Erasmo Genzini vestirà i panni di Diego Armando Maradona nello spettacolo prodotto da Coloriamo i Sogni. Nel cast anche Lina Sastri, Maurizio Casagrande, Giorgio Borghetti e Ivan Granatino. La regia è di Carolina Fanelli, con la collaborazione di Marino Bartoletti alla sceneggiatura.

Sarà il Teatro Palapartenope di Napoli a ospitare, 3 e 4  ottobre 2026, la prima assoluta di “Numero 10”, lo spettacolo epico e monumentale ispirato alla vita di Diego Armando Maradona e prodotto da Coloriamo i Sogni.

Un progetto che sceglie di raccontare il Pibe de Oro non soltanto attraverso le imprese sportive e il mito costruito intorno alla sua figura, ma soprattutto attraverso l’uomo, le sue fragilità, le sue paure, la solitudine e il rapporto con la gloria e con le persone che lo hanno amato.

A interpretare Maradona sarà Erasmo Genzini, affiancato da Maurizio Casagrande, nei panni di Ottavio Bianchi, Giorgio Borghetti, che interpreterà il Giornalista, e Ivan Granatino, chiamato a portare in scena la voce del popolo attraverso il rap. La partecipazione straordinaria è di Lina Sastri, nel ruolo della madre di Diego.

Completano il cast un ensemble di ballerini e acrobati, con le coreografie di Rimi Cerloj. Le musiche originali sono firmate da Phil Mer.

La regia è di Carolina Fanelli, che ha curato anche la sceneggiatura insieme al giornalista Marino Bartoletti, autore e interprete del monologo conclusivo dello spettacolo.

Maradona oltre il mito

“Numero 10” non nasce come una narrazione documentaristica. Il punto di vista scelto dagli autori è quello dell’interiorità: l’uomo dietro il mito, con le sue contraddizioni e le sue fragilità.

Il racconto parte dalla fine, dalla morte di Maradona, annunciata dai flash e dal rumore dei media. È la voce della madre a interrompere quel presente e a riportare la storia indietro, fino ai sobborghi poverissimi di Buenos Aires, all’infanzia di Diego e a quel talento nato per strada.

Da qui prende forma un viaggio che attraversa Buenos Aires, Napoli, gli stadi e i luoghi della memoria, alternando recitazione, musica, danza, acrobazia e immagini.

«Ho cercato di dare a questo spettacolo un’identità precisa, differenziandolo dalle molte opere già dedicate a Maradona», spiega la regista Carolina Fanelli. «Venendo sia dalla scrittura cinematografica sia dal teatro, ho scelto un linguaggio che fosse un punto d’incontro tra questi due mondi».

Lina Sastri è la madre di Maradona

Tra i personaggi centrali dello spettacolo c’è la madre di Diego, interpretata da Lina Sastri. La sua presenza assume un valore intimo e simbolico: il canto diventa la voce della madre che protegge, accompagna e culla il figlio. Accanto a lei compaiono altre figure che rappresentano alcune delle dimensioni fondamentali della vita di Maradona.

Maurizio Casagrande, nei panni di Ottavio Bianchi, interpreta l’Allenatore, che guarda a Diego innanzitutto come calciatore. Giorgio Borghetti è invece il Giornalista, figura che rappresenta il rapporto conflittuale tra Maradona e il mondo dell’informazione e che diventa una sorta di antagonista del protagonista.

Ivan Granatino porta sul palcoscenico la voce del popolo attraverso il rap, dando alla Napoli di “Numero 10” un linguaggio contemporaneo.

«Napoli è una città che fa rumore, e il rumore e l’amore sono quasi inseparabili», spiega la regista. «Il rap è un linguaggio contemporaneo capace di attraversare le generazioni, proprio come la storia di Maradona».

Maradona e Napoli, il legame con il popolo

È soprattutto a Napoli che il racconto assume una dimensione simbolica. Quando Diego è ormai schiacciato dal peso della fama, trova rifugio in una chiesa e incontra un anziano prete napoletano. È attraverso questo incontro che riemerge l’uomo, oltre il campione.

Tra le scene più evocative dello spettacolo c’è quella ambientata davanti a un grande albero di Natale sul quale i napoletani appendono i propri desideri. Maradona legge il proprio nome accanto alle speranze della città e comprende così il significato più profondo del rapporto con Napoli: aver restituito sogni e dignità a un popolo.

Un passaggio che lega la dimensione privata del protagonista a quella collettiva di una città che ha trasformato il calciatore argentino in un simbolo destinato a superare i confini dello sport.

Marino Bartoletti firma il racconto finale

La collaborazione con Marino Bartoletti nasce da un accurato lavoro di ricerca tra fonti, testimonianze, documenti e materiali originali.

L’obiettivo è restituire la complessità di Diego Armando Maradona, evitando una lettura stereotipata e andando oltre la sola dimensione sportiva.

A chiudere “Numero 10” sarà proprio Bartoletti, con un monologo scritto e interpretato dal giornalista, nel quale il racconto torna al momento della morte di Maradona.

Ma questa volta non sarà la cronaca a prevalere. Il finale si concentra su ciò che resta dopo la scomparsa del campione: un uomo capace di accendere sogni e un mito che continua a vivere oltre il tempo.

La musica di Phil Mer e la colonna sonora dello spettacolo

Le musiche originali di “Numero 10” sono firmate da Phil Mer, musicista che ha collaborato con artisti come Pino Daniele, Pooh e Zucchero.

La partitura è stata composta appositamente per lo spettacolo e accompagna la narrazione con un’impostazione cinematografica. Lo stile musicale è contaminato: l’orchestra classica incontra l’elettronica, mentre le percussioni assumono un ruolo centrale, anche attraverso il campionamento di suoni prodotti da oggetti non convenzionali.

La colonna sonora attraversa diversi linguaggi: dai vortici ritmici pensati per evocare l’energia di uno stadio alle melodie cantate, passando per richiami alla musica popolare argentina e napoletana. Due tradizioni geograficamente lontane che nello spettacolo trovano un punto di contatto anche attraverso la musica.

Le quattro torri rotanti della scenografia

Anche la scenografia contribuisce a costruire il linguaggio teatrale di “Numero 10”. La scena, curata da Fabio Masetti, non punta alla ricostruzione realistica dei luoghi attraversati dalla vita di Maradona. Gli spazi vengono invece trasformati attraverso una struttura scenografica composta da quattro torri rotanti alte sette metri e mezzo.

Ogni lato delle torri racconta una diversa dimensione della vita del campione: Buenos Aires, Napoli e lo stadio, luoghi che diventano metafore dell’infanzia, della gloria, del giudizio e della trasformazione dell’uomo in mito.

«Queste torri non sono solo scenografia: sono un rito, una rotazione, un viaggio attraverso le metamorfosi di un uomo irripetibile», racconta Fanelli.

Anche l’impianto visivo riflette questa scelta. Colori scuri, ruggine, polvere e cenere accompagnano una storia nella quale la grandezza di Maradona convive con l’ombra e con le sue contraddizioni.

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