La pop art è un movimento artistico che negli anni sessanta ancora poteva rappresentare il proprio presente, divenuto immagine replicabile, facendolo rientrare negli schemi dell’arte e dell’interpretazione critica in chiave storiografica. Ma lo stesso presente che Warhol andava a mostrare in ogni suo aspetto, è diventato un passato, e c’è stato un futuro. Ad esempio quello di chi, trasferitosi dalla Pennsilvania a New York, ha trasformato quello che normalmente veniva considerato un atto di vandalismo, ovvero il graffitismo, in un’arte. Keith Haring. Addirittura la critica collocò il suo stile nella pop art. Perché quella forma d’arte popolare che era lo scrivere sui muri o lasciare sculture in mezzo alla città, entrava nel mondo delle gallerie d’arte. Interessava i fruitori più colti. Aveva un senso storico.

Personaggi simili a silouette, stilizzati e famigliari. Queste opere così clandestine sono diventate arte perché nel corso del tempo sono emersi sempre più fortemente i significati che essi rappresentavano. Lo stile ha influenzato il design, oltre che l’arte, a tal punto che quelle sono diventate opere piene di valore.

Chi è Keith Haring?

Innanzitutto Haring è uno di quei personaggi che morivano di aids ed erano omosessuali. Parliamo di due importanti connotazioni che rendono chiara l’idea di quanto da Haring provenisse chiara una immersione nella socialità, abbracciato da un’elite progressista che ha reso possibile fornire senso al suo grande talento, seppure il mondo era ancora poco pronto, e proprio per questo le sue opere erano così potenti. Lui che era un vero artista, voleva fuggire anche da quell’elite. Cercava un’arte che fosse in grado di arrivare a tutti, indistintamente. Una rappresentazione autentica del linguaggio e dunque la realtà di quel periodo. L’alba del nostro presente che già è un passato. Così tanto siamo rimasti immobilizzati davanti a questo spettacolo che Andy Warhol intendeva mostrarci donandogli un’interfaccia artistica. E quella stessa arte è andata sempre più fagocitata nella sua replicabilità. Proprio come diceva Benjamin, quando parlava della fine dell’aura.

Fonte foto: Icon Magazine

Il bello è che anche Keith Haring ha mostrato qualcosa di simile a quel che ha mostrato Andy Warhol. Ma l’ha fatto con una minore distanza. Il suo era veramente il linguaggio che intendeva affermarsi, e per questo diventava arte. Warhol giocava con la simbologia pittorica e usava lo strumento fotografico. Haring faceva solo graffiti. Un’arte spesso disprezzata dai critici d’arte, poco accademica, che proprio per questo rappresenta la vita della ricerca. Quel linguaggio che forse i conservatori temono uscire dal mainstream per opporvisi e rientrarci. Ma che solo in futuro si potrà giudicare che in fondo non ci fosse tanta differenza tra Giotto e Keith Haring. Ciascuno limitato al proprio presente, per consegnarsi alla Storia.

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