La mostra “Il tempo del Futurismo”, nata per celebrare l’80°anniversario della morte di Filippo Tommaso Marinetti, contiene 350 opere tra progetti, quadri, sculture, libri manifesti e persino film. Inoltre è corredata di un idrovolante, motociclette, automobili e strumenti scientifici, chimici e tecnici dell’epoca. Promossa e sostenuta dal Ministero della Cultura, è stata curata da Gabriele Simongini (Roma, 1963), storico e critico dell’arte.
L’intento della mostra sul Futurismo
Nonostante varie polemiche e le defezioni degli specialisti, la mostra, tanto voluta dall’ ex ministro Sangiuliano, è stata curata con pannelli esplicativi- anche se non sempre presenti in tutte le sale- certamente didascalici, forse un po’ tradizionali perché non offrono una prospettiva interattiva con il pubblico, ma che comunque raccontano la storia non solo degli artisti della corrente futurista, ma anche della loro correlazione con letterati, scultori e grafici dell’epoca. Del resto il Futurismo, al pari del Crepuscolarismo, è stato definito come la prima delle Avanguardie che poi caratterizzeranno tutto il Novecento e che quindi era un movimento sociale, artistico, culturale. Ben 100 opere di quelle 350 erano già presenti nello GNAM, che così possono essere rivalutate e ammirate ulteriormente. Le altre opere invece sono prestiti da importanti gallerie mondiali, come ad esempio dal Philadelphia Museum of Art, dal Metropolitan Museum of Art di New York e dall’Estorik Collection of Modern Italian Art di Londra
Il percorso della mostra sul Futurismo
Nell’intento del curatore Simongini c’è la volontà di mettere a fuoco il tempo, l’epoca, lo stato d’animo, ma anche la moda, le scoperte, l’architettura e la tecnologia dei primi del Novecento e non limitandosi soltanto alle espressioni artistiche in sé e per sé. Per questo Boccioni, Carrà, Russolo, Balla e Severini sono stati inseriti insieme ai “Manifesti futuristi” non solo dei pittori ma anche della letteratura, della musica, degli scultori e di tutte le arti. Pertanto il percorso museale inizia dalla fase del Divisionismo e ancor prima del Simbolismo– con Giacomo Balla e con altre opere come ad esempio “il Sole” di Pellizza da Volpedo– e procede poi a mostrare i lavori artistici più audaci dell’epoca – come “Uccidiamo il chiaro di luna” di Balla del 1909. Si arriva così alla fase del Futurismo analitico e del Dinamismo plastico in cui, come affermava Boccioni, appariva un prodotto artistico derivato dalla somma di ambiente+oggetto – come accade ad esempio al suo “Stati d’animo” del 1911. Da queste sale il percorso sembra piuttosto una ricostruzione storica perché vengono introdotti gli oggetti concreti del Futurismo, ossia macchine, strumenti tecnici, meccanici, musicali, acustici – come l’altoparlante. Pur sembrando a volta persino superflui, servono in realtà a descrivere meglio quell’epoca e le sue straordinarie invenzioni. Segue la Ricostruzione futurista dell’universo, ossia il manifesto di Giacomo Balla e di Fortunato Depero– pubblicato dal primo a Milano nel 1915, che vuole ridefinire le forme del mondo esterno influenzando oggetti e ambienti della vita quotidiana. Così nascono le prime sperimentazioni nell’arredo, nella scenografia, negli allestimenti, nella moda, nell’architettura, come anche nel cinema e nella grafica pubblicitaria.

Spirale materica di R. Crippa (1950) alla mostra sul Futurismo nello GNAM di Roma
La parte finale della mostra sul Futurismo
Fin qui le varie sale con i loro allestimenti confermano la volontà di Simongini di creare una ricostruzione storica, qualunque ne sia il contenuto e indipendentemente dagli oggetti contenuti. Ciò che lascia invece perplessi è la parte finale della mostra, laddove compaiono scritte oppure oggetti che vogliono forzare l’interpretazione del pubblico, facendo apparire i Futuristi come i “profeti del futuro” in grado di orientare e influenzare i nostri tempi. E’ il caso dell’ “aeropittura” di Marinetti, che sembra anticipare aerei, droni attuali e persino Google Earth, oppure città che si sviluppano su direttrici di traffico stratificate, quasi ad anticipare un modello di sviluppo delle aree urbane simile a quello giapponese, o infine la teorizzazione di un telefono senza fili che farebbe pensare al cellulare. Non dimentichiamo però che gli artisti futuristi cercavano principalmente di stupire e di impressionare il pubblico con trovate di pura fantasia: da qui nascono opere come la “spirale materica” di Roberto Crippa o l’evocazione della materialità in Prampolini con l’Arte polimaterica. Ma spesso sono sperimentazioni esagerate, iperboliche, che si esauriscono in se stesse, senza avere ulteriori sviluppi. Per questo le ultime sale risultano meno convincenti e quasi retoriche nelle loro improbabili attualizzazioni. Anche definire il Pop romano e l’Arte Povera come momenti artistici derivati necessariamente dal Futurismo sembra una stonatura poco conciliabile con l’ intento storico oggettivo della mostra.
I pregi della mostra sul Futurismo
Bisogna riconoscere invece a questa mostra l’importanza della ricostruzione storica e la capacità di spaziare in rami artistici ma anche di moda e di cultura dell’epoca per restituirci una fotografia più autentica di questo movimento. Vista sotto questo sguardo allora diventa davvero una mostra di arte totale, unica nel suo genere. Se infatti oggi si moltiplicano le mostre di opere che coinvolgono luci, colori, suoni in un unico allestimento – come nel caso delle moderne installazioni – per i primi del Novecento questa totalità era una novità davvero sensazionale a cui gli spettatori non erano abituati. Il merito più grande del Futurismo fu proprio quello di aprire la strada alla nostra moderna sensibilità artistica, in cui ogni componente si fonde in un unico risultato panistico dove l’uno-tutto dell’opera coinvolge in modo globale i sensi e l’intelletto dello spettatore che diventa partecipe con l’opera e con la sua interpretazione.