Nel panorama del cinema italiano contemporaneo, sempre più attento a raccontare le sfumature morali e sociali dei suoi personaggi, si inserisce La Salita, il nuovo film di Massimiliano Gallo, uscito lo scorso 9 aprile.

Tra gli interpreti c’è Paolo Cresta che veste i panni del boss Apicella, un personaggio duro, spietato, ma mai banale, costruito attraverso un lavoro sottile di riflessione e ascolto.

Attore, insegnante e voce narrante, Cresta incarna una figura artistica in costante evoluzione, lontana dalle etichette facili e profondamente legata a una dimensione artigianale del mestiere. In questa intervista ci accompagna dietro le quinte del suo lavoro, riflettendo sui rischi della tipizzazione, sul senso di un percorso “sempre in salita” e sul ruolo dell’attore come interprete del nostro tempo.

In questo film interpreti il boss Apicella. Come hai lavorato per trovare la disumanità di un personaggio così spietato?

Ho dato voce alle parole scritte da Massimiliano Gallo, Riccardo Brun e Mara Fondacaro. Il tutto grazie al lavoro fatto sul set con Massimiliano (un luogo, tra l’altro, molto suggestivo) dove si respirava grande concentrazione. 

C’è stato un grande lavoro a livello di attenzione e di sensibilità; Massimiliano è stato bravissimo nei miei confronti e insieme abbiamo dato voce al personaggio.

Sempre in relazione al ruolo del boss Apicella in La Salita, c’è il rischio, per un attore di talento, di restare “incastrato” in ruoli legati alla criminalità organizzata quando si lavora su set ambientati a Napoli?

Parlando in assoluto è possibile che degli attori restino incastrati in dei ruoli perché vengono visti dai registi solo in determinati modi, e quindi le capacità di alcuni artisti vengono limitate da una mancanza di sforzo immaginativo di chi dirige e produce. Questo vale per qualunque tipo di ruolo e non solo per quelli legati alla malavita. 

Paolo Cresta con Massimiliano Gallo

Paolo Cresta con Massimiliano Gallo

Per quanto riguarda me, non c’è questo rischio perché la mia è una partecipazione molto breve in La Salita. Anzi, non mi era mai capitato un ruolo del genere e per me è stato molto divertente farlo. 

Il titolo del film evoca fatica e redenzione. Nel tuo percorso professionale, quale senti sia stata la tua “salita” più difficile e cosa rappresenta per te questo film nel punto attuale della tua carriera?

Sono sempre in salita. Non c’è un momento di maggiore pendenza. Non saprei dirti dove sono adesso. Per alcuni aspetti potrei essere molto soddisfatto, per altri aspetti meno. Non so se delle cose che immaginavo quando ero più giovane si sono realizzate, alcune si altre no. Però questo è un mestiere che ti mette alla prova tutti i giorni: magari un giorno ne superi una, ma già devi affrontarne un’altra il giorno dopo. 

Credo che sia un percorso sempre in salita. La possibilità di stare su un altopiano e rilassarti, quindi aver raggiunto delle mete, riguarda pochissimi. Per il resto un po’ tutti noi che facciamo questo lavoro, siamo sempre in pendenza e faticosamente ci arrampichiamo. E finché riusciamo a farlo va sempre bene.

Ti sei formato in una realtà storica come il Teatro Bellini e oggi vi insegni. Cosa cerchi di trasmettere ai tuoi allievi che non si trova nei manuali di recitazione?

Insegnare è una cosa molto bella perché impari tanto e studi insieme alle persone con cui stai lavorando, mettendo alla prova le tue esperienze dirette. Inevitabilmente chiunque approcci all’insegnamento porta la sua esperienza personale, quella piccola prospettiva personale che provi a condividere con gli allievi. Ognuno, poi, terrà delle cose che riterrà giuste per il suo percorso. 

Questo è un lavoro di grande scambio fra chi insegna e chi riceve ed è qualcosa di estremamente stimolante sia dal punto di vista lavorativo sia dal punto di vista umano.

Dopo anni passati a interpretare visioni altrui (registi e scrittori), hai mai accarezzato l’idea di passare dietro la macchina da presa o di firmare una tua regia teatrale completa?

Qualche regia teatrale l’ho fatta, seppur di piccoli spettacoli, e mi piace moltissimo. Anzi, dato che il mestiere d’attore mi crea tanta ansia, posso dire che dirigere mi rilassa. 

Paolo Cresta

Paolo Cresta

La mia esperienza di attore con l’audiovisivo è limitata, ma mi affascina molto avere uno sguardo dall’esterno. Mi piace come idea, ma forse resterà solo nel campo delle idee. 

In questo momento prevale il ruolo dell’attore, perché è il mio elemento naturale, ciò che faccio da sempre. 

Credi che l’attore oggi debba avere necessariamente un ruolo politico e sociale, o l’arte deve restare pura evasione?

Il nostro è un mestiere “sociale”. Sia il teatro, sia il cinema, sia la tv possono avere tutte queste componenti: possono essere puro intrattenimento e contemporaneamente incidere sulla sensibilità dello spettatore. Le due cose non si escludono. 

Io credo che meno conosci gli attori e più sono interessanti: il bello dell’attore è che mantenga un alone di mistero rispetto alla vita privata, proprio per far sì che sia il più possibile credibile nei ruoli più disparati.

Sono convinto che cinema e teatro abbiano un ruolo sociale molto forte. A teatro ciò che si viene a creare è un’assemblea in cui si racconta una storia condividendo un luogo e questo, ad oggi, è già rivoluzionario.

Se dovessi scegliere un solo frammento della tua produzione, una pagina letta, una scena girata o un momento a teatro, che riassuma chi è Paolo Cresta oggi, quale sceglieresti?

Questa domanda è difficile perché parlare di sé e del proprio lavoro è complicato: è una cosa che devono fare gli altri. Forse manterrei frammenti che ho registrato di qualche audiolibro perché, in fondo, quello che mi viene da fare è nascondermi. 

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