Una piccola donna che sembrava fragile ma che ha saputo influenzare molta parte del linguaggio dell’arte contemporanea specialmente negli USA. Yayoi Kusama (1929-2026) ha tradotto in forma le sue ossessioni e le angosce vissute sin da bambina e ne ha fatto un’espressione audace e potente nella sua iterattività e fantasmagoria legate all’inconscio. Il 14 agosto scorso è venuta a mancare all’età di 97 anni ma rimarrà come una pietra miliare nella storia dell’arte.
Giapponese di nascita si trasferisce a New York nel 1958 incoraggiata dall’artista americana Georgia O’Keeffe (1887-1986) della quale apprezzava lo stile definito “Precisionismo”, un connubio pittorico tra il Cubismo e il Realismo. L’inserimento nella scena artistica newyorchese, però, non fu facile sia perché all’epoca il mondo dell’arte statunitense era dominato da figure maschili, sia per l’eccentricità delle sue composizioni colorate e ripetitive.

Ma il dinamismo delle idee e la volontà ferrea di Yayoi nel volersi affermare con il suo linguaggio avranno il giusto riconoscimento durante gli anni sessanta, quando sia le grandi gallerie che la critica cominceranno ad apprezzare le sue opere, anche per il fatto che il clima culturale che stava mutando, dando luogo a quella creatività intellettuale e artistica che ha portato la Pop Art così in auge e non solo negli Stati Uniti. Da allora l’artista giapponese ha lavorato ed esposto in tutto il mondo e le sue opere sono ospitate in musei del calibro del MoMA di New York, la Tate Modern di Londra e , naturalmente al National Museum of Modern Art di Tokyo.

Ho conosciuto Yayoi Kusama durante la Biennale di Venezia del 1993, dove presentava una installazione, forse una delle prime “Stanza degli specchi”, dove i pois neri su fondo giallo erano associati a un’altra forma iconica della sua espressività: le zucche. Ripetute all’infinito da un sapiente gioco di specchi immergevano lo spettatore in una atmosfera di fascino favolistico ma anche di stranianza psicologica verso quell’inesauribile paesaggio puntiforme quasi alieno.

Dopo aver seguito studi artistici si interessa appassionatamente ad approfondire i meccanismi e l’evolversi della storia dell’arte contemporanea.
Proprio in qualità di critico d’arte e corrispondente, negli anni ’80 e ’90, ha firmato saggi e recensioni per alcuni dei maggiori periodici del settore, tra i quali: Terzoocchio delle edizioni Bora di Bologna, Flash Art di Milano Julier di Trieste ed il genovese ExArte .
Inoltre affiancherà attivamente come consulente la famosa galleria d’Arte avanguardistica Fluxia durante tutto il periodo della sua esistenza.
Ha partecipato all’organizzazione di numerosi eventi, tra i quali l’anniversario del centenario dell’Istituto d’Arte di Chiavari e la commemorazione del trentennale della morte del poeta Camillo Sbarbaro a S. Margherita L.
Nel 2010 pubblica il suo primo romanzo: “La strana faccenda di via Beatrice D’Este”, un giallo fantasioso e “intimista”.
Nel 2018 pubblica il fantasy storico “Tiwanaku La Leggenda” ispirato alla storia ed alle leggende delle Ande pre-incaiche.
Attualmente collabora con alcuni blog e riviste on-line come “Chili di libri, “Accademia della scrittura”,
“Emozioni imperfette”, “L’artefatto”,” Read il magazine” e “Hermes Magazine” occupandosi ancora di critica d’arte e di recensioni letterarie.