Quando Stranger Things è arrivata su Netflix nel 2016, è stato subito chiaro che non si trattava solo di una serie TV di fantascienza con ragazzi in bicicletta e mostri inquietanti. Parliamo di una gigantesca lettera d’amore al cinema degli anni ’80, quello che profumava di VHS, popcorn e sale giochi.
I Duffer Brothers hanno costruito un universo narrativo che parla la lingua della nostalgia, ma lo fa con intelligenza, citando e rielaborando alcuni dei film più iconici di quel decennio.
E no, non parliamo di semplici copia e incolla, ma riferimenti e rimandi visivi che chiunque ami il cinema riconosce al primo sguardo.
La famosa serie Netflix riesce a fondere generi e immaginari diversi, creando qualcosa di familiare e allo stesso tempo nuovo. E proprio qui sta il suo segreto: ti sembra di averlo già visto, ma non riesci comunque a smettere di guardarlo.
Vediamo allora quali sono i riferimenti cinematografici più evidenti e perché funzionano così bene.
L’avventura dell’infanzia: da I Goonies a Stand by Me
Il cuore pulsante di Stranger Things sono loro: Mike, Dustin, Lucas e Will. Quattro ragazzini legati da un’amicizia pura, che affrontano pericoli molto più grandi di loro armati solo di biciclette, walkie-talkie e tanta immaginazione. Se questa dinamica vi suona familiare, è perché richiama direttamente I Goonies e Stand by Me – Ricordo di un’estate.
Ne I Goonies, un gruppo di bambini affronta un’avventura più grande della loro età, uniti da un senso di appartenenza e da un linguaggio tutto loro. In Stranger Things ritroviamo la stessa energia: battute continue, paure condivise e quel senso di “noi contro il mondo” che rende l’amicizia qualcosa di sacro. Anche l’uso delle biciclette, diventate un simbolo della serie, è un chiaro omaggio al cinema di Richard Donner.

I Goonies
Stand by Me, invece, entra in gioco sul piano emotivo. L’idea dell’infanzia come ultimo spazio di purezza prima del trauma, della perdita e della crescita forzata è centrale sia nel film tratto da Stephen King sia nella serie. La scomparsa di Will Byers nella prima stagione richiama proprio quel viaggio iniziatico verso l’ignoto, in cui i protagonisti non tornano mai davvero come prima. Qui i Duffer brothers dimostrano di saper usare la nostalgia come estetica, ma anche come linguaggio emotivo.
Mostri, laboratori e incubi: Alien e Jurassic Park a Hawkins
Se l’amicizia è l’anima della serie, l’orrore è il suo corpo. E anche qui i riferimenti cinematografici sono tutt’altro che casuali. Il Demogorgone, il Mind Flayer e le creature dell’Upside Down devono moltissimo a Alien di Ridley Scott. Non tanto per l’aspetto (anche se certe inquadrature parlano chiaro, ndr), quanto per la costruzione della tensione.
Come in Alien, il mostro non è subito visibile: lo si intuisce, lo si sente, lo si teme. Le luci intermittenti, i corridoi claustrofobici del laboratorio di Hawkins, la sensazione costante di essere osservati… tutto richiama quell’horror fantascientifico che faceva paura senza bisogno di mostrare tutto.
Poi c’è Jurassic Park, che entra in scena soprattutto nella seconda e terza stagione. L’idea del laboratorio che perde il controllo, della scienza che gioca a fare Dio e crea qualcosa che non può più fermare, è un tema centrale sia nel film di Steven Spielberg sia in Stranger Things. Le sequenze di fuga, i momenti di tensione silenziosa prima dell’attacco e persino certi movimenti di macchina sembrano usciti direttamente dal parco dei dinosauri… solo con qualche tentacolo in più.
Anni ’80, famiglie e magia: Back to the Future, Labyrinth e Home Alone
Oltre all’avventura e all’horror, Stranger Things abbraccia in pieno anche il lato più pop degli anni ’80. Back to the Future è un riferimento costante, soprattutto nel modo in cui la serie guarda al passato: non con ironia, ma con affetto. Il centro commerciale, le luci al neon, le divise colorate… tutto sembra un’estensione visiva di quell’America ottimista e spensierata raccontata da Robert Zemeckis.
Labyrinth, invece, entra in gioco nella dimensione più fiabesca della serie. L’Upside Down è un mondo parallelo che funziona come un labirinto oscuro, governato da regole proprie e popolato da creature simboliche. Come nel film con David Bowie, il viaggio in questo mondo alternativo è anche un percorso di crescita e di consapevolezza.

Labyrinth
E infine Home Alone, forse il riferimento più sottovalutato. Le trappole improvvisate, i piani assurdi ma geniali, la capacità dei ragazzi di difendersi da adulti e mostri apparentemente invincibili richiamano lo spirito del film di Chris Columbus. È l’idea che l’intelligenza e l’ingegno possano battere la forza bruta, un messaggio tipicamente anni ’80 che Stranger Things fa totalmente suo.
Perché Stranger Things è una serie ben riuscita
I Duffer brothers hanno usato il cinema come grammatica, e lo hanno fatto estremamente bene.
I riferimenti ai film anni ‘80 che abbiamo menzionato sono serviti a costruire un immaginario condiviso, in cui lo spettatore si sente a casa.
Ed è qui che sta il superpotere: farci tornare bambini senza trattarci da ingenui. Oggi i remake senza anima la fanno da padrone, ma non è il caso di Stranger Things che dimostra che il passato può essere rielaborato con rispetto, passione e una buona dose di coraggio creativo.
Da bambina mi chiamavano “la piccola scrivana”, forse perché stavo sempre con carta e penna in mano. Soprannome profetico? Chi sa. Intanto porto in borsa biro e taccuino, non si sa mai.