Immagini concesse da Fattoria del Piccione

 

A chi, per passione o professione, è da sempre vicino al mondo del vino non passa inosservata la novità del Rubicone IGP Tintorio Bio 2019.

 

Nato dall’intuizione dell’enologo Stefano Pasini, patron della Fattoria del Piccione di Montescudo-Montecolombo, nel Riminese, questo rosso, vinificato in purezza da uve Ancellotta, oltre ad esaltare un termine antico, quello della “tintura”, spicca per eleganza e struttura. E suscita curiosità in esperti e semplici estimatori. Ma c’è di più: il Tintorio, infatti, rende pieno merito – e così dev’essere – al vitigno comunemente utilizzato in cantina in quasi tutti i tagli del Lambusco, specie nell’area del Reggiano.

 

I primi riferimenti storici all’Ancellotta risalgono al 1400, epoca in cui il nome le venne attribuito grazie alla diffusione, su larga scala, fatta dall’allora famiglia modenese Lancillotti.

 

Seppur classificato nel novero dei Lambruschi, il vitigno, considerato a ragione ben più pregiato, ha dunque svolto per lunghissimo tempo – utilizziamo un termine sportivo – il ruolo d’importante gregario, contribuendo a coniugare ed equilibrare i profumi e gli aromi di altre varietà d’uva a tal punto da conferir loro una maggiore-migliore armonia.

 

E adesso? Ora – Pasini e Valconca insegnano – ci si avvia a scrivere l’ennesimo, entusiasmante capitolo dell’immensa trama enologica nazionale. Così da consegnare al Tintorio, prodotto in una delle zone più ricche e vocate della Romagna, il posto d’onore che gli spetta.

 

 

Qui la moda non c’entra nulla. Non si è schiavi della promozione e del marketing. La famiglia Pasini – Stefano, Andrea e Marina Sensoli, prima ancora il nonno Vitaliano, fondatore dell’azienda nel 1989 – non commetterebbero mai, ne va della loro credibilità, un tale errore, lanciandosi in avventure dettate dalle tendenze. 

 

Chi vive da sempre in mezzo alle botti e respira l’aria di cantine in parte cinquecentesche e in parte ottocentesche, sa bene che per conoscere, capire e stare a stretto contatto con la materia viva trattata, la regola fondamentale è lasciar da parte l’improvvisazione e la fretta. 

 

L’impegno quotidiano e la cura dei particolari – dice Andrea, 22 anni e già avviato a seguire le orme del nonno e del padre – sono la chiave della nostra esperienza, il segreto per custodire una tradizione”.

 

Al Tintorio non si è arrivati per pura casualità. È il frutto della perseveranza, degli assaggi ripetuti, di una familiarità col vino che non s’inventa e non si costruisce a tavolino.

 

Se dovessi raccontare il Tintorio scegliendo una sola frase – aggiunge – rivolgerei lo sguardo verso Dante Alighieri, concentrando l’attenzione su un passo dell’Inferno – Canto XXVI: Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguire virtute e canoscenza”. 

 

“Vinifichiamo con soli lieviti indigeni e senza controllo della temperatura, permettendo alle uve di esprimere al meglio il loro habitat naturale – il terroir – che le cresce e rende uniche”.

 

Nel Tintorio – l’ubicazione del vigneto è nel piccolo borgo di Agello a San Clemente – si distinguono note di frutta rossa e bacche di ginepro. Ha una buona tannicità e moderata acidità. Il finale è agrumato e ricorda le arance sanguinello. L’abbinamento ideale è con formaggi, salumi e brasati.

 

Nel bicchiere – nel pronunciare le prime due sillabe, Tin-to, la lingua batte tra i denti e riporta al tintinnio dei calici – si veste di un rosso violaceo scuro e profondo, quasi impenetrabile.

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