Il 7 novembre è uscito il nuovo album Lux dell’artista catalana Rosalìa, presentato nello splendore monumentale della sala ovale del Palau Nacional di Barcellona.
Scritto nell’arco di tre anni e cantato in tredici lingue, l’album nasce dal dialogo tra musica classica, opera e sperimentazione moderna, con la collaborazione della London Symphony Orchestra. Ogni brano esplora un aspetto del femminile divino, della sensualità e della redenzione. Si tratta del manifesto maturo e visionario di un’artista che non smette di reinventarsi.
Una Rosalìa tutta nuova
Scordatevi il flamenco e la tradizione andalusa che la 33enne artista catalana ha innovato e diffuso grazie a influenze hip hop, reggaetton ed elettroniche. Lux, invece, è un lavoro ampio che pesca dalla musica classica, barocca e dall’opera, almeno per stile e riferimenti estetici e sonori.
Quattro atti, 15 canzoni (a cui se ne aggiungono tre nella versione fisica) e in generale la sensazione di contenere moltitudini, con testi in 13 lingue, tra cui il siciliano e l’italiano stesso, nel brano Mio Cristo Piange Diamanti, ispirato agli ascolti di Pavarotti che sua madre le propinava da piccola, e forse pure uno dei più belli di tutto il lavoro.
Quindi un lungo lavoro di scrittura con un passaggio preliminare da Google translate e poi lo scambio con dei traduttori in carne e ossa perché tutto funzionasse, non solo concettualmente ma anche a livello di suono delle parole. E altrettanta attenzione sulla pronuncia che, quantomeno per l’italiano, è ottima.
La copertina
Nella copertina dell’album già si capisce il misticismo di tutto il disco: lei vestita da suora illuminata dalla luce, che così celebra e s’immedesima in sante come la stessa Santa Rosalia.
«Mi sono stancata di vedere la gente che fa riferimento alle celebrità e le celebrità che fanno riferimento ad altre celebrità. Mi interessano di più le sante» ha detto.
È quindi questa l’immagine scelta per la copertina di Lux, l’album che segna il suo ritorno e che, già a prima vista, suggerisce una rinascita. Tra suggestioni religiose, orchestrazioni sinfoniche e pulsazioni elettroniche, Lux è un’opera monumentale: un viaggio nel sacro e nel profano, nella libertà artistica assoluta di una delle voci più rivoluzionarie del pop contemporaneo.
Qui scava nei simboli del passato, senza riappropriazione, senza rivendicazione, solo con una sincera fascinazione, e in una musica profondamente umana, tra strumenti legati, di nuovo, con momenti intimi, quasi dei vuoti d’aria, ed esplosioni assortite di violini, viole e violoncelli. C’è tanto, tantissimo: carne e spirito, mentre l’atmosfera è spesso liturgica, sofferta, che pare grondare sangue.
L’album insomma non presenta un ritornello che sia uno, non ci sono hit, non ci sono neanche suoni radiofonici, figurarsi playlist e algoritmi vari, invece si lascia spazio ad un’immaginario barocco, che pesca dall’opera e dall’immaginario delle sante.
Ma la visione spirituale si allarga ad altre religioni e fra le fonti di ispirazione ci sono anche la poetessa taoista Sun Bu’er, la Miriam biblica cara all’ebraismo, la mistica sufi Rabi al-Adawiyya.