Guillermo Del Toro trasforma il classico Frankenstein di Mary Shelley in un manifesto viscerale sulla solitudine, il rifiuto e la fame disperata di essere riconosciuti. Perché il gotico raramente parla di mostri: parla di noi.
Sin dal primo frame, il regista messicano ci mette di fronte a una verità scomoda: la mostruosità non abita nei corpi deformi, ma negli sguardi che li giudicano.
Il rosso che brucia: un colore che racconta più di mille parole
Viktor Frankenstein, interpretato da uno straordinario Oscar Isaac, veste il rosso come altri vestono le loro nevrosi. Quel fazzoletto al collo, quella giacca, quei guanti con cui plasma la vita: tutto riporta alla madre perduta, all’ultimo abbraccio prima che il mondo diventasse un posto freddo da controllare.
I guanti rossi nel laboratorio sono la scelta visiva più potente del film. Del Toro sa bene che quando giochi a fare dio, le mani si sporcano. Quel rosso è vita, certo, ma è anche peccato, superbia, quella hybris greca che convince di poter fermare la morte se solo spingi abbastanza forte contro l’universo. E sappiamo tutti come vanno a finire queste storie. Non bene.
Elizabeth: la natura contro il controllo
Mia Goth merita un paragrafo a sé. La sua Elizabeth non è una donzella indifesa che resta in disparte: lei è una forza della natura incarnata, letteralmente. Oceano, foglie, piume: i suoi costumi parlano il linguaggio di un mondo che accetta il ciclo, la fragilità, la morte come parte della danza.

Mia Goth in una scena di Frankenstein di Guillermo Del Toro
Dove Viktor vuole fermare il tempo, Elizabeth lo abbraccia. Dove lui vede fallimento nella decomposizione, lei vede trasformazione. È la Sofia, la saggezza antica che susurra che la vita è preziosa proprio perché finisce. Ma Viktor, ovviamente, non sta ad ascoltare.
Due narrazioni, un’unica verità devastante
Del Toro gioca una carta narrativa brillante: divide il film in due voci. Prima Viktor, che trascina nella sua ossessione gelida, dove la Creatura è un esperimento fallito, una cosa da correggere o distruggere. Il mondo visivo è tutto angoli duri, blu glaciale, assenza di respiro.
Poi arriva la voce della Creatura. E qui il film cambia pelle. Perché Jacob Elordi restituisce allo spettatore qualcosa di inedito: lui non è niente di meno di un bambino intrappolato in un corpo che terrorizza. La sua parabola è quella di chi nasce senza colpa e impara a vergognarsi solo perché gli altri lo respingono. “Per te sono osceno, ma per me semplicemente esisto“: dopo aver pronunciato questa frase, il film diventa specchio della società attuale.
Padri, figli e il disastro annunciato
Psicologicamente, Frankenstein è un trattato sul fallimento genitoriale. Viktor è il padre che giudica, che pretende perfezione, che non riconosce dignità al figlio perché il figlio gli ricorda il suo stesso fallimento. È l’uomo che non guarisce mai dal trauma e trasforma quella ferita in arma contro chi ama.
La Creatura cerca solo uno sguardo che non la condanni. Un padre che la veda. Un mondo che le permetta di esistere senza giustificarsi. È la dinamica più antica e più dolorosa che esista: quella tra chi chiede amore e chi non sa darlo. Destinata a implodere e a lasciare macerie.
Genesi, peccato e chi è davvero il mostro
Del Toro intreccia simbolismo religioso con una mano pesante ma efficace. Viktor si crede Dio, ma è un dio malato, narcisista, che crea per sfida non per generosità. La sua è una Genesi blasfema, senza amore.

Oscar Isaac in una scena di Frankenstein di Guillermo Del Toro
La Creatura è Adamo che scopre il mondo e il dolore, ma anche figura cristica: respinta, perseguitata, capace di amore più che di vendetta. Elizabeth è la guida spirituale che accetta senza voler dominare. Il vero peccato originale non è della Creatura, ma del padre che rifiuta.
Guillermo Del Toro, così facendo ha costruito una metafora del nostro tempo davvero potente.
Quando l’estetica diventa personaggio
I costumi di Frankenstein parlano. Viktor è rigidità, corazza emotiva, rosso statico. Elizabeth è movimento liquido, terra e cielo. La Creatura è cicatrici, strati, pelle e natura fusa insieme: sembra nata dal bosco più che dal laboratorio.
La fotografia di Dan Laustsen orchestra tre mondi visivi distinti: il blu artico della solitudine terminale, i toni naturali della scoperta, il rosso e blu teatrale del laboratorio dove vita e morte si sfidano a duello. Del Toro rifiuta il digitale facile: vuole texture tangibili, scenografie reali, luce scolpita come nei quadri romantici. Il risultato è una pellicola che sembra dipinta fotogramma per fotogramma.
Perché questo film ci riguarda
Frankenstein di Guillermo Del Toro non è un film sui mostri. È un film su cosa succede quando neghiamo l’umanità a chi non rientra nei nostri canoni. Sulla fame di essere visti, accolti, riconosciuti come esseri degni di esistere.
La Creatura incarna amore, fragilità e speranza, tutto ciò che Viktor ha seppellito sotto il controllo ossessivo. È un manifesto mascherato da horror: la mostruosità non vive nei corpi diversi, ma negli occhi che non sanno riconoscere la vita.
E se questo vi suona familiare, forse è perché Del Toro sta parlando esattamente del nostro mondo. Dove il vero orrore non è mai stato la differenza, ma il rifiuto di accettarla.
Da bambina mi chiamavano “la piccola scrivana”, forse perché stavo sempre con carta e penna in mano. Soprannome profetico? Chi sa. Intanto porto in borsa biro e taccuino, non si sa mai.