscopio in cui le fotografie di una decina di sue amiche rappresentano il ruolo in cui ciascuna rivela quella determinata cristallizzazione in cui gli uomini le vedevano (sposa, casalinga, operaia, segretaria) secondo una cultura patriarcale allora – come ora – ancora dominante.

Insomma una mostra da andare a visitare- anche se alcune sezioni sono ancora in restauro- per sorridere sulla nostra contemporaneità, ma anche ammirarla, comprendere i numerosi e poliedrici aspetti, le loro contraddizioni, gli eventuali sviluppi: è come un gioco al rilancio continuo in cui si vuole indovinare in che direzione continuerà l’arte dopo di noi!

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