C’è una Napoli che non fa rumore, che si muove lenta tra i vicoli e respira tra un balcone e il mare. È la Napoli raccontata da Tommaso Primo, dove l’amore è fragile ma ostinato, dove “ce stamme cercanne ancora” anche quando tutto sembra andare storto. Le sue canzoni parlano di cuori che inciampano, di sogni che resistono e di quella malinconia dolce che sa trasformarsi in rivoluzione gentile.

Il suo esordio discografico arriva nel 2013 con l’album Posillipo INT 3 e due anni dopo nel 2015 esce Fate, sirene e samurai, lavoro che attira subito l’attenzione per la capacità di raccontare Napoli lontano dagli stereotipi, con uno sguardo diverso, poetico ma anche disincantato. Nel 2018 esce 3103, progetto più maturo e introspettivo, seguito nel 2021 da Favola Nera, album che conferma la sua scrittura. L’ultimo album, uscito nel dicembre del 2024 è Vangelo Secondo Primo.

Il suo stile lo si riconosce nell’uso sapiente della lingua napoletana, nella capacità di trasformare storie quotidiane in piccoli racconti universali e in una poetica che oscilla tra romanticismo e realismo urbano. Oggi è considerato uno degli interpreti più rappresentativi della nuova canzone d’autore napoletana.

In questa intervista ci racconta da dove nascono le sue parole, quanto per lui sia importante raccontare storie e perché, nonostante tutto, vale ancora la pena crederci.

Il tuo percorso parte da Napoli. Quanto la città influenza il tuo modo di scrivere e di fare musica?

Napoli è una città protagonista, nelle scelte di vita dei suoi figli. Ne plasma il pensiero, la visione, l’arte di saper adattarsi. Ha un bagaglio culturale paragonabile a quello di un continente e poi, ha il magma, una fonte inesauribile di energia. È una città “invadente”, maestra, perennemente partecipe. Nel mio caso, mi ha aiutato tantissimo ad affilare la mia empatia.

Ti senti più cantautore “classico” o più vicino alla scena indie contemporanea?

Mi sento un menestrello fuori luogo. 

Nei tuoi brani c’è spesso un forte senso narrativo. Quanto conta per te raccontare storie rispetto alla melodia?

Le storie arrivano, sono come i colpi di fulmine. Scherzosamente, a chi me lo chiede, rispondo che i fantasmi mi vengono a trovare di notte e mi chiedono di scrivere una canzone per loro. Leggo e osservo molto. Da queste azioni nasce la mia deformazione narrativa.  

C’è stato un momento preciso in cui hai capito che la musica sarebbe stata la tua strada?

L’esigenza di raccontare nasce e si evolve con te. Chi è artista dentro lo è per (e da) tutta la vita. È una necessità della mente e del corpo. Volevo così tanto scambiare energia con il prossimo che è stata quasi una cosa naturale. 

C’è un brano del tuo repertorio che senti particolarmente rappresentativo della tua identità artistica?

Mi piace molto Blue Anjel, che racchiude tutte le mie anime. È la storia d’amore “maledetta” tra un angelo e un diavolo che decidono di sovvertire alle leggi supreme imposte da Dio. Come ? Innamorandosi. E se la vita fosse il Paradiso ? Ce lo siamo mai chiesti ?

Quali artisti o autori influenzano maggiormente la tua scrittura?

Gabo Marquez, Makashi Kishimoto, Raffaele Viviani.

Come vedi la scena musicale napoletana di oggi?

Non esiste la scena napoletana. Esistono le scene. Mi piace chi ha cose da dire, e ti dirò, viva le cantautrici che hanno tra le dita tanta verità!

Pensi che oggi sia più facile o più difficile fare il cantautore rispetto al passato?

Molto più difficile. Viviamo nell’era dell’iperproduzione, e secondo me ci perdiamo cose meravigliose e subiamo cagatoni inossidabili. Mi piacerebbe ci fosse più spazio per generi diversi. Si parla solo di rap, urban. Le radio necessitano di standard soliti. Io direi: più democrazia nelle programmazioni  

Se dovessi descrivere la tua musica con tre parole, quali sceglieresti?

Dispettosa, sciantosa, straziata. 

Progetti per il futuro?

Sto rincorrendo la leggerezza, chissà se l’afferrerò.
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