Inaugurata il 12 febbraio scorso e visitabile fino al 14 giugno 2026, la mostra a Palazzo Barberini, curata da Andrea Bacchi e Maurizia Cicconi, racconta dello straordinario rapporto tra Gian Lorenzo Bernini e Maffeo Barberini, al secolo papa Urbano VIII, nel periodo in cui nacque il movimento artistico del Barocco.
La prima parte della mostra di Bernini

San Sebastiano di Bernini alla mostra a Palazzo Barberini
La mostra racconta il perenne conflitto tra padre e figlio: Pietro Bernini stava già lavorando per Maffeo Barberini quando entrò a lavorare nella sua bottega il figlio Gian Lorenzo, come dimostra il Putto con drago (1617), la cui paternità è appunto contesa tra il padre e il figlio. All’elezione del pontefice Urbano VIII si realizzò la “mirabil congiuntura”: sono gli anni in cui a Roma si trovano Gian Lorenzo Bernini, Francesco Borromini e Pietro da Cortona, che daranno lustro a quel Barocco romano volto a celebrare il trionfo della Chiesa durante la Controriforma. In particolare proprio Gian Lorenzo Bernini sarà definito come il “Michelangelo” del papa. Così il loro rapporto, fatto di stima reciproca, si rinsaldò sia con il rifacimento di Palazzo Barberini che successivamente con la revisione dell’aspetto interno della Basilica di San Pietro, ossia negli anni compresi tra il 1623 e il 1644, quando il pontefice morì. Urbano VIII frequentò artisti, ne seguì i cantieri e collezionò quadri e sculture; dal canto suo Gian Lorenzo ottenne sempre più commissioni e attraverso le sue opere incensò e diffuse l’immagine del pontefice e del suo potere.
La nuova San Pietro della mostra di Bernini

Cathedra Petri alla mostra di Bernini a Palazzo Barberini
Dedicati alla Cappella Barberini in Sant’Andrea della Valle e scolpiti dai Bernini per Scipione Borghese e Leone Strozzi – per “imitatio Buonarroti”- sono le opere create intorno al 1620 presenti nella mostra: il San Sebastiano (1628) – oggi in Francia e presentato qui per la prima volta- di cui si ammirano i tratti morbidi e sensuali, il San Lorenzo (1616-1617) – in cui Bernini scolpisce nel marmo il santo di cui porta il nome – infine Le quattro stagioni, che vede la collaborazione tra padre e figlio nel realizzare le quattro statue. Ma il “non plus ultra” – come viene definito anche nella mostra – riguarda l’interno della Basilica di San Pietro, perché Bernini lavora precisamente tra il transetto e la navata, sotto la cupola di Michelangelo e sopra la sepoltura di San Pietro: il Baldacchino. Le colonne tortili, gli scrigni con le reliquie della Passione, i santi rappresentati in statue colossali, i marmi policromi delle Logge, il monumento funebre di Urbano VIII e quella di Paolo II Farnese: tutto è stato riordinato e riplasmato dal genio accuratissimo del Nostro, aggiungendo anche la scultura di Matilde di Canossa e la sistemazione della Cattedra di San Pietro. Si tratta di un trono ligneo del IX secolo identificato con la cattedra vescovile di San Pietro per l’adorazione perpetua. Sono presenti nella mostra anche le numerose pale d’altare petrine dei vari artisti come ad esempio Angelo Caroselli, Carlo Pellegrini e Pietro da Cortona, selezionati dalla bottega berniniana. Gian Lorenzo però ebbe l’idea geniale che ne permise di alleggerire il contesto architettonico per far sì che i suoi 28 metri di altezza si potessero reggere soltanto attraverso le quattro colonne: fuse insieme il baldacchino di legno, cartapesta e stucco con il ciborio, sorretto da vere colonne, pervenendo così ad un risultato geniale con una tecnica che nessuno avrebbe mai usato per paura che non avesse equilibrio e cadesse tutto da un momento all’altro.
La ritrattistica papale della mostra di Bernini
La mostra termina con la collezione di busti papali di Bernini ritratti in marmo, ma anche in bronzo e altri materiali, qui esposti per la prima volta tutti insieme: la grande novità consiste nel fatto che da monumenti funebri con funzione commemorativa, questi busti diventarono con Gian Lorenzo Bernini busti ornamentali da esporre in una vera e propria galleria artistica (1627), poiché furono collocati nel Palazzo della Cancelleria, dove risiedeva Francesco Barberini, nipote di Urbano VIII, per poi riportarli proprio a Palazzo Barberini dopo la morte dello zio. A partire dal 1630 Bernini rinnovò anche questo genere di ritrattistica: dal marmo egli passò ad usare il bronzo e dall’aspetto ufficiale del papa – ritratto con la tiara – passò a scolpirlo persino a capo scoperto e con un piviale con immagini a rilievo dei Santi Pietro e Paolo. Dopo la morte di Urbano VIII Palazzo Barberini continuò ad ospitare la più ricca collezione d’arte della città, lasciando spazio ad esempio anche alle tele degli altri pittori contemporanei più famosi. E’ il caso dei quadri di Guido Reni, il pittore più amato dai Barberini, la cui famosa Maddalena penitente (1631-1632) è esposta nel palazzo. Così i ritratti di pontefici, vescovi e cardinali dal 1630 in poi vennero commissionati ai vari artisti quando loro erano ancora in vita: si generò così la collezione delle “Apes urbanae”, ossia tutto l’entourage che circondava i papi e gli artisti, tra cui si annovera il ritratto di Michelangelo Buonarroti il Giovane.
Il ritratto di Costanza nella mostra di Bernini
Molto ammirato in questa mostra è anche il ritratto di Costanza Piccolomini– donna così tanto amata da Bernini quanto poi odiata. La donna, sposata con Matteo Bonarelli – uno degli scultori impiegati per lavorare nei suoi cantieri – ebbe infatti con Bernini una relazione che terminò quando lo scultore venne a sapere che aveva avuto una relazione anche con uno dei suoi fratelli più giovani, Luigi. Allora, in preda alla gelosia, la fece sfregiare in volto da un servo e successivamente cercò anche di uccidere il fratello. Ne derivò un grande scandalo, messo a tacere grazie alla potente influenza di Urbano VIII, che lo difese e intervenne per diminuirne la pena. in cambio, però, pretese che Bernini – per non destare ulteriori scandali – si sposasse, nonostante avesse ormai quarant’anni. Tutto ciò simboleggia la libertà scultorea e creativa che aveva Bernini grazie al suo committente, tanto da potersi dedicare a ritrarre l’amata; eppure proprio il suo committente fu l’unico che potesse pretendere di mettere un freno alle azioni più scellerate che aveva commesso.