Omero non poteva immaginarlo. Aveva scritto il poema fondativo della letteratura occidentale, una storia di guerra, mare e nostalgia che avrebbe attraversato tremila anni e adesso si trova al centro di una guerra molto più moderna, combattuta a colpi di post su X, interviste a Elle e dichiarazioni a Time Magazine.
The Odyssey di Christopher Nolan è atteso nelle sale il 16 luglio 2026. Eppure il dibattito che lo circonda sembra già aver raggiunto l’intensità di un kolossal per scelte che, secondo una certa parte di internet, costituirebbero niente meno che un crimine contro la civiltà occidentale.
Il cast che ha diviso il mondo
Partiamo dai fatti. La produzione vede Matt Damon nel ruolo di Odisseo, affiancato da Tom Holland, Robert Pattinson, Anne Hathaway, Lupita Nyong’o, Zendaya nel ruolo di Atena e Charlize Theron come Circe. Un ensemble di altissimo livello, per quello che si preannuncia come il film più costoso della carriera di Nolan, con un budget stimato di 250 milioni di dollari.
Su carta, dovrebbe essere motivo di entusiasmo. In pratica, è diventato il pretesto per uno degli scontri culturali più rumorosi degli ultimi mesi.

Anne Hathaway in The Odyssey
Tutto è partito dal casting di Lupita Nyong’o, scelta per interpretare il doppio ruolo di Elena di Troia e sua sorella Clitemnestra. Per i sostenitori della corrente “anti-woke”, tra cui il proprietario di X, Elon Musk, e il commentatore di destra, Matt Walsh, questa decisione costituirebbe un atto di razzismo anti-bianco con l’intenzione di cancellare la storia europea attraverso il cosiddetto race swapping.
Musk si era già espresso in febbraio, postando su X: “Chris Nolan ha perso la sua integrità”, in risposta a utenti che contestavano la presenza di un’attrice nera nel ruolo di un personaggio descritto come dalla carnagione chiara e dai capelli biondi nel poema omerico.
Matt Walsh aveva rincarato la dose sostenendo che “nessuno sul pianeta pensa davvero che Lupita Nyong’o sia la donna più bella del mondo” e definendo Nolan un codardo.
Benvenuti nel dibattito culturale del 2026.
Le voci dal set: cosa hanno detto i diretti interessati
A differenza di molti colleghi che in situazioni simili scelgono il silenzio, Lupita Nyong’o ha risposto con una calma che, francamente, fa più effetto di qualsiasi controattacco.
In un’intervista con Elle, l’attrice ha liquidato le polemiche con quattro parole: “Questa è una storia mitologica”. Ha poi aggiunto che il cast riflette la portata universale dell’opera: “È qualcosa di grandioso far parte di The Odyssey, perché abbraccia mondi interi. Ecco perché il cast è quello che è. Stiamo occupando la narrativa epica del nostro tempo”.
Sulle critiche, Nyong’o ha scelto di non sprecare energie: “Non sto spendendo il mio tempo a costruire una difesa. Le critiche esisteranno, che io mi impegni o no”. E sul ruolo: “Ero profondamente onorata che mi fosse stata affidata questa parte. Intendo dire: lei è iconica. Cos’altro posso aggiungere?”
Christopher Nolan ha risposto pubblicamente alle polemiche con la stessa solidità che caratterizza il suo cinema. Il regista ha difeso la scelta del casting e ha rivelato che Nyong’o era sempre stata la sua prima scelta per il ruolo di Elena di Troia.
Travis Scott, Omero e il rap come tradizione orale
Non è solo il caso Nyong’o a far discutere. Un’altra scelta di casting che ha sorpreso e diviso pubblico e critica vede Travis Scott nel ruolo di un aedo, un cantore epico.
Qui però Nolan ha fornito una spiegazione che merita di essere ascoltata, prima di essere derisa. Parlando con Time Magazine, il regista ha dichiarato: “L’ho scritturato perché volevo rendere omaggio all’idea che questa storia sia stata tramandata come poesia orale, il che è analogamente paragonabile al rap”.

Zendaya in The Odyssey
Nel trailer, Scott appare vestito da narratore mentre recita versi sulla guerra di Troia.
È una lettura legittima e non banale. Il rap, come forma moderna della tradizione orale, è un’idea che molti studiosi di cultura hanno esplorato da decenni. Che piaccia o no come scelta artistica, almeno ha una logica interna. Il che, in questo dibattito, è già un risultato.
L’accuratezza storica e la domanda che conta davvero
Oltre al casting, una parte delle critiche ha riguardato i dettagli visivi mostrati nel trailer, considerati poco fedeli all’epoca micenea.
Nolan ha risposto anche su questo fronte. Sulle armature, ha spiegato: “Ci sono daghe micenee in bronzo annerito. La teoria è che probabilmente potevano annerire il bronzo all’epoca. Si prende il bronzo, si aggiungono oro e argento e poi si usa lo zolfo. Con Agamennone, la nostra costumista Ellen Mirojnick stava cercando di comunicare quanto fosse elevato rispetto agli altri, e lo si fa attraverso materiali che sarebbero stati molto costosi”.
Ma qui emerge la domanda più interessante: quanto deve essere fedele un adattamento cinematografico di un testo che è già, di per sé, un’interpretazione?
L’Odissea è stata riscritta, tradotta, adattata e reinterpretata per tremila anni. Ogni epoca l’ha modellata a propria immagine, dal teatro greco alla pittura rinascimentale, dai romanzi modernisti di Joyce fino alle versioni a fumetti. L’idea che esista una versione autentica da difendere contro Nolan è, quanto meno, ingenua.
Il vero fenomeno: quando le polemiche diventano il film
C’è un meccanismo che vale la pena nominare esplicitamente, perché è sempre più centrale nel cinema contemporaneo.
The Odyssey non è ancora uscito. Nessuno l’ha visto. Eppure è già diventato un fenomeno mediatico di proporzioni notevoli alimentato non dalla qualità dell’opera, ma dalla capacità di ogni singola scelta artistica di innescare una reazione a catena sui social.

Benny Safdie in The Odyssey
Musk ha definito Nolan un “razzista anti-bianco che ha perso la sua integrità” per aver scritturato un’attrice kenyana vincitrice di un Oscar. Matt Walsh ha usato il film per costruire contenuti per il suo pubblico. Internet ha commentato, condiviso, litigato e nel frattempo la macchina dell’hype ha macinato visibilità gratuita per un film da 250 milioni di dollari.
Perché vale ancora la pena aspettare The Odissey
Al netto del rumore, The Odyssey porta in sé alcune premesse che, oggettivamente, lo rendono uno degli eventi cinematografici dell’anno.
Un regista come Nolan, capace di portare Oppenheimer, un film di tre ore sulla fisica nucleare, a diventare il terzo maggiore incasso della storia per un film vietato ai minori, è alle prese con il testo fondativo della letteratura epica. Con un cast di primissimo ordine e un budget che promette immagini sensazionali.
E soprattutto: la storia di Odisseo, che dopo vent’anni cerca di tornare a casa, attraversando mostri, dei e tentazioni. Una storia che parla di qualcosa di universale.
Che poi, è anche il motivo per cui Lupita Nyong’o ha ragione: i miti appartengono a tutti. Non si ereditano per diritto di nascita. Si conquistano ogni volta che li si raccontano, ancora e ancora.
Come ha fatto, nel suo piccolo, anche questo dibattito.
Da bambina mi chiamavano “la piccola scrivana”, forse perché stavo sempre con carta e penna in mano. Soprannome profetico? Chi sa. Intanto porto in borsa biro e taccuino, non si sa mai.