Le band musicali sono sempre state ecosistemi delicati. All’inizio sono quasi sempre gruppi di ragazzi, anche molto diversi tra loro, ma uniti dalla stessa passione: cinque voci differenti che cantano sulla stessa frequenza, all’unisono. Poi, a volte, succede qualcosa. Non necessariamente una rottura: può bastare un cambiamento, la decisione di una di quelle voci, spesso la più carismatica, di muoversi da sola.

Può accadere anche senza sciogliere la band. Un progetto parallelo, una parentesi solista o, al contrario, una nuova vita nata dalle ceneri di un gruppo appena sacrificato. In ogni caso, quando un frontman sceglie di percorrere una strada diversa, qualcosa cambia: cambia la musica, cambia l’identità dell’artista e, inevitabilmente, cambia anche il patto con il pubblico.

Uno degli esempi recenti più radicali è stata la scelta di Damiano David frontman dei Maneskin di mettere in pausa il progetto rock primo posto a Sanremo 2021 verso una scelta musicale pop rock di ampio respiro internazionale. Ma la storia della musica è piena di deviazioni di questo tipo, bivi fatti di scelte, rinunce e ripartenze da zero. Vediamone 5 veramente interessanti.

 

Syd Barrett (Pink Floyd)

Nel 1967 una band emergente britannica pubblica The Piper at the Gates of Dawn, un disco d’esordio acid pop destinato a cambiare la storia della musica. Il nome di quella band è Pink Floyd, scelto da Syd Barrett, fondatore del gruppo, unendo i nomi di due dei suoi bluesmen preferiti: Pink Anderson e Floyd Council.

Ma nel 1968 qualcosa si incrina. Syd è da sempre un’anima tormentata, ma l’abuso di droghe e i suoi problemi psicologici lo allontanano progressivamente dalla band, fino a rendere impossibile la sua permanenza nel gruppo. Roger Waters e gli altri Pink Floyd decidono così di fare a meno di lui: Barrett chiude la sua breve ma intensa esperienza con la band, ma la sua ombra continuerà a incombere sulla musica dei Pink Floyd, influenzando anche alcuni dei loro dischi più celebri, da The Dark Side of the Moon a The Wall, fino soprattutto a Wish You Were Here.

Dopo l’addio alla sua creatura musicale, Syd tocca il fondo e intraprende una lunga e lenta risalita. I suoi due album solisti, The Madcap Laughs e Barrett, non incontrano il successo sperato, ma diventano con il tempo autentici dischi di culto per gli appassionati di rock psichedelico e sperimentale.

Nel 1975, mentre i Pink Floyd stanno registrando agli Abbey Road Studios Wish You Were Here, Barrett ricompare improvvisamente in studio. La band inizialmente non lo riconosce: è ingrassato, completamente rasato e ha uno sguardo distante. La sua apparizione, tanto inattesa quanto fugace, diventerà uno degli episodi più celebri della storia dei Pink Floyd. Proprio in quei giorni il gruppo sta lavorando a un disco profondamente legato alla sua assenza e alla sua memoria.

Richard Wright non avrebbe mai dimenticato quell’incontro. L’immagine di Barrett che riappare proprio mentre la band sta registrando un album in parte ispirato alla sua figura finisce per assumere un valore quasi simbolico: l’uomo che aveva dato un nome ai Pink Floyd torna nella stanza, per poi scomparire nuovamente dalla loro storia.

 

Phil Collins (Genesis)

La parabola solista di Peter Gabriel, storica voce dei Genesis, è senza dubbio più nota, ma anche quella di Phil Collins riserva delle sorprese, soprattutto per la sua capacità di costruire una nuova identità artistica senza rinunciare alla band.

Con l’abbandono di Gabriel, Collins diventa la nuova voce dei Genesis, oltre a essere già lo storico batterista del gruppo. Verso la fine degli anni Settanta, mentre i Genesis sono all’apice del successo, la band si prende una pausa e Collins comincia ad abbozzare il materiale che confluirà nel suo primo album solista, Face Value.

Il disco nasce da un periodo personale tutt’altro che semplice: è figlio della fine del suo matrimonio e della profonda crisi emotiva che segue il divorzio. Anche musicalmente, però, Collins prende una strada diversa da quella dei Genesis. Se la band arriva da anni di progressive rock complesso e strutturato, il suo esordio solista è più immediato e contaminato da funk, R&B, soul e new wave.

A colpire è soprattutto il suo modo di trattare la voce e la produzione, con un uso sperimentale di effetti elettronici e drum machine. Al centro del disco c’è In the Air Tonight, destinato a diventare il suo brano più celebre: una canzone costruita attorno a un’atmosfera sospesa e a uno dei fill di batteria più riconoscibili della storia del pop.

Da quel momento la carriera solista di Collins prende una direzione sempre più definita, fino a diventare quasi un secondo percorso parallelo a quello dei Genesis. E il rapporto tra le due identità diventa particolarmente interessante: alcune delle intuizioni sviluppate da Collins da solista finiscono infatti per riflettersi anche nella musica della band, che negli anni successivi si allontana progressivamente dal progressive degli esordi per abbracciare sonorità più essenziali, pop ed elettroniche.

 

Cesare Cremonini (Lunapop)

Nel 2001 i Lunapop sono una delle band più popolari d’Italia, trascinati dal successo di …Squérez?, primo e unico album della giovane formazione bolognese. La voce dietro il progetto è quella di un Cesare Cremonini appena diciottenne, che decide di dedicare tutta la propria vita alla musica. Un impegno preso alla lettera, tanto da portarlo, durante l’esame orale di maturità, ad accendere lo stereo e suonare 50 Special davanti a una commissione ammutolita.

Il breve idillio dei Lunapop si spezza nel 2002. Con Bagùs, Cremonini inaugura una fortunata carriera solista, inizialmente ancora legata al pop spensierato degli esordi, ma destinata a trasformarsi progressivamente in un percorso cantautorale più maturo e personale, come dimostrano album e brani come Logico e Possibili Scenari.

Nel corso di oltre venticinque anni di attività, Cremonini ha così consolidato uno status di autore centrale della musica pop italiana contemporanea, riuscendo a coniugare successo commerciale e riconoscimento critico. La fine dei Lunapop, quella che avrebbe potuto essere la conclusione di una breve stagione adolescenziale, si è trasformata nell’inizio di una carriera destinata a durare molto più a lungo della band che lo aveva reso famoso.

 

Morgan (Bluvertigo)

Nel 1999 i Bluvertigo pubblicano Zero – ovvero la famosa nevicata dell’85, il loro ultimo album prima di una lunga pausa. Al centro della band c’è Morgan, nome d’arte di Marco Castoldi, frontman, bassista e principale autore del gruppo. Con i Bluvertigo ha costruito una delle esperienze più originali della scena alternativa italiana degli anni Novanta, mescolando elettronica, new wave, rock e una forte componente sperimentale.

Nel 2003 arriva Canzoni dell’appartamento, il primo vero capitolo della sua carriera solista. Morgan si allontana dall’estetica elettronica dei Bluvertigo per riscoprire il cantautorato italiano, costruendo un disco più intimo e personale, fatto di pianoforte, arrangiamenti orchestrali e riferimenti alla grande tradizione della musica italiana. Il progetto gli vale anche la Targa Tenco come miglior opera prima. Ancora oggi Altrove è una delle tracce più belle del cantautore dei Bluevertigo.

La carriera solista di Morgan prosegue negli anni successivi tra musica d’autore, sperimentazione e riletture della tradizione, fino a trasformarlo in una figura sempre più indipendente dalla band che lo aveva reso famoso. Noto successivamente anche per la sua controversa ed eclettica vita privata che lo hanno reso protagonista di numerosi servizi scandalistici piuttosto che musicale. Evento celebre è il curioso litigio con Bugo durante il Festival di Sanremo 2020, finito poi con l’incredibile eliminazione dalla gara. I Bluvertigo restano tutt’ora una parte fondamentale della sua identità artistica determinata anche dai tour recenti, ma il percorso solista gli permette di mostrare un’altra faccia del musicista.

 

Piero Pelù (Litfiba)

Nel 1999, dopo quasi vent’anni di Litfiba e hard rock, Piero Pelù decide di lasciare la band insieme al chitarrista Saverio Lanza e intraprendere una carriera solista. È una scelta tutt’altro che semplice: per oltre un decennio Pelù è stato una delle figure più riconoscibili del rock italiano, inseparabile dall’immaginario e dal sound dei Litfiba.

Il primo passo della nuova carriera arriva nel 2000 con Né buoni né cattivi. Pelù non rinnega il passato, ma prova a costruire un’identità musicale più personale, mantenendo l’attitudine rock e aprendosi a sonorità più immediate e accessibili. Il disco ottiene un buon successo e soprattutto dimostra che il cantante può reggere il palco anche senza la band che lo ha trasformato in un’icona.

La carriera solista prosegue negli anni successivi con U.D.S. – L’uomo della strada, Soggetti smarriti e altri progetti che consolidano la sua nuova identità. Ma la storia con i Litfiba non è davvero finita. Nel 2009 Pelù e Ghigo Renzulli ricompongono la formazione e la band torna insieme per una nuova stagione, dimostrando che la separazione non aveva cancellato il legame con il gruppo.

 

 

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