Cinquant’anni fa, mentre il mondo usciva dai traumi del Vietnam e del Watergate, Hollywood decideva che era ora di smettere di raccontare favole. Il 1975 non fu un anno qualsiasi: fu il momento in cui il cinema capì che poteva terrorizzare, provocare, disturbare. E che il pubblico, sorprendentemente, voleva essere trattato da adulto.

Parliamo di un’epoca in cui i registi erano giovani, affamati, e le major abbastanza disperate da lasciarli fare. Il risultato? Capolavori che ancora oggi ci guardano negli occhi senza abbassare lo sguardo.

Lo squalo – Steven Spielberg

Giugno 1975. Steven Spielberg aveva 28 anni e uno squalo meccanico che si rifiutava di funzionare. Bruce (sì, lo avevano battezzato così, ndr) sembrava più interessato ad affondare che a spaventare. Ma i limiti tecnici produssero il primo miracolo: meno vedi il mostro, più hai paura.

Due note di John Williams. Un pezzo di musica così semplice da sembrare banale, così efficace da diventare il suono della paura per intere generazioni. Provate a farvi il bagno senza pensarci. Non si può.

lo squalo

Lo Squalo

470 milioni di dollari al botteghino, quando un milione significava qualcosa. Il primo vero blockbuster estivo, quello che ha trasformato giugno da mese morto a stagione d’oro per Hollywood. Spielberg aveva capito una cosa: il terrore collettivo vende. E come se vende.

Qualcuno volò sul nido del cuculo – Miloš Forman

Novembre 1975. Jack Nicholson interpreta un truffatore che si finge pazzo per evitare il carcere. Cattiva idea: finisce in un ospedale psichiatrico dove la vera pazzia è il sistema stesso.

Louise Fletcher, nei panni dell’infermiera Ratched, costruì uno dei personaggi più agghiaccianti della storia del cinema senza mai alzare la voce. Il controllo assoluto, la repressione mascherata da cura, il potere che schiaccia l’individualità. E pensare che inizialmente rifiutò il ruolo perché lo trovava “troppo negativo”. Meno male che cambiò idea.

Il film fu girato in un vero ospedale psichiatrico dell’Oregon. Gli attori vivevano con i pazienti, mangiavano con loro, assorbivano quella realtà. Non era metodo, ma immersione totale.

qualcuno volò sul nido del cuculoQualcuno volò sul nido del cuculo

Risultato? Tutti e cinque gli Oscar principali: Film, Regia, Attore, Attrice, Sceneggiatura. Un’impresa riuscita solo a tre film nella storia della settima arte. Il pubblico americano, reduce dal Vietnam e dalle disillusioni nixoniane, vedeva in McMurphy la propria voglia di urlare contro l’autorità.

Cinquant’anni dopo, Ratched è ancora il simbolo del potere soffocante e McMurphy quello dell’individuo che non si piega.

Spoiler: non finisce bene. Ma ne valeva la pena.

Quel pomeriggio di un giorno da cani – Sidney Lumet

Settembre 1975. Al Pacino decide di rapinare una banca. Le cose vanno male. Molto male. Quello che doveva essere un colpo rapido diventa un circo mediatico con la polizia fuori, le telecamere accese e l’America intera a guardare.

“Attica! Attica!”, Pacino improvvisò l’urlo più famoso del film, evocando le rivolte carcerarie. Sidney Lumet lo lasciò fare, capendo che quella rabbia era autentica, necessaria. Il cinema stava già raccontando ciò che oggi chiamiamo “spettacolarizzazione del crimine”.

quel pomeriggio di un giorno da cani

Quel pomeriggio di un giorno da cani

John Cazale, presente in soli cinque film (tutti candidati all’Oscar, caso unico nella storia, ndr), porta in scena una fragilità devastante. Morirà tre anni dopo, lasciando un buco nel cinema americano che nessuno ha mai davvero riempito.

Oscar per la sceneggiatura e 50 milioni di dollari incassati, nonostante il budget ridotto all’osso. Ma soprattutto: uno specchio limpido di un’America dove il criminale diventa celebrità e la tragedia diventa intrattenimento. Suona familiare?

Pasqualino Settebellezze – Lina Wertmüller

Lina Wertmüller nel 1975 aveva un’idea controcorrente: raccontare l’Olocausto mescolando tragedia e grottesco, morte e ironia nera, orrore e commedia. Un equilibrio così rischioso che la maggior parte dei registi non avrebbe nemmeno provato. Lei lo fece, e creò uno dei film italiani più discussi e visionari del decennio.

Pasqualino Settebellezze racconta la storia di Pasqualino Frafuso, detto “Settebellezze” per i sette tatuaggi che porta addosso. Interpretato da un Giancarlo Giannini in stato di grazia assoluta, Pasqualino è tutto fuorché un eroe: è mediocre, furbo, contraddittorio, pronto a qualsiasi compromesso pur di sopravvivere. Non è il protagonista che ti aspetti in un film sull’Olocausto. Ed è esattamente questo il punto.

Il racconto si muove tra la Napoli fascista e i campi di concentramento tedeschi, su un filo sottilissimo che unisce ironia e orrore. Wertmüller non ti concede eroismi, non ti offre figure da ammirare. Ti mette davanti un uomo qualunque travolto dalla Storia, che per restare vivo è disposto a tutto. Anche a sedurre la comandante nazista del campo.

pasqualino settebellezze

Pasqualino Settebellezze

La performance di Giannini è straordinaria: intensa, tragica, comica, disturbante, tutto insieme. Riesce a farti ridere e poi ti lascia con un senso di malessere che non se ne va. È uno di quei ritratti che ti entrano dentro e non escono più: l’uomo qualunque che di fronte all’orrore assoluto sceglie la sopravvivenza a qualsiasi costo. Niente retorica, niente gloria. Solo mediocrità, compromesso, degradazione.

E l’America, incredibilmente, capì. Nel 1977 il film ottenne 4 nomination agli Oscar: Regia, Attore, Sceneggiatura, Film Straniero. Lina Wertmüller entrò nella storia come la prima donna mai candidata all’Oscar per la miglior regia. Nel 1977. Pensateci: ci volle il 1977 perché Hollywood si accorgesse che anche le donne potevano dirigere capolavori.

I tre giorni del Condor – Sydney Pollack

Robert Redford esce per comprare un panino. Torna e trova tutti i colleghi della CIA assassinati. Benvenuti negli anni Settanta, dove nessuno si fida di nessuno e il governo potrebbe ucciderti per quello che sai.

Sydney Pollack costruì un thriller che è anche un ritratto crudo dell’America post-Watergate: istituzioni corrotte, complotti dentro complotti, nessuno è al sicuro. Max von Sydow nei panni del killer educato e letale è una lezione di recitazione minimalista.

i 3 giorni del condor

I tre giorni del Condor

Il film quadruplicò il budget iniziale. Ma più dei soldi, conquistò la mente di un pubblico che aveva scoperto che sì, i propri governi mentono. E uccidono. E poi mentono sull’aver ucciso.

Cinquant’anni dopo, il messaggio resta attuale (purtroppo, ndr).

Salò o le 120 giornate di Sodoma – Pier Paolo Pasolini

Avviso: qui le cose si fanno molto, molto più oscure.

Pasolini nel 1975 decise di fare qualcosa di estremo: prendere il Marchese de Sade, trasportarlo nella Repubblica di Salò, e creare 116 minuti di cinema che ti lasciano addosso qualcosa di pesante per giorni. Non è un film da “guardare”, è un’esperienza da affrontare con una certa dose di coraggio.

Salò o le 120 giornate di Sodoma racconta la prigionia di giovani vittime nelle mani di quattro potenti libertini durante gli ultimi giorni del fascismo. Torture fisiche, violenze psicologiche, corpi ridotti a merce. Ma attenzione: Pasolini non concede nemmeno un appiglio emotivo. Niente musica drammatica, niente primi piani lacrimosi, niente catarsi. Solo una freddezza clinica che rende tutto ancora più disturbante.

salò

Salò o le 120 giornate di Sodoma

Salò non parla solo del fascismo storico. Parla del potere che mercifica i corpi, del consumismo che riduce l’uomo a oggetto, dell’autoritarismo in tutte le sue forme. Pasolini collegava direttamente la violenza fascista alla modernità capitalistica: entrambe annientano la dignità umana. E cinquant’anni dopo, il messaggio non è invecchiato di un giorno.

Cosa ci dicono questi film dopo mezzo secolo?

Queste pellicole non invecchiano perché non hanno mai smesso di parlarci. Lo Squalo è ancora nei nostri incubi, McMurphy nella nostra voglia di ribellione, la paranoia del Condor nelle nostre newsfeeds.

Il 1975 fu l’anno in cui il cinema smise di proteggere il pubblico. Non c’erano più buoni assoluti, né lieto fine garantito. Solo narrazioni crude che riflettevano i disordini sociali e politici dell’epoca.

Le storie più potenti sono quelle con personaggi ambigui e trame che disturbano. McMurphy non è un santo, Pasqualino è un opportunista, Sonny un criminale che diventa icona. Il cinema aveva capito che gli eroi perfetti annoiano, mentre i protagonisti complessi, quelli che ci costringono a chiederci “cosa farei io al loro posto?”, restano impressi nella mente.

Il 1975 ha regalato un cinema adulto a un mondo che stava crescendo in fretta. Cinquant’anni dopo, siamo ancora qui: a voler essere spaventati, provocati, disturbati. Perché il cinema che conta è quello che non ci lascia dove ci ha trovato.

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