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Negli ultimi anni, gli Oscar hanno cercato di reinventarsi come baluardo dell’inclusività, ma il riconoscimento a film e interpreti fuori dagli schemi è davvero il segno di un cambiamento strutturale o solo una risposta strategica alle pressioni sociali? E soprattutto, in un’America polarizzata dal ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump, quanto conta ancora il posizionamento politico dell’Academy?

Una delle cerimonie più noiose nella storia degli Oscar

Diceva qualcuno commentando la notte degli Oscar 2025 su X:

“Gli Oscar sono la cerimonia di premiazione più noiosa. L’unica volta che si sono illuminati è stato quando Will Smith ha schiaffeggiato Chris Rock.”

Nel 2025, più che mai, chi ha il tempo e la voglia per una lunga serata di discorsi sul “miglior film” e su come sia stato “un anno straordinario per il cinema”? Non fraintendetemi, gli Oscar sono ancora un momento rappresentativo del cinema e delle sue trasformazioni – nonché occasione per distrarsi dal proprio feed di TikTok, alla ricerca di video di gatti che cantano l’aria della Traviata – ma la realtà è che il pubblico oggi è bombardato da una quantità infinita di contenuti perlopiù scoraggianti e avvilenti.  Tra notizie di conflitti in ogni dove e  la crisi climatica magicamente adombrata dall’inesorabile avanzamento delle politiche di destra,  gli Oscar sono diventati praticamente un dinosauro della nostra realtà virtuale.

Il presentatore della serata, Conan O’Brien, sembrava altrettanto incerto. O’Brien ha fatto battute monologhi con la sua tipica competenza sicura, ma la routine sarebbe stata più adatta a un talk show notturno che agli Oscar. Ciò non significa che le battute di O’Brien non fossero divertenti, solo che erano prevedibili nel contenuto e nello stile di presentazione. O’Brien ha preso in giro affettuosamente i candidati senza cercare di sferrare pugni a tradimento. La sua parte migliore è stata una gag per fare una battuta sul successo di Anora:

“Già due vittorie. Immagino che gli americani siano emozionati di vedere qualcuno finalmente tenere testa a un potente russo”.

Si riferiva al trattamento riservato da Trump al presidente russo Vladimir Putin come vittima e a Zelensky come “oppressore”, nonostante fosse stata la Russia a invadere l’Ucraina. Tra l’altro, in precedenza Daryl Hannah era salita sul palco e aveva urlato “Slava Ukraini” ( che vuol dire “Gloria all’Ucraina!” ), mostrando in modo esplicito il suo sostegno a un paese il cui sostegno da parte del governo degli Stati Uniti è ora in dubbio.

Ma l’umorismo di O’ Brien resta tenue e nessuna battuta fa piegare il pubblico dalle risate. Come solo un buon Carlo Conti sa fare, lo spettacolo va avanti tra gag monotone e inoffensive e la cerimonia degli Oscar sembra più che mai un microcosmo fuori da un mondo che collassa.

Gli Oscar e il ritorno di Trump: due Americhe a confronto

Se gli Oscar sono sempre stati lo specchio dell’America, quelli del 2025 riflettono un Paese più diviso che mai. Da una parte, un’industria cinematografica che insiste sulla diversità e sull’inclusione; dall’altra, un governo che sembra voler riportare indietro l’orologio della storia. Con Donald Trump nuovamente alla Casa Bianca da gennaio e una serie di provvedimenti che stanno smantellando molte delle politiche progressiste dell’amministrazione precedente, Hollywood si trova in una posizione delicata: continuare a resistere o adattarsi a un nuovo ordine politico?

La cinquina di “Anora” è certamente un segnale che l’Academy vuole ancora premiare un cinema che parla di marginalità e disuguaglianze. Ma in un’America in cui Trump sta smantellando le riforme sull’equità sociale, tagliando i fondi alla cultura e attaccando la cosiddetta “agenda woke”, queste premiazioni possono ancora essere lette come un atto di resistenza o è solo un’illusione necessaria? Hollywood può continuare a premiare storie di emarginazione senza affrontare il fatto che queste condizioni stanno peggiorando sotto l’attuale governo?

La questione non è solo politica, ma anche economica. L’industria cinematografica ha già subito in passato ripercussioni dalle politiche di Trump, con riduzioni di incentivi per il cinema indipendente e restrizioni sui finanziamenti pubblici per le arti. Il trionfo di film come “Anora” è quindi una dichiarazione di intenti e bisogna capire quanto può resistere un cinema che parla degli “ultimi” quando il sistema che lo sostiene è in bilico.

La vittoria di “Anora” e di “The Brutalist”: il cinema ai margini

Il grande vincitore della serata, come già accennato, è stato “Anora”, film indie di Sean Baker che racconta le periferie americane con un realismo crudo e senza filtri. La pellicola, che ha conquistato cinque statuette, tra cui Miglior Film e Miglior Regia, è una celebrazione di un cinema che si allontana dalle grandi produzioni hollywoodiane per dare voce a storie spesso invisibili.

Baker è noto per il suo interesse nei confronti delle classi meno abbienti e delle comunità marginalizzate (The Florida Project, Tangerine, Red Rocket), e il successo di Anora sembra segnare una svolta per l’Academy, che continua a premiare film con una forte impronta sociale.

Anche il premio come Miglior Attore Protagonista conferito ad Adrien Brody per la sua interpretazione in “The Brutalist” sottolinea l’apprezzamento ancora vivo per narrazioni complesse e tematiche socialmente rilevanti. Il film, diretto da Brady Corbet, narra la storia di Làszlo Tòth ovvero un architetto ungherese che emigra negli Stati Uniti dopo esser sopravvissuto all’Olocausto, affrontando le difficoltà di una nuova integrazione in una società ostile.

“Sono qui ancora una volta per rappresentare i traumi persistenti e le ripercussione della guerra. dell’oppressione sistematica, dell’antisemitismo, del razzismo e dell’emarginazione.”

Ha dichiarato Brody durante il suo discorso di accettazione (poi, in un secondo momento, fuori dal palco ha ricevuto una pomiciata da Halle Berry, in ricordo del loro bacio agli Oscar 2003).

Hollywood ha sempre avuto un rapporto ambiguo con il concetto di “cinema sociale”: da un lato, celebra i film che affrontano disuguaglianze e ingiustizie, dall’altro continua a essere un’industria dominata da logiche di profitto e dinamiche esclusive. Il trionfo di alcune scelte progressiste è dunque un segnale di cambiamento, ma resta da capire se l’industria lo seguirà fino in fondo.

La cinquina di “Anora” è certamente un segnale che l’Academy vuole ancora premiare un cinema che parla di marginalità e disuguaglianze. Ma in un’America in cui Trump sta smantellando le riforme sull’equità sociale, tagliando i fondi alla cultura e attaccando la cosiddetta “agenda woke”, queste premiazioni possono ancora essere lette come un atto di resistenza o è solo un’illusione necessaria? Hollywood può continuare a premiare storie di emarginazione senza affrontare il fatto che queste condizioni stanno peggiorando sotto l’attuale governo?

La questione non è solo politica, ma anche economica. L’industria cinematografica ha già subito in passato ripercussioni dalle politiche di Trump, con riduzioni di incentivi per il cinema indipendente e restrizioni sui finanziamenti pubblici per le arti. Il trionfo di film come “Anora” è quindi una dichiarazione di intenti e bisogna capire quanto può resistere un cinema che parla degli “ultimi” quando il sistema che lo sostiene è in bilico.

Le nuove regole di eleggibilità per il Miglior Film, che impongono standard di diversità nei cast e nelle troupe, hanno reso ancora più evidente la distanza tra Hollywood e il governo Trump. Se da una parte queste regole sono state pensate per rendere il cinema più rappresentativo, dall’altra hanno creato il sospetto che l’inclusione sia diventata più una questione di immagine che di sostanza.

Con un’amministrazione che minaccia di ridurre ulteriormente i fondi per le produzioni indipendenti e che ha già mostrato ostilità nei confronti dell’industria culturale, Hollywood si trova in un bivio. Continuare a resistere significherà entrare in rotta di collisione con il potere politico, ma abbandonare questa battaglia significherebbe perdere la propria identità progressista.

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