William Orbit è stato uno dei maggior innovatori musicali negli anni Novanta. Nato William Mark Wainwright nel 1956 a Shoreditch, Londra, ha da subito costruito una carriera particolare dedicandosi ai remix e contemporaneamente alla composizione, e produzione di musica propria. Un innovatore silenzioso che distante dai riflettori ha rimodellato la morfologia musicale e l’estetica pop portando una visione artistica fortemente identitaria.
Il produttore inglese cresce nelle floride sottoculture britanniche tra gli anni settanta e ottanta, in un ambiente attraversato soprattutto dal post-punk. proprio in questi contesti nasce l’idea che la tecnologia possa diventare uno strumento creativo, non soltanto un mezzo per riprodurre una canzone. Orbit viene totalmente travolto dalla new wave britannica con i suoi synth ipnotici e le drum machine martellanti, ma il suo immaginario musicale si amplia presto verso le avanguardie dell’elettronica europea.
La scoperta del krautrock e dei Kraftwerk, insieme alla ricerca elettronica tedesca, gli mostra la possibilità di mettere in dialogo la sperimentazione sonora con una nuova idea di composizione. Quando negli anni ottanta, la musica elettronica diventa un linguaggio William Orbit è tra i primi pionieri a essere influenzato non solo dalla dance e dalla techno ma anche dalle forme sperimentali dell’ambient, dell’house e del trip-hop.
È proprio questa concezione a diventare fondamentale negli anni Novanta. Orbit svilupperà progressivamente un metodo nel quale produrre significa intervenire sulla materia stessa della musica, modificandone timbri, spazi, ritmi e strutture. Con gli artisti con cui collaborava, Orbit non si limitava a modellarsi sul loro stile: lo trasformava dall’interno, cercando di cambiare la percezione sonora dell’artista.
Il produttore inglese scomparso il 26 luglio scorso ha profondamente cambiato il linguaggio del pop mondiale portando l’elettronica al centro della rivoluzione musicale. Ma Orbit non procede semplicemente dalla musica elettronica al pop: parte dalla sperimentazione underground, assimila ambient, dub, house, techno e musica concreta, e solo dopo porta quel linguaggio dentro il mainstream.
I remix del primo William Orbit
C’è un elemento particolarmente importante nella sua formazione: la cultura del remix. Orbit appartiene a una generazione di musicisti per cui una canzone non è necessariamente un oggetto definitivo. Può essere smontata, rallentata, filtrata, campionata e ricostruita, assumendo una forma completamente diversa da quella originale. Il remix diventa così non soltanto una pratica legata alla club culture, ma una vera e propria forma di composizione. Pur non essendo un progetto ufficiale, come un disco o un LP i remix di Orbit rappresentano uno dei suoi lavori più interessanti. Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, Orbit interviene sulle produzioni di artisti come Madonna, Prince e Sting, trattando la canzone originale come una materia sonora da scomporre e ricostruire. Tra i brani su cui lavora figurano “Justify My Love” e “Erotica” di Madonna, “The Arms of Orion” di Prince e “Englishman in New York” di Sting.
Madonna: la rivoluzione di Ray of Light
La consacrazione arriva nel 1998 con Madonna e Ray of Light. Dopo aver già lavorato sui suoi brani come remixer, Orbit diventa uno degli architetti principali della trasformazione sonora dell’artista americana. La sua produzione porta nel pop elementi provenienti dalla techno, dall’ambient, dalla trance e dalla musica elettronica, senza rinunciare alla centralità della melodia e della voce. Brani come Frozen, Drowned World/Substitute for Love e Ray of Light mostrano come la sua estetica possa diventare contemporaneamente sofisticata e accessibile. Il successo dell’album segna un passaggio fondamentale: un linguaggio nato nei circuiti elettronici e nella cultura dei club entra definitivamente nel cuore del mainstream, contribuendo a ridefinire il suono del pop alla fine degli anni Novanta.
13 – Blur: l’elettronica incontra il rock alternativo
Nel 1999 Orbit porta la propria sensibilità produttiva in un territorio apparentemente distante dal pop elettronico di Madonna: quello dei Blur. Con 13, il produttore britannico contribuisce a spingere la band oltre i confini del britpop, introducendo una dimensione più psichedelica, elettronica e sperimentale. Chitarre distorte, manipolazioni sonore, loop e stratificazioni elettroniche convivono con la scrittura di Damon Albarn, creando un album frammentato e intimamente inquieto. 13 dimostra così che l’approccio di Orbit non dipende da un genere specifico: la sua vera cifra consiste nella capacità di intervenire sulla materia sonora di un artista e modificarne la percezione, mantenendone però riconoscibile l’identità.