Il 16 giugno del 1986 i The Smiths pubblicano The Queen Is Dead, ancora oggi una delle pietre miliari del punk e del rock alternativo. Il terzo album della band di Manchester arriva dopo The Smiths e Meat Is Murder, e porta all’estremo quella miscela di chitarre, malinconia, sarcasmo e insofferenza sociale che aveva reso il gruppo uno dei più riconoscibili degli anni Ottanta. Il disco resterà per 22 settimane nella UK Albums Chart, raggiungendo il secondo posto.
L’album prende il nome da un’opera letteraria, dal romanzo del 1964 di Hubert Selby Jr., “Ultima uscita per Brooklyn”. Selby raccontava un’America marginale, violenta e disillusa, popolata da personaggi ai margini della società. Un universo letterario in linea con la Manchester industriale e alienata vissuta dai The Smiths.
Dopo Meat Is Murder, il gruppo continua quindi a prendere posizioni forti nei confronti della società britannica. E The Queen Is Dead arriva in un momento storico particolarmente complesso.
Il disco contiene una vera e propria invettiva contro la monarchia inglese e contro l’establishment britannico con prese di posizioni forti contro il governo di Margaret Tatcher. Non è un caso che il titolo di lavorazione dell’album fosse proprio “Margaret On The Guillotine”, espressione che Morrissey avrebbe poi recuperato nel 1988 per il brano omonimo del suo primo album solista, Viva Hate.
The Queen Is Dead può essere letto sotto diverse chiavi di lettura e forse proprio questa cosa ne ha fatto un classico. La queen del disco non è tanto impersonificata dalla regina Elisabetta, ma è metafora di un paese ormai decaduto, perso nell’immoralità tardocapitalista e già disillusa dal there is no alternatives tatcheriano che avrebbe segnato gli inizi del ventunesimo secolo.
Ma ridurre tutto a un malessere politico sarebbe troppo banale, il disco di Morrissey Marr e soci offre una quadra leggibile al malessere giovanile di quegli anni.
Estate 1986: un fil rouge tra le strade inglesi e lo stadio azteca
L’estate del 1986 segna un clima rovente per gli inglesi destinata a diventare, per un curioso cortocircuito storico ancora più iconica.
Se il 16 giugno Morrissey e soci pubblicavano un disco che ridimensionava i valori anglosassoni, mettendo in discussione monarchia, identità nazionale e valori dell’establishment britannico, sei giorni dopo e dall’altra parte del mondo, il 22 giugno un Maradona quasi coetaneo di Morrisey espugnava lo stadio Azteca proprio contro l’Inghilterra con la mano de dios. Due gesti punk e contro l’autorità precostruita che segnarono la storia inglese della mitologica dell’estate ’86.
Ma Morrisey e Maradona sono incosciamente uniti anche nella battaglia delle Malvinas. Durante un concerto a Córdoba nel 2012, Morrissey ha infiammato la folla dichiarando sul palco: “Tutti sanno che le Isole Malvinas appartengono all’Argentina, perciò per favore non incolpate il popolo inglese, noi sappiamo che vi appartengono”
The Queen Is Dead è uno disco che scardina i canoni, sia musicali che sociali, che dopo quarant’anni non ha perso un briciolo del fascino originale.
La cover iconica di The Queen Is Dead
Partendo dalla copertina, il volto scelto dagli Smiths è quello dell’attore francese Alain Delon, immortalato in una scena del film L’Insoumis di Alain Cavalier, uscito nel 1964. L’immagine mostra Delon sdraiato, con gli occhi chiusi, immerso in una fotografia dai toni verdi. Morrissey scelse il fotogramma per la copertina e ottenne dallo stesso Delon il permesso di utilizzarlo.
La copertina è un esempio perfetto della genialità dei The Smiths di unire la cultura pop al loro stile punk rock e anticonformista.
Anche qui gli Smiths riescono a unire cultura pop, cinema e musica senza bisogno di mettere il volto della band sulla copertina. È quasi un manifesto del loro modo di costruire un’identità: non attraverso l’esibizione diretta, ma attraverso riferimenti culturali, immagini e citazioni.
E poi c’è quel titolo.
The Queen Is Dead.
Un’immagine profondamente decadente che pare quasi celebrare la morte come rito di rinnovamento. Tre parole che sembrano uno slogan punk, ma che nascondono molto più di una semplice provocazione contro Elisabetta II. La “queen” può essere letta come la monarchia, certamente, ma anche come la rappresentazione dell’Inghilterra tardocapitalista e alienante degli anni ’80.
Ma non c’è solo questo, il titolo può essere letto anche come critica alla scena musicale punk oramai satura e paralizzata, secondo alcuni The Queen Is Dead farebbe il verso all’inno del punk britannico God Save the Queen. La title track è infatti una sorta di versione decadente e sarcastica del classico attacco punk alla monarchia. Ma, rispetto alla rabbia frontale dei Sex Pistols, Morrissey preferisce l’arma dell’assurdo. Una ribellione gentile, fatta di sarcasmo, riferimenti letterari al limite del plagio e umorismo nero.
È qui che The Queen Is Dead smette di essere semplicemente un disco contro la Thatcher o contro la famiglia reale.
Perché sotto la politica c’è qualcosa di molto più personale.
The Queen Is Dead è ancora oggi un classico generazionale
C’è una generazione che non si riconosce più nell’Inghilterra che ha davanti. Una generazione che guarda alla famiglia, alla religione, alla scuola, alla monarchia e alle convenzioni sociali con un misto di ironia e insofferenza. Una generazione che non ha necessariamente un’alternativa politica precisa da proporre, ma sa perfettamente cosa non vuole essere.
E Morrissey riesce a trasformare proprio questo sentimento in musica.
I Know It’s Over porta quella stessa inquietudine dall’esterno all’interno: dalla società alla solitudine individuale. Never Had No One Ever racconta l’estraneità e il senso di non appartenenza. The Boy with the Thorn in His Side trasforma il dolore emotivo in una delle melodie più memorabili della band.
E poi arriva un inno: There Is a Light That Never Goes Out, probabilmente il punto in cui tutto il mondo degli Smiths si condensa. Partendo dall’iconico riff di chitarra iniziale, la traccia esprime, in un macabro gioco ironico e amoroso, il desiderio di essere altrove, con qualcun altro, lontano da una vita che sembra non appartenere più a chi la sta vivendo.
È questo il paradosso di The Queen Is Dead: un album nato anche come attacco all’establishment britannico finisce per parlare soprattutto di solitudine, adolescenza, desiderio e senso di estraneità. Paradosso che viene costruito ad hoc anche musicalmente.
Johnny Marr costruisce melodie pop orecchiabili capaci di essere luminose e malinconiche nello stesso momento. Morrissey, invece, ci mette sopra parole che oscillano continuamente tra il comico e il tragico. Il risultato è un disco nel quale una battuta può diventare una dichiarazione politica e una canzone d’amore può sembrare, allo stesso tempo, una fuga dalla realtà.
Quarant’anni dopo, è probabilmente questa la ragione per cui The Queen Is Dead non appare semplicemente come il documento musicale di un’epoca.
La Thatcher non è più al governo, l’Inghilterra del 1986 è ormai lontanissima e la stessa monarchia raccontata dagli Smiths appartiene a un altro tempo. Ma quella sensazione di non appartenere al mondo che si ha davanti, quella voglia di prendere in giro le regole mentre contemporaneamente ci si sente schiacciati da esse, è rimasta intatta.
Gli Smiths avevano trasformato il disagio in una forma d’arte.
E The Queen Is Dead, ancora oggi, resta il loro manifesto più riuscito: politico senza essere soltanto politico, romantico senza essere soltanto romantico, punk senza avere quasi nulla dell’estetica tradizionale del punk.
Un disco nato per mettere in discussione l’Inghilterra e diventato, quattro decenni dopo, uno dei suoi più importanti monumenti musicali.