Dal 29 al 31 maggio 2026 la Mostra d’Oltremare di Fuorigrotta si è trasformata in un atlante geografico del tatuaggio contemporaneo. Oltre 450 artisti provenienti da Italia, Spagna, Messico, Stati Uniti, Portogallo, Repubblica Ceca, Cile e Corea del Sud hanno occupato il Padiglione 10 e il Giardino dei Cedri per la terza edizione del Napoli Tattoo Expo, evento organizzato dai tatuatori napoletani Daniele Sannino e Gabriele Incoronato. Tre giorni, migliaia di tatuaggi eseguiti dal vivo, decine di contest in tutti gli stili e una città che con quest’arte ha un rapporto che viene da lontano.
Una manifestazione che cresce edizione dopo edizione
Il Napoli Tattoo Expo è nato nel 2024 ed è considerato, dagli operatori del settore, la convention di tatuaggio più importante del Sud Italia. La seconda edizione, nel 2025, aveva registrato oltre settemila visitatori in tre giorni, con centinaia di tatuaggi eseguiti ogni giornata e un programma di contest che copriva dalla mattina alla sera tutte le categorie stilistiche. Numeri che hanno convinto il Comune di Napoli a concedere il patrocinio e l’assessorato al Turismo a inserire l’evento nel calendario degli attrattori cittadini.
La scelta della Mostra d’Oltremare non è casuale: il complesso di Fuorigrotta ha la dimensione e la logistica per accogliere un evento di questa portata, con spazi interni per gli stand degli artisti e un’area esterna dedicata a musica, dj set, graffiti jam e, dalla terza edizione, un block market per appassionati e collezionisti.
I protagonisti della terza edizione
Ogni edizione ha un nome capace di orientare la conversazione sul tatuaggio verso un territorio stilistico preciso. Nel 2025 era stato Victor Portugal; nel 2026 il ruolo di guest star è andato a Victor Chil, tatuatore spagnolo riconoscibile per i suoi lavori di new school: colori saturi, volumi marcati, figure che sembrano uscire dalla pelle. La sua presenza ha portato l’attenzione su uno stile che in Italia stava perdendo terreno rispetto al fine line e al blackwork, riaccendendo un dibattito tecnico che dentro le convention è sempre vivo.
Accanto a Chil, ShaOne, rapper e writer napoletano, nonché pioniere dell’hip hop partenopeo. La sua presenza non è una trovata commerciale, il tatuaggio, la musica rap e la cultura dei graffiti condividono un’origine comune nei quartieri periferici degli anni Novanta e il Napoli Tattoo Expo ha scelto di mantenere visibile quel filo invece di tagliarlo. I muri del Giardino dei Cedri, affidati a writer invitati, hanno raccontato la stessa storia con un altro alfabeto.

Napoli e il tatuaggio: una storia che comincia in carcere
Il legame tra Napoli e il tatuaggio è antico e per lungo tempo è stato tutt’altro che celebrato. Nell’Ottocento, la cosiddetta pugnetura era il linguaggio simbolico della camorra carceraria, segni incisi con aghi artigianali che indicavano appartenenza, fede, vendette da compiere o già compiute. Studiosi come Abel De Blasio ne avevano documentato la simbologia nei penitenziari napoletani già a fine Ottocento e per decenni quel marchio di marginalità aveva reso il tatuaggio qualcosa da nascondere, non da esibire.
Negli anni Novanta la situazione era ancora ambigua. Nelle periferie napoletane tatuarsi restava un gesto di appartenenza a un mondo che non cercava visibilità, e chi lo faceva spesso preferiva tenerlo coperto. In Italia, nello stesso periodo, il tatuaggio stava lentamente uscendo dai circuiti punk e rockabilly per cominciare a interessare un pubblico più ampio, trascinato dall’influenza della cultura americana e da alcune scelte di stile di personaggi pubblici.
Dagli anni Novanta al boom: come è cambiato tutto
Il punto di svolta in Italia si colloca intorno al 2007–2010. Celebrity tatuate, social media che rendono visibili i corpi come mai prima, e una nuova generazione di tatuatori con formazione artistica solida hanno contribuito a spostare la percezione pubblica della pratica. Oggi in Italia il tatuaggio è un fenomeno di massa: secondo una ricerca dell’Istituto Superiore di Sanità, circa 6,9 milioni di italiani sono tatuati, con una prevalenza tra le donne. L’ISTAT ha inserito il tatuaggio nel paniere dei prezzi già nel 2016.
A Napoli questo percorso ha avuto una caratteristica propria, la città porta nei suoi tatuaggi i segni di un’identità collettiva molto definita: San Gennaro, il Vesuvio, Maradona, il lungomare, lo scudetto. Il tatuaggio napoletano è spesso un atto di appartenenza geografica e affettiva prima ancora che estetica, lo ha raccontato bene anche una mostra recente al Museo di Antropologia dell’Università Federico II, «Malacarne. La cultura del tatuaggio partenopeo», che ha trattato il tema con rigore scientifico senza togliergli il calore.
Un’arte che non conosce crisi
Il presidente del Consiglio comunale di Napoli, Enza Amato, alla conferenza stampa di presentazione della terza edizione ha citato numeri precisi: nove miliardi di fatturato annuo in Italia, circa 170 attività dichiarate nella sola provincia di Napoli. Sono cifre che posizionano il settore tra le filiere culturali-creative con un impatto economico reale, non trascurabile e in costante crescita.
L’organizzatore Gabriele Incoronato ha sintetizzato il cambiamento in una frase che vale come epitaffio del vecchio stigma: «Il tatuaggio è passato dai pirati agli avvocati». Non è una battuta pubblicitaria, è la descrizione di una traiettoria sociale che ha impiegato trent’anni a compiersi e che il Napoli Tattoo Expo racconta ogni anno, portando in città voci che arrivano da ogni latitudine.
Sono Valeria, SEO copywriter, social media manager e travel writer. Scrivo di viaggi, territori e libri, con un’attenzione particolare alla Campania e alle storie che abitano i luoghi. Sono la voce dietro Storie in pausa, uno spazio dedicato alla letteratura e alla divulgazione culturale, e I viaggi di Vale, il mio progetto editoriale dedicato ai viaggi.