Giugno 2015. Arrivai a London Stansted alle 11 di mattina con un borsone straripante, una borsa a tracolla e un sacco a pelo. Naturalmente pioveva, ma per mia fortuna il treno sarebbe partito dall’aeroporto stesso.
Il primo convoglio, un bel mezzo della Virgin Trains, mi portò in un paio d’ore a Peterborough, dove finalmente iniziai ad intravedere quell’eleganza tipica dell’architettura inglese. Il secondo treno, di fattezze e dimensioni già più standard, mi accompagnò invece ancora più a nord, a Doncaster, dove la campagna si faceva man mano sempre più ampia e sempre più verde. Con il terzo treno, di appena quattro vagoni, giunsi infine a Grimsby Town, un piccolo paesino adorabilmente equilibrato tra il tradizionale e il gotico, e dove scambiai qualche chiacchiera con alcuni residenti incuriositi dal mio bagaglio. Mancava solamente l’ultima tappa e, sebbene avessi notato il graduale rimpicciolimento delle città e dei treni, non mi aspettavo esattamente ciò che arrivò: un vagone. Il treno che mi avrebbe portata a Thornton Abbey era un unico vagone lungo qualche metro, dove c’ero solamente io. Salii e mi parve di ritrovarmi all’improvviso in un nuovo numero di Dylan Dog; ma non successe nulla e alle 18 arrivai a destinazione.
(Foto dell’autrice)
La storia
Thornton Abbey è il nome di un’antica abbazia medievale situata vicino al villaggio di Thornton Curtis, 295 abitanti, nel nord del Lincolnshire. Fondata come prioria nel 1139 da William Le Gros, Conte dello Yorkshire, divenne abbazia 9 anni più tardi, nel 1148, e fu casa per i frati dell’Ordine di Sant’Agostino. Prosperò nel corso dei secoli sia per il suo coinvolgimento nel florido commercio della lana, sia come punto di riferimento per gli abitanti della zona.
L’edifico copriva originariamente un’area di ben 30 ettari e fu inizialmente costruito in stile Romanico; solo successivamente, tra il XIII e XIV secolo, fu trasformato nell’attuale stile Gotico. Purtroppo dell’enorme, maestosa struttura rimangono oggi solamente alcune aree, come parte del chiostro e della sala capitolare; ma è l’entrata, la cosiddetta gatehouse, il suo vero punto di forza. Edificata su due piani, e attualmente visitabile anche all’interno, ha resistito intatta attraverso i secoli ed è uno dei primi esempi di utilizzo in larga scala del mattone in Inghilterra. Se l’obiettivo era quello di trasmettere la solennità del luogo, le possenti mura laterali e la nobile facciata frontale soddisfano appieno il loro compito.
(Foto dell’autrice)
Nonostante il suo prestigio e la sua ricchezza, l’abbazia venne chiusa il 12 Dicembre 1539 in seguito alle disposizioni di Enrico VIII di eliminare tutti i monasteri e confiscare tutte le proprietà della chiesa cattolica inglese. Thornton Abbey tentò di sopravvivere come collegio secolare, ma vide la sua fine ultima nel 1547 e da allora le sue porte rimasero chiuse.
Gli scavi
In soli due anni, tra il 1348 e il 1349, la Morte Nera reclamò la vita di oltre un terzo della popolazione inglese, senza contare le successive ondate avvenute nel corso del XIV secolo. E se già risulta difficile reperire documentazione dettagliata su quel periodo, è ancora più arduo apprendere ciò che accadde nelle zone rurali, dove la situazione era spesso ancor più grave a causa delle minori risorse.
Nel 2011, guidata dal Prof. Hugh Willmott, l’Università di Sheffield ha iniziato a condurre indagini archeologiche, geofisiche e topografiche nell’area di Thornton Abbey, nel tentativo di riportare alla luce gli edifici originali. Ma nel 2013, durante gli scavi di una piccola collina a sud ovest dell’entrata principale, ciò che è riemerso non sono state pietre e mattoni; bensì 48 scheletri di uomini, donne e bambini, sepolti con gran cura in otto file, molti di loro avvolti in un sudario, in un periodo ravvicinato di tempo.
(Foto: University of Sheffield; Foto dell’autrice)
Archeologa volontaria
Nonostante non si possa intuire dalle premesse, sono laureata in lingua giapponese. Ma l’archeologia è da sempre una delle mie più grandi passioni e nel 2015 decisi di voler prender parte come volontaria ad uno scavo archeologico; e fu così che scelsi Thornton Abbey.
Il gruppo di partecipanti era composto principalmente da studenti di archeologia – britannici, americani e di altre nazionalità – ma anche da un piccolo numero di appassionati, giovani e meno giovani, che condividevano l’interesse seppur non essendone esperti qualificati.
Al mio arrivo venni accolta da una compagnia di circa 40 persone, le quali si presentarono entusiaste dicendo di aver appena cucinato per cena un pentolone di pasta al pesto – che scoprii confermare la mia preoccupazione. Il quartier generale era composto da una ventina di tende da campeggio e un paio di camper posizionati all’interno di un terreno gentilmente concesso da un contadino della zona. Il pub più vicino era a 45 minuti a piedi e non vi erano altri mezzi, se non la forza di volontà dopo una giornata intera di lavoro.
(Foto dell’autrice)
Ogni mattina si partiva alla volta dell’abbazia e si faceva ritorno all’accampamento solamente a sera inoltrata, dopo circa 9 ore di scavo. Il primo giorno mi diedero una cazzuola, dei guanti, un pennello, un cucchiaino in legno e un secchio: e così iniziai il mio personale viaggio nel tempo sotto il sole cocente di Giugno, coperta di polvere e terriccio, ma a contatto con la storia più vera.
I lavori erano al tempo divisi in 3 aree: una fossa contente resti murari, una fossa contenente gli scheletri, e una fossa chiamata “L’Esilio”, in quanto molto distante da tutte le altre. In seguito all’attività iniziale di riordino delle fosse, chiuse dall’anno precedente, a coloro che sarebbero rimasti in loco per meno tempo rispetto alle settimane previste veniva concesso di cominciare l’attività direttamente dalla fossa più “ambita”, ossia quella contenente i resti ossei. Divisi per coppie, a ciascuna venne affidato uno scheletro da riesumare con cura e attenzione, e che sarebbe successivamente stato trasportato in laboratorio per carpirne le cause del decesso. Dopodiché si sarebbero continuati i lavori di scavo nelle altre aree, setacciando ogni secchio colmo e registrando le coordinate dei ritrovamenti.
Nessun membro del team del Prof. Willmott prevedeva, difatti, la scoperta di una fossa comune, per di più legata molto probabilmente alla peste del XIV secolo – vista la quantità di scheletri e il periodo di appartenenza; ma non furono solamente questi gli importanti rinvenimenti di Thornton Abbey. Gli scavi riportarono alla luce antiche mura e manufatti, tra cui un particolare ciondolo divenuto poi simbolo dello scavo stesso: primo tra tutti gli oggetti recuperati, il piccolo cerchio dorato contenente la croce di Tau era al tempo utilizzato come amuleto per guarire dal Fuoco di Sant’Antonio.
(Foto: University of Sheffield)
Risultati delle indagini
Gli scavi, iniziati nel 2011, sono terminati nel 2016. Tra i 48 scheletri rinvenuti, sono stati osservati 7 gruppi di età, da 1 a 45+ anni. Tuttavia, il 56,2% è rappresentato da individui sub-adulti da 1 a 17 anni e non sono invece stati rinvenuti scheletri di meno di 12 mesi d’età, probabilmente dovuto alle condizioni del suolo non ideali alla conservazione ossea. Solamente di 17 individui si è potuto identificarne anche il sesso, tramite analisi morfologiche del teschio e del bacino; di questi, 11 erano maschi e 6 erano femmine. Le analisi al radiocarbonio svolte su alcuni resti attestano inoltre un 95,4% di probabilità di datazione tra il 1295 e il 1400.
Ma la prova finale è giunta dal Centro per il DNA Antico McMaster in Ontario (Canada), dove sono stati inviati i denti molari di 16 individui al fine di verificare la presenza di Yirsinia pestis, il batterio agente eziologico della peste. La pubblicazione ufficiale, avvenuta il 18 Febbraio 2020 sulla rivista scientifica Antiquity della Cambridge University, riporta nel dettaglio le fasi di identificazione; la concordanza di diverse linee di dimostrazione ha permesso di affermare la presenza di peste nel campione, nonostante si necessiterà di ulteriori dati per accertarne il ramo preciso di appartenenza.
Thornton Abbey è dunque ufficialmente il primo sito verificato e documentato di peste nera nell’Inghilterra del nord.
Conclusione
Fu lo stesso professor Hugh Willmott ad assicurarsi con tutti noi di non dare un nome al proprio scheletro. Ma oramai era troppo tardi: si chiamava Bobby.
(Foto dell’autrice)
Bobby era un bambino, o forse una bambina, di circa 8 o 9 anni. E per alcuni tutto ciò potrebbe sembrare estremamente triste, forse addirittura macabro; ed era effettivamente opprimente osservare la cura con cui Bobby, ma anche tutti gli altri corpi, fossero stati distesi a terra, con le braccia incrociate, uno vicino all’altro, in un ultimo gesto di affetto e di addio. Ma forse l’archeologia è anche questo: disturbare la morte per onorare e rimembrare coloro che ne sono stati vittima. Per scrivere e tramandare la storia grazie a ciò che il tempo ha per noi conservato. E che grazie al tempo, alla storia e alla scienza non sarà dimenticato.
(Foto dell’autrice)
Link alla pubblicazione: https://www.cambridge.org/core/journals/antiquity/article/black-death-mass-grave-at-thornton-abbey-the-discovery-and-examination-of-a-fourteenthcentury-rural-catastrophe/E0CC072A347CD3E91116DFB5133505F5#fndtn-information

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Nata a Vicenza, sono laureata in Lingua Giapponese presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Ho vissuto per 1 anno a Sendai, nel Tohoku, e 2 anni a Napoli; mi sono specializzata in marketing e in quest’ambito lavoro ora nell’ufficio Marketing e Comunicazione di un’azienda TLC&ICT.. Il mio motto? 必要のない知識はない