Venti anni fa sarebbe stato impensabile parlare di un museo d’arte contemporanea nel cuore del quartiere Sanità di Napoli. Un luogo troppo spesso raccontato solo attraverso cronache di marginalità, degrado e assenza di prospettive. Oggi, invece, tra queste strade sorge il Jago Museum all’interno della chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi, diventato non solo uno spazio espositivo, ma un segno concreto di riscatto sociale.
La presenza del museo ribalta la narrazione tradizionale, dimostrando come l’arte possa diventare strumento di rigenerazione urbana e simbolica, capace di restituire dignità, attenzione e futuro ad un quartiere per molto tempo dimenticato.
Dopo aver realizzato l’opera Figlio Velato, nel 2019, Jago desiderava vivere e lavorare nel Rione Sanità, ispirato soprattutto dal progetto di valorizzazione delle risorse del territorio. Il luogo più adatto a ospitare il laboratorio dell’artista è sembrato, sin da subito, la chiesa seicentesca di Sant’Aspreno ai Crociferi. Infatti, proprio in questo luogo, diventato dapprima il suo atelier, Jago ha realizzato la sua opera Pietà, prima esposta a Roma e successivamente tornata nella Chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi.
La chiesa
La chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi un tempo era un monastero dedicato alla cura dei malati del quartiere, ma ben presto fu abbandonata, a causa della distruzione causata dalle alluvioni che scorrevano nel Rione Sanità, dette lave dei Vergini.
Lo scheletro del nuovo progetto fu realizzato nel 1760 da Bartolomeo e Luca Vecchione, che articolarono lo spazio a croce latina con una navata unica e quattro cappelle laterali. Furoni tanti gli artisti che diedero il loro contributo per la ricostruzione, con opere come le pale d’altare di Francesco La Marra e le tele di Domenico Mondo ispirate a prototipi di Luca Giordano.
Oggi, dopo quarant’anni di abbandono, la Chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi è stata messa in sicurezza ed ospita le opere di Jago, nel suo Jago Museum.
In un primo momento la chiesa fu adibita a laboratorio, ma successivamente è stato deciso di aprire questo spazio al pubblico, rendendolo un vero e proprio museo, dove cittadini e turisti hanno la possibilità di ammirare le splendide opere d’arte di Jago.
Le opere
La mostra si apre con Self, l’autoritratto di Jago, che rivolge lo sguardo su se stesso, ma lo fa evitando ogni forma di celebrazione. Il volto dell’artista emerge dal marmo come un’immagine sospesa tra presenza e dissoluzione. Gli occhi, quasi inquietanti, sono scavati e privi di pupille ti seguono ovunque tu vada. Non è un “sé” definitivo, ma un processo. Il marmo, ancora una volta, diventa strumento di contraddizione: materiale eterno usato per raccontare una condizione fragile e transitoria.
In Natura morta, Jago si rifà a quella più celebre di Caravaggio. Qui, però, rappresenta una composizione di armi: fucili, pistole, munizioni e strumenti di morte sono disposti come oggetti comuni, ordinati, quasi domestici. Il marmo bianco, lavorato con estrema accuratezza, restituisce le superfici metalliche delle armi con una freddezza quasi clinica. L’effetto è spiazzante: strumenti nati per distruggere diventano inermi, silenziosi, privati del rumore e del sangue che normalmente evocano. È una guerra congelata, sospesa, ma non per questo meno presente. L’opera non rappresenta il combattimento, ma la guerra. Jago non mostra i corpi delle vittime, ma ciò che li rende tali. In questo modo la violenza viene sottratta allo spettacolo e restituita alla responsabilità di chi guarda.
Una delle opere d’arte più intense e rappresentative del percorso artistico di Jago, è sicuramente la Pietà, un gruppo in marmo statuario realizzato dall’artista tra il 2020 e il 2021. L’opera non si limita a riproporre la tradizionale scena di compassione, ma indaga il sentimento umano di perdita e dolore attraverso un linguaggio moderno, ispirandosi a immagini di guerra contemporanee.
Poi c’è il Narciso, opera ispirata al mito, che affronta il tema della percezione e dell’identità. La scultura invita lo spettatore a riflettere sul rapporto tra apparenza e realtà, ciò che vediamo in superficie è solo una parte dell’essere, e la vera comprensione richiede uno sguardo più profondo. Tra le opere che hanno segnato l’apertura del museo figura Aiace e Cassandra, un gruppo scultoreo in marmo che rievoca un episodio tragico della Guerra di Troia. Jago costruisce una narrazione potente sulla resistenza e la lotta interiore, rappresentando la sacerdotessa nel momento critico del conflitto con Aiace. Un’opera di una bellezza struggente.
La Venere, invece, è una reinterpretazione contemporanea della figura classica. Qui la donna di Jago è caratterizzata dai segni del tempo, superfici che sembrano erose, una fisicità che non è più intatta. Jago interviene sulla materia come se il tempo, la pressione sociale e lo sguardo collettivo avessero lasciato cicatrici visibili. La bellezza non viene negata, ma messa sotto stress. Questa Venere non è più un’icona intoccabile: è un corpo reale, vulnerabile, esposto. L’opera diventa una riflessione sul corpo femminile contemporaneo, costantemente osservato, giudicato, modellato da aspettative esterne.
E poi c’è il David di Jago, opera che si rifà all’iconografia classica e alla tradizione dei grandi maestri, reinterpretando il mito di Davide e Golia in chiave moderna. Con quest’opera l’artista racconta una storia diversa, ma sempre pregna di coraggio e di rivalsa. Nella sua rappresentazione David è una donna, bella e coraggiosa nella sua postura fiera.
Jago non “femminilizza” David per decorazione o provocazione sterile. Lo fa per mettere in crisi un’immagine che per secoli è stata sinonimo di potere, coraggio, autorità, ma sempre declinata al maschile. Trasportando quei valori su un corpo di donna, l’artista costringe lo spettatore a interrogarsi su quanto la nostra idea di forza sia ancora legata al genere.
Visitare il Museo di Jago significa attraversare la scultura come esperienza viva. Le opere esposte non cercano l’ammirazione passiva, ma lo sguardo consapevole di chi è disposto a mettersi in discussione. In questo dialogo serrato tra antico e presente, Napoli non fa da semplice cornice, diventa parte dell’opera, spazio di contraddizioni e rinascite. E il museo, più che un punto di arrivo, si conferma come un luogo aperto, in cui l’arte continua a interrogare il nostro tempo.

Amante della scrittura e del cibo. Scrivo da quando ho memoria, mangio più o meno da sempre. Giornalista Pubblicista dal 2017, con la nascita di Hermes Magazine ho realizzato un mio piccolo, grande sogno. Oggi, oltre a dedicarmi a ciò che amo, lavoro in un’agenzia di comunicazione come Social Media Manager.







