Può una commedia scritta nel ‘700 avere lo stesso impatto negli anni 20 del 2000? È questa la domanda che ci si pone seduti sulle poltroncine rosse ed accoglienti del teatro Sannazaro di Napoli. Tartufo di Molière ha superato secoli, monarchie e democrazie, ha calpestato palcoscenici scricchiolanti ed alzato pesanti ed intonsi sipari nel mondo. Il 27 e 28 gennaio approda in scena partenopea in una nuova veste, una rielaborazione moderna, firmata da Michele Sinisi, che ne cura drammaturgia e regia, produzione di Elsinor Centro di Produzione Teatrale.
A quasi 400 anni dalla prima rappresentazione di Molière, Sinisi ne prende il testo per scaraventarlo in uno scenario più che attuale, attraversando il classico per interrogarne il presente, scoprirne il potere, gli abusi e la manipolazione dominante.
Il sipario si alza e lascia che lo spettatore assista ad un panorama di vita dissoluta, tra fumi, risa, alcol e resti di cibi avanzati. I testi sono fin da subito vicini e fedeli per quanto possibile all’originale, seppur riadattati ad un contesto contemporaneo, così come gli abiti (curati da Cloe Tommasin), tra minigonne, giacca e cravatta e top animalier. La scenografia di Federico Biancalani è minimal e disseminata di oggetti attuali. Subirà nel finale un grande stravolgimento, risultato di un lavoro di creatività e sorpresa che desterà non poco stupore.
Tartufo, nominato, criticato, elogiato, demolito non farà apparizione alcuna fino a metà spettacolo, rispettando la scrittura originale della commedia secondo cui sarebbe apparso al terzo atto. Stavolta, in un atto unico, convogliano tutte le peculiarità dei protagonisti: la serva Dorina (Giulia Rossoni) la cui scaltrezza tenterà di sortire effetti in un dormiente padrone di casa, Orgone (Stefano Braschi) guidato, invece, da una fede cieca nei confronti di un manipolatore; Mariane (Bianca Ponzio), figlia assoggettata al volere di un padre, per cui rinuncerebbe al tanto agognato matrimonio con Valerio (Bruno Ricci) in favore di Tartufo; Damide figlio che si rivelerà determinante per una svolta familiare (Donato Paternoster), Elmira (Sara Drago) moglie pronta a tutto pur di svelare la verità e Lorenzo Terenzi nei panni del fratello di quest’ultima che con dialettica e ragione, proverà a far aprire gli occhi.
Ma alla fine chi è Tartufo? Un truffatore o un eroe? Un attore o un politico? Un prete o un guaritore? Orgone lo osanna, in quanto amante del controllo, nel rispetto della religione e della moralità. Saranno i più giovani ad avere la mente aperta e lo sguardo vigile nel comprendere la vera essenza di Tartufo.
Il tema della manipolazione arriva forte e chiaro, mostrandone un lato psicologico piuttosto inquietante, pur celandosi in una commedia dai facili sorrisi. Complici i talenti in scena. Stefano Braschi rappresenta con gran talento quanto una cieca fedeltà legittimi un deliberato inganno; Giulia Rossoni domina con spigliatezza e vivacità, appoggiando l’interpretazione più delicata e sensibile richiesta dal personaggio di Bianca Ponzio. Strappa sorrisi Ricci dalla folta chioma, dal facile cambio dialetto e le mossette su Celentano. Ripoldi incarna alla perfezione l’irrequietezza psicologica, Terenzi fa riflettere con una dialettica serrata, mentre Sara Drago, incanta per presenza, sguardi e movenze, perfette per la scaltra seduzione volta allo svelamento della vera identità di Tartufo.
Quest’ultimo, viscido approfittatore, dalla fisicità poco attraente, interpretato da un incredibile Angelo Tronca, ammalia in un alternarsi di svelo/non svelo, in una continua ambiguità nelle movenze e negli atteggiamenti. La sua amoralità sarà reale solo se smontata, comprovata e sotto gli occhi di tutti, fedelmente all’ipocrisia dilagante ora come allora.
La scena affida agli occhi e alle orecchie un sorprendente finale, grazie alla voce e all’impatto visivo di Adele Tirante (comparsa già ad inizio commedia nei panni della madre di Orgone) che canterà vestita in un abito d’oro che dominerà in tutti i sensi il palco. Tirante sarà rappresentazione del Re Sole creando un singolare legame con l’ambientazione temporale dell’originale messinscena di Molière.

L’ipocrisia, la cecità e la conseguente manipolazione raccontati da Molière in Tartufo sono frutto di una società che è sempre uguale a se stessa, che sia in epoca monarchica, o in democrazia. E per questo, viene da dire che sì, una commedia del ‘700 può avere lo stesso impatto negli anni ’20 del 2000, soprattutto se raccontata, rielaborata ed interpretata come in questa godibilissima pièce.

Laureata in marketing e masterizzata in comunicazione e altro che ha a che fare con la musica. Fiera napoletana, per metà calabrese e arbëreshë, collezionista compulsiva di vinili, cd o qualsiasi altro supporto musicale. Vanto un ampio CV di concerti e festival.