“Numero 10”, lo spettacolo dedicato a Diego Armando Maradona, è andato in scena al Palapartenope di Napoli il 4 ottobre 2026, dopo il debutto del 3 ottobre, andato sold out. Prosa, musica, danza e acrobazia si incontrano in uno spettacolo che non vuole raccontare soltanto il campione argentino, ma soprattutto l’uomo nascosto dietro il mito.
A interpretare Diego è Erasmo Genzini, mentre Lina Sastri veste i panni della madre Doña Tota e Maurizio Casagrande quelli di Ottavio Bianchi. Con loro Giorgio Borghetti, Ivan Granatino, Marino Bartoletti e un ensemble di oltre trenta artisti.
La produzione è di Coloriamo i Sogni e il racconto parte dalla morte di Maradona per tornare all’infanzia argentina e attraversare gli anni napoletani.
Numero 10: la storia di Maradona parte dalla fine
La scelta narrativa di “Numero 10” è una delle caratteristiche più interessanti dello spettacolo: la storia di Maradona comincia dalla sua morte.
Non si parte dall’infanzia nei sobborghi di Buenos Aires, dal primo pallone o dagli anni trascorsi a Napoli. Il pubblico entra nella storia attraverso la fine, attraverso i flash, le immagini, il rumore dei media e la notizia della morte di Maradona nel novembre del 2020.
Poi il tempo torna indietro.
La voce della madre accompagna il pubblico verso l’infanzia di Diego, nei sobborghi di Buenos Aires, dove nasce il talento destinato a diventare il “Pibe de Oro”. Da lì il racconto attraversa la crescita del campione, la fama, gli stadi, le vittorie e l’arrivo a Napoli.
La struttura non segue quindi una biografia tradizionale, ma costruisce il racconto intorno a una domanda: chi era Diego quando smetteva di essere Maradona?
Erasmo Genzini interpreta Diego Maradona
A vestire i panni di Diego Armando Maradona è Erasmo Genzini.

Erasmo Genzini nei panni di Diego Armando Maradona
in "Numero 10" al Palapartenope
Interpretare Maradona a Napoli significa confrontarsi con un’immagine che appartiene ancora profondamente alla memoria della città. Genzini sceglie però di non costruire una semplice imitazione del campione argentino.
Il suo Diego conserva lo slang del Pibe de Oro e attraversa anche le coreografie dello spettacolo, firmate da Rimi Cerloj, ma il lavoro attoriale cerca soprattutto le fragilità e le inquietudini dell’uomo.
Il risultato è un Maradona che non viene raccontato soltanto attraverso le imprese sportive, ma attraverso il peso della fama e della trasformazione di Diego in un personaggio più grande della persona stessa.
Lina Sastri è Doña Tota
Lina Sastri interpreta Doña Tota, la madre di Diego. È uno dei personaggi attraverso i quali “Numero 10” riesce maggiormente a riportare Maradona alla sua dimensione privata. Prima di essere il campione celebrato dal mondo, Diego è infatti un figlio.
Sastri non si limita alla recitazione: il canto diventa parte integrante della narrazione. La sua voce accompagna il rapporto tra madre e figlio e introduce una dimensione affettiva che mette in comunicazione Buenos Aires e Napoli. Doña Tota rappresenta così una delle poche figure capaci di vedere Diego prima ancora di vedere Maradona.
Il cast di Numero 10
Accanto a Genzini, Sastri e Casagrande, lo spettacolo porta sul palco diversi personaggi legati alla storia sportiva e personale di Maradona.
Maurizio Casagrande interpreta Ottavio Bianchi, l’allenatore del Napoli del primo scudetto. Il suo personaggio rappresenta lo sguardo del tecnico, chiamato a confrontarsi con il talento e la personalità del campione.
Giorgio Borghetti veste invece i panni del Giornalista, attraverso il quale lo spettacolo affronta il rapporto spesso conflittuale tra Maradona e i mezzi di comunicazione.
Il giornalista diventa quasi un antagonista: rappresenta il mondo che osserva, racconta e giudica, contribuendo allo stesso tempo alla costruzione del mito.
Ivan Granatino porta invece in scena la voce del popolo attraverso il rap, introducendo un linguaggio contemporaneo all’interno del racconto.
Completano il cast Francesco Annella, nei panni di Salvatore Bagni, Luca Lombardi, che interpreta Daniel Bertoni, Flavio Troìa, nel ruolo di Peppe Bruscolotti, ed Enzo Diego De Pompeis, che veste i panni di Raffaele Di Fusco.
In scena anche un ensemble di ballerini e acrobati guidata dalle coreografie di Rimi Cerloj.
La scenografia di Numero 10
La dimensione visiva è uno degli elementi centrali dello spettacolo.
La scenografia di Fabio Masetti non cerca di ricostruire in modo realistico Buenos Aires, Napoli o uno stadio. Quattro grandi torri rotanti, alte circa sette metri e mezzo, modificano continuamente lo spazio scenico.
I luoghi diventano così soprattutto dimensioni della vita di Diego: l’infanzia, la gloria, il successo, il giudizio, la caduta e la trasformazione del calciatore in mito.
Anche la musica segue questo percorso. La partitura originale di Phil Mer mette insieme orchestra, elettronica, percussioni, sonorità argentine e richiami alla tradizione napoletana.
Buenos Aires e Napoli si incontrano così anche attraverso il linguaggio musicale.
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Maradona e Napoli: il campione diventa parte della città
Uno dei momenti più simbolici di “Numero 10” arriva quando Diego, schiacciato dal peso della fama, trova rifugio in una chiesa e incontra un anziano sacerdote napoletano. È una scena nella quale il campione lascia spazio all’uomo.
Ancora più forte è quella dell’albero di Natale: davanti ai desideri lasciati dai napoletani, Maradona legge il proprio nome accanto alle speranze della città.
È il momento nel quale lo spettacolo prova a raccontare perché il rapporto tra Maradona e Napoli sia andato ben oltre il calcio.
Diego non ha soltanto vinto delle partite. Per una città che per anni aveva vissuto all’ombra delle grandi realtà calcistiche del Nord, Maradona è diventato il simbolo della possibilità di sentirsi finalmente grande.
Il pubblico del Palapartenope diventa parte dello spettacolo
Raccontare Maradona a Napoli significa inevitabilmente confrontarsi con la memoria del pubblico.
Già durante la prima serata del 3 ottobre, gli spettatori avevano reagito in diversi momenti con cori da stadio, trasformando il Palapartenope in qualcosa di diverso da una semplice platea teatrale.
Anche durante la seconda serata del 4 ottobre la storia di Maradona ha incontrato i ricordi personali degli spettatori.
È probabilmente uno degli aspetti più particolari dello spettacolo: il pubblico non osserva semplicemente una storia conclusa, ma si trova davanti a un personaggio che a Napoli continua a essere presente.
La memoria collettiva diventa quindi parte della rappresentazione.
Marino Bartoletti e il finale di Numero 10
Dopo aver attraversato l’infanzia, la gloria, Napoli e le fragilità di Diego, il racconto torna inevitabilmente al punto di partenza.
A chiudere lo spettacolo è Marino Bartoletti, che ha collaborato alla sceneggiatura con Carolina Fanelli e interpreta il monologo finale.
Nel finale la cronaca lascia spazio alla memoria. Bartoletti parla a Diego come si parlerebbe a una persona che non c’è più, ricordando il legame con Napoli e una presenza che, nonostante siano trascorsi quasi sei anni dalla sua morte, continua a essere fortissima.
Il brano che accompagna la chiusura è una nuova versione de “Il fantasista” di Enrico Ruggeri.
Come nasce lo spettacolo Numero 10
“Numero 10” nasce dalla volontà della regista Carolina Fanelli di distinguersi dalle numerose opere già dedicate a Maradona.
Fanelli, proveniente dalla scrittura cinematografica e dal teatro, ha scelto un linguaggio ibrido nel quale cinema e teatro si incontrano.
La collaborazione con Marino Bartoletti ha permesso di costruire il racconto attraverso documenti, testimonianze e materiali originali, cercando di evitare una rappresentazione stereotipata del campione argentino.
La produzione è di Coloriamo i Sogni, con le musiche originali di Phil Mer, le scene di Fabio Masetti, le coreografie di Rimi Cerloj e il trucco di Ciro Florio.
La scelta di Napoli per il debutto non è casuale. Lo spettacolo arriva infatti nell’anno del centenario del Napoli, proprio nella città nella quale Maradona ha smesso di essere soltanto un calciatore argentino ed è diventato patrimonio di una comunità.
Perché si chiama Numero 10
Alla fine dello spettacolo, il titolo “Numero 10” assume un significato più profondo. Non indica soltanto il numero sulla maglia di Maradona. È il numero attraverso il quale milioni di persone hanno riconosciuto un campione, ma anche il simbolo di una persona che ha dovuto trascorrere la propria vita cercando di convivere con un’immagine diventata gigantesca.
“Numero 10” prova allora a fare qualcosa di difficile: togliere per qualche ora la divinità a Maradona per restituire Diego a Napoli.
E forse è proprio per questo che, quando lo spettacolo finisce, il Palapartenope non sembra avere assistito soltanto a una rappresentazione teatrale.
Per qualche ora è sembrato uno stadio.
E Diego, ancora una volta, è sembrato essere lì.

Il mio nome è Rosanna, decisamente una nerd che ha fatto delle sue passioni un lavoro. Sono appassionata di musica e di tecnologia da sempre e il mio sogno nel cassetto è creare qualcosa nel settore energetico che possa cambiare il mondo.. spero di riuscirci un giorno!