Immaginatevi di dover rimettere insieme una serie dopo quattro anni di silenzio, due morti nel cast, uno sciopero hollywoodiano, litigi creativi e un cast che nel frattempo era diventato un esercito di star da copertina. Immaginatevi di farlo con Zendaya, Jacob Elordi e Sydney Sweeney come attori principali, tre persone che, tra un Oscar e l’altro, avevano tutto il diritto di non voler tornare. 

Ecco la sfida che Sam Levinson ha affrontato con la stagione 3 di Euphoria.

La serie si è appena conclusa con il finale In God We Trust, ricevendo una risposta mista dalla critica, con ampi elogi per Zendaya, il cast e la qualità visiva. Ma la risposta mista è una valutazione incompleta: quello che Levinson ha fatto con questa stagione è un salto stilistico talmente netto da sembrare quasi una serie diversa. E in un certo senso, lo è.

Lo stesso Levinson lo ha chiarito in un’intervista al New York Times: “In termini di storia che ci eravamo prefissati di raccontare, una storia di dipendenza e le sue conseguenze, questo mi sembra il finale.” Parole nette. E a quelle parole, HBO ha confermato ufficialmente che la serie si è conclusa dopo tre stagioni.

Euphoria diventa un Far West

La trasformazione estetica della stagione 3 è il suo colpo più audace. Levinson ha girato la stagione su pellicola 65mm, abbandonando il look in 35mm delle prime due stagioni in favore di una profondità visiva immensa ed evocativa di classici come C’era una volta il West. Il villain principale, Alamo, si atteggia infatti a cowboy pappone completo di speroni e pistola in fondina.

Zendaya in Euphoria 3

Zendaya in Euphoria 3

È un coraggio registico che paga. Lontanissimo dall’Euphoria delle luci al neon e dei glitter sugli occhi, questo terzo capitolo abbraccia la polvere e le luci del deserto. Un western narrativo che porta i personaggi fuori dall’adolescenza e dentro un’età adulta dove le scelte hanno peso specifico e non ci sono più scuse, ma solo conseguenze.

L’elemento noir emerge con forza in alcune sequenze particolarmente riuscite, come quella in cui Maddy si muove nell’ombra per liberare Cassie, con un’atmosfera da noir anni ’50: tensione silenziosa, regia quasi statica. Levinson dimostra di saper maneggiare il genere con rispetto e intelligenza, senza che sembri mai un esercizio di stile fine a se stesso.

Hans Zimmer al posto di Labrinth: una sostituzione necessaria?

Parliamo dell’elefante nella stanza: Labrinth non c’è, e si sente. La sua firma sonora era diventata inseparabile dall’identità emotiva di Euphoria. La sua assenza è una perdita reale da non sottovalutare.

La stagione 3 è la prima di Euphoria a non essere firmata da Labrinth. Il 23 luglio 2025 era stato annunciato che stava collaborando con Hans Zimmer. Ma il 13 marzo 2026, Labrinth ha pubblicato una storia Instagram con le parole “F*ck Columbia. Double F*ck Euphoria. I’m out. Thank you and good night”, rimuovendo tutta la sua musica dalla serie e lasciando Zimmer come unico compositore.

Hunter Schufer in una scena di Euphoria

Hunter Schafer in una scena di Euphoria

Un addio rumoroso. Un divorzio musicale che avrebbe potuto devastare il tono della stagione. Invece, la partitura orchestrale di Hans Zimmer si è dimostrata profondamente debitrice delle composizioni di Ennio Morricone per Sergio Leone con una musica larga, lenta, epica, perfetta per il respiro western della stagione.

Non è la stessa cosa di Labrinth e non vuole esserlo. Zimmer porta una maturità sinfonica che si sposa con una regia e una sceneggiatura cresciute. Il risultato è una colonna sonora che accompagna gli archi narrativi senza sovrastarli, che lascia respirare le scene di silenzio senza riempirle artificialmente. Una perdita sostituita, se non colmata.

L’evoluzione dei personaggi: nessuno esce illeso 

Nate muore nell’episodio 7, e la sua morte è una delle sequenze più grottesche e moralmente ambigue della serie. Sepolto vivo in una fossa poco profonda con un piccolo tubo d’aria a tenerlo in vita, Cassie aveva tre giorni per raccogliere il denaro necessario a salvarlo. Quando arriva sul posto, è già troppo tardi: un serpente a sonagli è scivolato attraverso la fessura e lo ha ucciso.

Secondo Levinson, la morte di Nate era pianificata fin dall’inizio, e l’idea del serpente è arrivata come omaggio all’influenza western della stagione.

Jacob Elordi in Euphoria 3

Jacob Elordi in Euphoria 3

Nate non viene redento. Viene diminuito da tiranno spaventoso a uomo schiacciato dai debiti, e quella diminuzione è quasi più perturbante della sua cattiveria originale. Erano ragazzi giovani intrappolati in una spirale maledetta. Nate era un ragazzo intrappolato dentro il mostro che suo padre aveva costruito. La tristezza per la sua fine non è compassione per le sue azioni: è il lutto per tutto quello che avrebbe potuto essere, se le cose fossero andate diversamente.

Lexi è l’unica a restare fuori dalla spirale, almeno in superficie. Nel finale, però, la sua rigidità ideologica si ammorbidisce: la fede come sistema chiuso e autoreferenziale cede il passo a qualcosa di più umano, più morbido. 

Maude Apatow in Euphoria 3

Maude Apatow in Euphoria 3

Jules resta nella sua torre di cristallo, sterile e vuota. I colori che un tempo la caratterizzavano nel look e nell’energia sopravvivono solo sulle tele che dipinge, soprattutto quando ritrae Rue. È un’immagine bellissima e malinconica: Jules che trasforma il dolore in arte, ma che non riesce a tradurre quell’arte in vita reale. I colori che non riesce più a indossare li riversa sulla tela. È rimasta sola con le sue pennellate.

Hunter Schafer in Euphoria 3

Hunter Schafer in Euphoria 3

L’arco narrativo di Maddy in questa stagione è forse il più silenzioso e, proprio per questo, il più potente. Maddy finisce intrappolata nell’orbita di Alamo, in un sistema di dipendenza e controllo che ricorda, in forma amplificata e criminale, la dinamica che la aveva tenuta legata a Nate per anni. Non è un caso: Maddy ha sempre gravitato attorno a figure di potere, cercando protezione dove trovava invece prigioni più sofisticate. Quando arriva la fine di Alamo, il suo sollievo è per la liberazione da un intero schema che si ripeteva. Bishop le offre un passaggio a casa: un gesto piccolo, quasi garbato, che sa di nuovo inizio. 

Alexa Demie in Euphoria 3

Alexa Demie in Euphoria 3

Cassie, nel finale, raddoppia la scommessa sulla sua piattaforma OnlyFans e vuole persino aiutare altre ragazze a crescere sullo stesso canale. È una conclusione che divide, ma che ha una sua coerenza: Cassie ha sempre cercato il controllo della propria immagine e, paradossalmente, lo trova così.

Sydney Sweeney in Euphoria 3

Sydney Sweeney in Euphoria 3

Maddy e Cassie: non si è mai trattato di Nate

Tra tutte le relazioni di Euphoria, quella tra Maddy e Cassie è sempre stata la più complessa, la più carica di sottotesto, la più onesta nella sua ambivalenza. Nate era il catalizzatore apparente della loro rottura, ma era sempre stato un pretesto, uno specchio in cui si rifletteva una tensione molto più profonda.

Il finale restituisce loro quello che la serie aveva sempre insinuato: la loro relazione era la vera storia. Sopravvissuta a tutto (al tradimento, alla gelosia, al male reciproco) la loro amicizia resiste. Non si è mai trattato di Nate, ma sempre e solo di loro due.

Il finale di Rue, crudele e inevitabile

(Massima allerta spoiler da qui in poi)

Rue Bennett muore. E lo fa nel modo più spietato possibile: ingannata. Alamo decide di eliminarla in modo insolitamente anticlimatiaco: somministrandole antidolorifici mescolati con fentanyl, contando sul fatto che una tossicodipendente non potesse resistere alla tentazione di prenderli.

Rue indossa le cuffie e riascolta l’audiolibro della Bibbia, ricominciando ancora dalla Genesi in cui si parla, appunto, di inizi. Con quella scelta, Levinson inquadra la morte come la rinascita di un’anima che torna a prima del disastro.

Il finale crudele di Rue è stato criticato da chi sperava in una redenzione più esplicita. Ma aspettarsi un lieto fine da una stagione spietata fino all’osso sarebbe stata un’ingenuità. Rue è rimasta fedele a se stessa fino in fondo rendendo questo un finale che fa male, ma che almeno ha avuto l’onestà di non mentire.

L’omaggio a Sergio Leone 

Il finale di In God We Trust è, nella sua ultima mezz’ora, un tributo in piena regola agli Spaghetti Western di Sergio Leone. Quando Ali scopre che Rue è morta per overdose da fentanyl, deliberatamente somministratole da Alamo, indossa la sua divisa militare, imbraccia un fucile a canna mozza e si dirige al Silver Slipper per affrontarlo.

Il teso faccia a faccia si risolve con una svolta: la pistola di Alamo risulta scarica lasciando ad Ali la possibilità di sparargli in una climax cruenta.

Adewale Akinnuoye-Agbaje in Euphoria 3

Adewale Akinnuoye-Agbaje in Euphoria 3

Il duello richiama esplicitamente la struttura e la tensione dei confronti leoniani: il silenzio, gli sguardi, il tempo che si dilata prima dello sparo. Ed è qui che la serie inserisce un omaggio alla citazione più celebre de Per un Pugno di Dollari.

In effetti, “quando un uomo con una pistola incontra un uomo con un fucile, l’uomo con la pistola è un uomo morto”, è proprio vero perché è esattamente quello che succede negli ultimi 10 minuti: Ali ha il fucile, Alamo la pistola scarica. . .e finisce per avere ciò che si merita.

Volendo guardare a questa scena in una chiave Biblica, ci troviamo dinanzi allo scontro tra bene e male: Ali, che ha sempre cercato di portare anime perse sulla retta via, spazza via il male incarnato in Alamo, colui che attira anime innocenti nel suo luogo di perdizione. Questa conclusione è una vera liberazione che vede la vittoria del bene, anche se per arrivarci abbiamo dovuto perdere Rue durante il cammino.

Il ruolo di Ali: la fede perduta e il prezzo della vendetta

Ali è il personaggio moralmente più complesso di questa stagione, e Colman Domingo, che già aveva vinto l’Emmy per il ruolo, consegna un’interpretazione stratificata e quasi irrisolta.

La parte di Ali nel finale è la storia di un uomo che perde la fede nella riparazione lenta. Si sveglia, trova Rue morta, analizza le pillole e scopre che erano fentanyl. Da quel momento, il racconto lo presenta come un vendicatore puro.

Colman Domingo in Euphoria 3

Colman Domingo in Euphoria 3

Ali ha vissuto per tutte e tre le stagioni come un uomo di principi, una guida spirituale che aveva trovato nella sobrietà e nella fede il suo sistema di valori. Poi perde Rue e con lei perde temporaneamente la via. La vendetta su Alamo è un atto umano, comprensibile, persino catartico, ma va contro tutto ciò in cui Ali credeva. È il momento in cui anche i giusti cedono.

Il messaggio, qui, è l’accettazione della fragilità umana. Dopo aver ucciso Alamo, chiunque avrebbe pensato che Ali si allontanasse definitivamente dalla via del Signore, ma invece sorprende tutti visitando la fattoria dove Rue aveva trovato pace e rinnovando il suo legame con Dio attraverso la preghiera.

La crescita degli attori: ben lontani dagli esordi

Questa è forse la dimensione più sottovalutata della stagione 3. Quegli stessi ragazzi che avevamo visto esordire (alcuni di loro alla loro prima esperienza televisiva significativa) sono tornati con un arsenale recitativo completamente diverso.

Jacob Elordi, nel mezzo della serie, ha costruito una carriera straordinaria. L’interprete ha ricevuto una nomination agli Oscar per il suo ruolo nella creatura di Frankenstein di Guillermo del Toro, e quel passaggio si vede tutto. Il Nate della stagione 3 è un personaggio ridotto e svuotato che porta il peso della propria rovina con una stanchezza convincente. Elordi lo abita con una presenza silenziosa e potente anche quando i tempi a sua disposizione sono stati, oggettivamente, più limitati rispetto alle stagioni precedenti.

Jacob Elordi

Jacob Elordi

Sydney Sweeney nei ruoli drammatici è cresciuta in modo netto e misurabile. La scena del pestaggio dopo il matrimonio, nell’episodio 3, è già diventata iconica: Sweeney ed Elordi raggiungono insieme un livello recitativo che non avremmo immaginato nelle prime stagioni. 

Con Zendaya il discorso va ancora oltre: ha raggiunto un livello in cui la performance dissolve completamente l’interprete. Guardandola, ti scordi che è Zendaya. Davanti a te c’è solo Rue con la sua dizione sgangherata, i suoi occhi sempre a metà tra la lucidità e la nebbia, il suo corpo che porta le cicatrici di anni di consumo. È il segno di un’attrice che si è completamente svestita dei propri panni per incarnare un personaggio fino alla fine. Due Emmy non bastano a descrivere quello che ha fatto con questo ruolo.

Il toccante tributo ad Angus Cloud

Il tributo a Fez nel finale è tra le sequenze più commoventi dell’intera serie. Sam Levinson aveva scelto di non uccidere il personaggio in seguito alla morte di Angus Cloud: nella stagione, Fez sconta una pena in carcere, e Rue mantiene con lui un legame telefonico, promettendogli che sarà lì quando uscirà.

Il tributo ad Angus Cloud in Euphoria 3

Il tributo ad Angus Cloud in Euphoria 3

Nel finale, mentre Rue è in agonia, sogna Fez. Vede in televisione un servizio su un detenuto evaso e capisce che è lui. Una clip di repertorio non pubblicata (girata su una rara pellicola Kodak durante la prima stagione) mostra Rue e Fez insieme in un campo, a guardare l’orizzonte. Un’immagine di pace e libertà che non arriverà mai davvero.

I titoli di coda del finale riportano la scritta In Memoriam seguita da tre nomi: Angus Cloud, Eric Dane ed il produttore esecutivo Kevin Turen, tutti scomparsi prima che la stagione potesse essere completata o trasmessa. Una perdita stratificata, dentro e fuori dallo schermo, che trasforma il finale in un atto di lutto collettivo.

Una serie che è finita come doveva

Euphoria 3 non è perfetta. Ha episodi in cui il ritmo si inceppa, archi narrativi che avrebbero meritato più spazio, una costruzione dei villain a tratti schematica. Ma il suo finale è all’altezza della serie nella sua forma migliore: crudele, spirituale, visivamente magnifico, emotivamente onesto.

Levinson ha trasformato una teen drama sulla dipendenza in un western esistenziale sulla fede. Ha portato i suoi personaggi fuori dall’adolescenza e dentro a un’età adulta senza reti di protezione. 

Zendaya in Euphoria 3

Zendaya in Euphoria 3

Questo capolavoro di serie, sin dall’inizio, ci ha insegnato che le storie di dipendenza raramente finiscono bene. Lo capiamo quando realizziamo che Rue è sempre stata la voce narrante dall’aldilà. Questa serie è finita esattamente come doveva. E il fatto che faccia così male è, probabilmente, la misura più onesta del suo valore. 

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