Firenze accoglie la sfida sotto una pioggia fitta, di quelle che levigano l’erba e spengono i colori, trasformando ogni passo in uno sforzo doppio. Alla fine, il Napoli se ne va dal Franchi con la vittoria in tasca, ma anche con l’eco dei passi affannati della Fiorentina, che ha provato fino alla fine, ha tremato, ma non ha avuto la chiusura necessaria per afferrare l’impresa.

Un match che somiglia a certe storie antiche, in cui il fato è già scritto nel primo tempo, ma la lotta la si vede nei corpi, negli occhi, nei passi affondati nel fango e nella pioggia che cade incessante.

La partita

Pochi minuti dopo il fischio d’inizio, Conte inchioda subito la partita: al 6’ rigore per il Napoli, batte De Bruyne, spiazza De Gea, e il Franchi già capisce che la sera sarà lunga.

Poco dopo, al 14’, è la volta di Højlund, prima partita con la maglia azzurra, scatta dietro la difesa viola su suggerimento di Spinazzola, con freddezza batte De Gea e segna. Gioia, sorpresa, quel momento in cui la speranza viola vacilla.

Nel secondo tempo Napoli non rallenta: al 51’, Beukema – pure lui un esordiente – arrotonda il punteggio, con un inserimento dentro l’area e un tap-in che spez­za le gambe psicologiche a Firenze.

Solo al 79’ arriva la rete della Fiorentina: Luca Ranieri sugli sviluppi di un corner accorcia le distanze. Troppo tardi per invertire il cammino, ma a sufficienza per dare un brivido.

L’analisi

Da qui ancora una volta emerge il Campione d’Italia che vuole, che preme, che non concede. L’assetto di Conte si muove come un meccanismo ben oliato: pressing, occupazione degli spazi, scambi rapidi, attacco continuo. Ma c’è anche qualcosa di più: una squadra che con nuovi volti – Højlund, Beukema – non perde la memoria di quelli che già erano; che sa che il titolo è un dovere e chi gioca contro questo Napoli lo sa fin da subito che sarà battaglia.

La Fiorentina, invece, parte con qualche idea ma senza convinzione. Pioli sembra indeciso: formazione che non trova il ritmo, centrocampo che fatica a costruire, la difesa spesso esposta, l’attacco sterile fino al finale. Poi emerge la dignità, la voglia, con Fazzini e Piccoli subentrati, di raddrizzare una serata storta, ma la distanza ormai è tanta.

Il senso di questa partita non sta solo nel 3-1, che è bellezza e severità insieme. Sta nella conferma che Napoli è, ora, una favorita doppia: tecnicamente e mentalmente. Nel segno che la rosa tiene, che gli innesti rendono, che anche senza qualche titolare – inflammation, assenze, infortuni – la macchina non si inceppa.

Per la Fiorentina, invece, è una sera in cui l’orgoglio serve a non soccombere, ma non basta per competere davvero. Serve lucidità, coraggio, correzioni tattiche che non siano limature ma rialzamenti.

La partita di ieri sera somiglia a quelle favole in cui il protagonista – il Napoli – appare già destinato a vincere, ma proprio per questo la bellezza sta negli ostacoli, nelle cadute, nelle resistenze che infine vengono domate. Il Franchi non è più una fortezza per chi, come i partenopei, ha deciso di proclamarsi re, ma resta un luogo dove ogni trionfo è meritato.

E nel meritato ci sono sudore, uomini nuovi, gesto tecnico, intelligenza. Firenze resta dietro, e Napoli marcia avanti.

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