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C’è una cosa che pochissimi sanno di Salvador Dalí: il logo del Chupa Chups l’ha disegnato lui. Nel 1969, Enric Bernat si rivolse all’artista con un problema che a molti sarebbe sembrato banale: il logo del suo lecca-lecca non era abbastanza riconoscibile. 

Dalí prese il giornale che aveva in mano, lo girò, e in circa un’ora tracciò quello che sarebbe diventato uno dei marchi più replicati al mondo: una margherita stilizzata, il nome in corsivo rosso, linee pulite. Poi aggiunse un dettaglio che Bernat non gli aveva chiesto e che nessun grafico aveva pensato prima, il logo andava stampato sulla sommità del lecca-lecca, non sul lato, così da rimanere sempre in vista

Questa storia dice già molto su Dalí. Non era solo un pittore, era un’artista che trasformava qualunque superficie in un’opera e qualunque gesto in uno spettacolo.

Chi era davvero Salvador Dalí

Salvador Domingo Felipe Jacinto Dalí i Domènech nasce l’11 maggio 1904 a Figueres, in Catalogna. Muore nella stessa città, il 23 gennaio 1989 e nel mezzo un’intera vita dedicata a pittura, scultura, cinema, moda, performance, autobiografia e costruzione ossessiva di sé stesso come personaggio.

André Breton lo ammise nel movimento surrealista e lo cacciò nel 1939, coniando, per lui, l’anagramma Avida Dollars, accusa di venalità. Dalí rispose che da quel momento la pioggia di dollari non avrebbe smesso di cadergli addosso. Aveva capito prima di chiunque che nel Novecento l’artista è un brand e che il confine tra genio e provocazione è una linea che conviene attraversare ogni giorno.

I simboli di Dalì: cosa significano davvero

Entrare in un quadro di Dalí senza conoscere il suo vocabolario è come leggere un testo in una lingua che non si conosce, i simboli ricorrono da un’opera all’altra con una coerenza quasi ossessiva e tutti hanno un’origine precisa.

Gli orologi molli

Il simbolo più celebre non viene da Einstein, Dalí lo disse esplicitamente, nacque da un Camembert che si sciolse al sole, mentre stava lavorando a un paesaggio di Port Lligat nel 1931. Li chiamava «il camembert del tempo», non è fisica relativistica, ma percezione soggettiva del tempo, fluida, malleabile, personale.

Gli elefanti sulle zampe di ragno

Bestie enormi su arti impossibili, sottili come stecchi. L’immagine rovescia il simbolo classico della forza, la massa c’è, ma il sostegno è fragile. Dalí si ispirò alla scultura berniniana dell’obelisco su elefante in piazza della Minerva a Roma, trasformandola in qualcosa di radicalmente instabile.

Le formiche

Richiamano la morte, la decomposizione, l’inquietudine. Nella sua autobiografia del 1942, Dalí racconta un ricordo infantile, un pipistrello morto ricoperto di formiche che il piccolo Salvador portò vicino alla bocca. L’immagine non lo lasciò mai.

I cassetti nei corpi

Una rappresentazione dichiaratamente freudiana. «Il corpo umano è pieno di cassetti segreti che solo la psicoanalisi è capace di aprire», scrisse. Dalì li dipinge aperti, semivuoti, come se i personaggi portassero i propri segreti esposti sulla superficie della pelle.

Le opere che vale la pena conoscere

Dalí ha lavorato per sessant’anni senza mai smettere, dedicandosi a oli, acquerelli, sculture, gioielli, scenografie, illustrazioni. Il catalogo della Fundació Gala-Salvador Dalí conta oltre 1500 opere, ci sono alcuni quadri che condensano meglio di altri il modo in cui funzionava la sua mente e che vale la pena conoscere prima di tutto il resto.

La persistenza della memoria (1931)

È il quadro più famoso, eppure è piccolo, 24 × 33 centimetri, meno di un foglio A3. Tre orologi si afflosciano nel paesaggio di Port Lligat; una figura fetale giace tra le rocce; l’atmosfera è quella di un sogno a metà pomeriggio. Fu venduto per 250 dollari alla galleria Julien Levy. Oggi è al MoMA di New York.

Sogno causato dal volo di un’ape attorno a una melagrana, un secondo prima del risveglio (1944)

Gala nuda fluttua sopra il mare, due tigri le balzano addosso dalla bocca di un pesce che esce da una melagrana e un fucile con baionetta chiude la catena. Tutto scaturisce dalla puntura di un insetto, nel secondo che precede il risveglio. È al Thyssen-Bornemisza di Madrid.

Cristo di San Giovanni della Croce (1951)

Niente chiodi, niente sangue, niente corona di spine. Un corpo perfetto visto dall’alto, sospeso su un cielo buio, con sotto la baia di Port Lligat. Dalí disse di aver visto la composizione in un sogno cosmico legato alla struttura dell’atomo. È al Kelvingrove di Glasgow.

Gala: la donna che stava dietro a tutto

Elena Ivanovna Diakonova nasce a Kazan nel 1894. Quando incontra Dalí nell’estate del 1929 a Cadaqués, ha 35 anni ed è ancora la moglie del poeta Paul Éluard. Diventa la compagna di Dalí, poi moglie (matrimonio civile nel 1934, religioso nel 1958), modella, manager, musa, punto di riferimento assoluto.

Dalí firmava i quadri con entrambi i nomi Gala-Salvador Dalí e scriveva: «È soprattutto con il tuo sangue, Gala, che dipingo». Nel 1968 le regalò il Castello di Púbol, in provincia di Girona, con una condizione bizzarra anche per i loro standard: lui non poteva visitarla senza un invito scritto. Gala morì il 10 giugno 1982 e da quel giorno Dalí non lavorò più come prima.

Il museo come ultima opera d’arte

Il Teatro-Museo Dalí di Figueres non è un museo nel senso tradizionale, è un’installazione totale, progettata da Dalí in ogni dettaglio: la cupola geodetica, il Cadillac nero dove piove a gettoni inserendo monete, la Sala Mae West che si trasforma in volto solo guardata da uno sgabello alto. Inaugurato il 28 settembre 1974 sulle rovine del vecchio Teatro Municipale distrutto nella Guerra Civile spagnola, attrae oggi oltre 1,3 milioni di visitatori l’anno ed è il terzo museo più visitato di Spagna.

Dalí volle essere sepolto lì, nella cripta sotto il palcoscenico. Nel 2017, quando la salma fu riesumata per un test di paternità, richiesto da una donna spagnola che risultò non essere sua figlia, i tecnici trovarono i baffi perfettamente intatti, nella posizione caratteristica.

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