A pochi passi dal porto di Genova, dentro la Villetta Di Negro, c’è un pezzo di Asia che pochi si aspettano di trovare in Liguria. Il Museo d’Arte Orientale Edoardo Chiossone è la più importante collezione di arte giapponese in Italia. È anche una delle più rilevanti in Europa, non un deposito polveroso. Fu la storia di un genovese testardo che visse a Tokyo quando il Giappone si apriva al mondo.
La storia di un incisore diventato collezionista
Edoardo Chiossone (1833-1898), nato ad Arenzano, parte giovane per Firenze e poi, nel 1875, viene chiamato a dirigere l’Officina imperiale di carte e valori di Tokyo. Resta in Giappone fino al 1898. In quegli anni il crollo del sistema feudale mette in vendita tesori di famiglie aristocratiche in rovina, e Chiossone, stimato dall’élite nipponica, ne approfitta: raccoglie circa quindicimila pezzi, tra armi, bronzi, lacche, ceramiche e maschere teatrali.
Alla sua morte la collezione arriva a Genova in un centinaio di casse nel 1899, viene esposta prima a Palazzo dell’Accademia e nel 1905 nasce il museo a suo nome. Dopo il trasferimento nella sede attuale progettata negli anni Sessanta, il museo apre a Villetta Di Negro il 7 maggio 1971. Chiuso dal settembre 2021 per ristrutturazione e accessibilità, ha riaperto a fine giugno 2023 con la terrazza panoramica completamente rinnovata.
Una collezione che non finisce mai

Fonte foto: Museo Arte Orientale Chiossone
Oggi il patrimonio supera i 20.000 pezzi, di cui circa 15.000 raccolti direttamente da Chiossone, e copre l’arte giapponese dall’VIII al XIX secolo, con incursioni in Cina e Siam. Non è solo quantità: è la possibilità di vedere come cambia un’estetica nel tempo, dal bronzo buddhista alle porcellane da esportazione.
Cosa si vede adesso

Fonte foto: Museo Arte Orientale Chiossone
Il percorso permanente parte dal grande salone al piano terra e continua nelle Gallerie 1, 2 e 5, dove si attraversa tutta la cultura figurativa e decorativa giapponese.
Arte buddhista: statuaria in bronzo dall’VIII al XVIII secolo, sculture monumentali del periodo Edo (1603-1868), oggetti liturgici e dipinti devozionali.
Samurai: nella Galleria 5 sono esposte dodici armature complete dal XVI al XIX secolo, con elmi, maschere da guerra e spade montate su manichini articolati.
Arti applicate: nelle vetrine della Galleria 2 trovi maschere nō e bugaku, smalti cloisonné Ming e Qing, porcellane di Arita e Kutani, lacche makie e una straordinaria selezione di netsuke e inrō.
Si va con calma: un’ora basta per l’infarinatura, ma per fermarsi davanti alle armature o ai netsuke, ne servono due. E quando si esce, dalla terrazza, Genova sembra per un attimo una città portuale giapponese.

Dopo aver seguito studi artistici si interessa appassionatamente ad approfondire i meccanismi e l’evolversi della storia dell’arte contemporanea.
Proprio in qualità di critico d’arte e corrispondente, negli anni ’80 e ’90, ha firmato saggi e recensioni per alcuni dei maggiori periodici del settore, tra i quali: Terzoocchio delle edizioni Bora di Bologna, Flash Art di Milano Julier di Trieste ed il genovese ExArte .
Inoltre affiancherà attivamente come consulente la famosa galleria d’Arte avanguardistica Fluxia durante tutto il periodo della sua esistenza.
Ha partecipato all’organizzazione di numerosi eventi, tra i quali l’anniversario del centenario dell’Istituto d’Arte di Chiavari e la commemorazione del trentennale della morte del poeta Camillo Sbarbaro a S. Margherita L.
Nel 2010 pubblica il suo primo romanzo: “La strana faccenda di via Beatrice D’Este”, un giallo fantasioso e “intimista”.
Nel 2018 pubblica il fantasy storico “Tiwanaku La Leggenda” ispirato alla storia ed alle leggende delle Ande pre-incaiche.
Attualmente collabora con alcuni blog e riviste on-line come “Chili di libri, “Accademia della scrittura”,
“Emozioni imperfette”, “L’artefatto”,” Read il magazine” e “Hermes Magazine” occupandosi ancora di critica d’arte e di recensioni letterarie.