C’è una regola non scritta a Hollywood: il cambiamento è sempre il benvenuto, purché non tocchi il tuo lavoro. Vale per gli scioperi, per le piattaforme di streaming, per la CGI. E vale, oggi più che mai, per l’intelligenza artificiale.
L’AI è già nei film che avete visto. È nelle voci di attori che recitano in una lingua che non parlano. È nelle armature generate al computer, nelle folle digitali, nelle performance modificate in post-produzione. Potrebbe persino essere nell’attore che vedete sullo schermo che in realtà non esiste.
Ci troviamo nel bel mezzo del dibattito più acceso, contraddittorio e rivelatore che abbia mai toccato Hollywood. Dove le posizioni cambiano a seconda di chi parla, del giorno in cui parla e di quali interessi economici ha sviluppato nel mentre.
Il caso che ha aperto gli occhi a tutti: The Brutalist ed Emilia Pérez
La stagione dei premi 2025 è stata di quelle che si ricordano. Non tanto per i film in gara, ma per una domanda che nessuno aveva mai dovuto porre prima: questi film hanno usato l’AI? E se sì, è accettabile?
Sia The Brutalist che Emilia Pérez sono stati al centro della polemica dopo che è emerso che entrambi avevano usato la software house Respeecher per modificare le voci degli attori.

The Brutalist
Nel caso di The Brutalist, la questione riguardava l’accento ungherese dei protagonisti. Il regista Brady Corbet aveva difeso la scelta dichiarando: “Siamo stati molto attenti a preservare le loro performance”. La tecnologia era stata usata per affinare la pronuncia e l’accento, non per sostituire gli attori.
Una distinzione sottile, ma fondamentale, che però non ha convinto tutti. E ha aperto un vaso di Pandora che Hollywood fatica ancora a richiudere.
Le voci del settore: due posizioni, nessuna semplice
Sul fronte dei catastrofisti c’è James Woods, che non ha usato mezze misure. In un’intervista televisiva a fine 2025, l’attore Premio Oscar ha dichiarato: “L’AI è la fine degli attori umani. Sono categorico su questo. La gente dice che sto esagerando… è la stessa cosa che dissero quando il cinema muto passò ai film sonori”.
È una posizione scomoda da liquidare. Perché la storia dà ragione a chi prende sul serio le rivoluzioni tecnologiche, anche quando sembrano esagerate.
Dall’altra parte del ring c’è Ben Affleck, che a gennaio 2026 è diventato, suo malgrado, il volto del pragmatismo hollywoodiano sul tema AI. Durante un’apparizione al Joe Rogan Experience, ha offerto quello che molti hanno definito il monologue più lucido mai sentito su questo argomento da una star di Hollywood.
L’attore sostiene che: “Se provi a far scrivere qualcosa a ChatGPT o Gemini, è roba pessima. Ed è pessima per sua stessa natura, perché punta alla media. Può essere uno strumento utile se sei uno scrittore e hai bisogno di un esempio di lettera in ritardo, ma non credo che riuscirà a scrivere qualcosa di significativo, né a fare film dal nulla”.
Già in una precedente occasione, l’attore aveva detto: “I film saranno una delle ultime cose a essere rimpiazzate dall’AI. L’AI può scriverti un’ottima imitazione di versi elisabettiani che suonano shakespeariani; non può scriverti Shakespeare”.
Parole di grande effetto, ma con un piccolo problema: a marzo 2026, Affleck ha venduto a Netflix la sua società di AI, InterPositive, di cui nessuno sapeva l’esistenza. Nel video di annuncio dell’accordo, l’attore ha dichiarato di aver cambiato idea sull’AI: inizialmente preoccupato dal suo impatto, ora la considera un’innovazione davvero significativa.
A quanto pare, Hollywood è piena di sorprese (e di contratti redditizi).
Tilly Norwood e il momento in cui la fantascienza è diventata cronaca
Se volete capire perché le paure di James Woods non siano così campate in aria, basta un nome: Tilly Norwood.
Nell’autunno 2025, Tilly Norwood, un personaggio interamente generato dall’AI, ha debuttato come prima attrice AI, scatenando una controversia nell’intera industria sul ruolo che le nuove tecnologie hanno nella sostituzione dei ruoli umani.

Tilly Norwood
Non parliamo di un semplice effetto speciale, ma proprio di un personaggio pensato per funzionare come un attore. Con un’identità, un’immagine e una presenza mediatica tutta sua.
Affleck stesso l’aveva citata esplicitamente dicendo che “l’idea di fare film in questo modo è una stronzata” e che non avrebbe funzionato. Salvo poi, come abbiamo visto, fondare una società AI in segreto.
Le regole che l’industria ha cercato di darsi
In mezzo a tutto questo, il settore ha provato a costruire delle tutele, con risultati parziali ma significativi.
Nel 2023, il SAG-AFTRA aveva già condotto il suo sciopero più lungo della storia, motivato in parte proprio dalla necessità di stabilire protezioni per gli attori contro le repliche digitali. Le intese raggiunte hanno introdotto principi fondamentali: l’AI non può essere considerata autrice di una sceneggiatura e le produzioni devono ottenere il consenso esplicito degli attori prima di usare la loro immagine o voce attraverso sistemi artificiali.
Ma i contratti scadono. Le trattative si rinnovano nel 2026 e Hollywood si sta preparando a un’altra potenziale interruzione del lavoro. Nel frattempo, i grandi studios usano l’AI in modi che preferiscono non pubblicizzare troppo per non irritare sindacati e talenti.
I pro, i contro e la domanda che nessuno riesce a risolvere
Detto questo, è giusto riconoscere che l’AI porta con sé possibilità concrete e non banali.
Affleck ha citato l’esempio delle location impossibili: “Non dobbiamo andare al Polo Nord. Possiamo girare la scena qui con i nostri parka, e poi far sembrare realisticamente che siamo al Polo Nord. Ci fa risparmiare un sacco di soldi e di tempo”. È un vantaggio pratico, reale, che potrebbe democratizzare la produzione cinematografica permettendo a budget indipendenti di realizzare cose altrimenti inaccessibili.

Emilia Perez
Sul fronte dei rischi, invece, restano aperte questioni che nessuna tecnologia può risolvere da sola: chi possiede la performance digitale di un attore morto? Chi viene pagato quando una voce generata dall’AI sostituisce quella di un doppiatore? Chi decide cosa è arte e cosa è automazione?
Qual è la vera posta in gioco?
L’AI nel cinema racconta una storia di potere su chi controlla i mezzi di produzione, su chi viene pagato, su chi decide cosa vale come arte e cosa no.
Le voci che abbiamo sentito in questo articolo hanno messo in discussione il concetto stesso di identità: cosa significa fare cinema, cosa significa essere un attore, cosa rimane di umano in un’arte quando le macchine imparano a imitarla.
La grande ironia è che il cinema ha sempre raccontato storie di intelligenze artificiali che minacciano l’umanità. Adesso tocca all’umanità capire come raccontare se stessa in questo momento storico.
E la cosa più onesta che si possa dire, alla fine, è questa: nessuno sa come andrà a finire. Nemmeno chi ha appena venduto una società AI a Netflix.
Da bambina mi chiamavano “la piccola scrivana”, forse perché stavo sempre con carta e penna in mano. Soprannome profetico? Chi sa. Intanto porto in borsa biro e taccuino, non si sa mai.