Un film drammaticamente straordinario
L’Odissea di Nolan ci ricorda due verità fondamentali. Nessuno custodisce una storia meglio di chi la sente propria, e nessun budget, per quanto sconfinato, può trasformare da solo uno spettacolo in un’opera d’arte.
Ma se dopo anni di silenzio cinematografico l’Odissea non è rinata nella sua forma più autentica grazie a Nolan, bisogna comunque riconoscere che il film ha senza alcun dubbio smosso l’indignazione più sana di molti spettatori che, dopo essere usciti dalla sala, si sono subito precipitati in libreria e a (ri)guardare la versione più fedele di Franco Rossi del 1968. Perché i disastri compiuti (ancora una volta) dagli Studios americani in merito alla fedeltà del testo sono vari e irreparabili. Infatti ora c’è il rischio che in molti tengano impressa nella mente soltanto la versione Hollywoodiana del poema omerico, che attraverso la narrazione delle avventure di Ulisse si preoccupa di esprimere principi e valori cari alla società attuale invece di rappresentare il messaggio originario del testo antico.
Il lato positivo, che è anche il vero problema per la memoria dell’opera di Omero, è che la qualità cinematografica del film di Nolan è drammaticamente straordinaria. Non tanto per la tecnica utilizzata (con pellicola in formato IMAX) quanto per le prospettive, fatte di tramonti mozzafiato e accompagnate da una musica eccellente. È questo il vero anestetico decorativo che distrae lo spettatore, facendogli abbassare qualunque difesa. Però se è vero che i soldi non bastano a fare grandi cose, bisogna anche ammettere che Nolan, in parte, è riuscito a creare l’arte. Perché il film, pur nelle sue differenze rispetto al poema, riesce a trasmettere emozioni forti. E allora la domanda che ci si pone è la seguente: il problema è davvero Nolan, oppure siamo noi ad aver bisogno di un prodotto sempre attuale? Se non rispondiamo a questa domanda, non possiamo capire perché, soprattutto negli ultimi decenni, sentiamo il bisogno di modificare i classici e di adattare continuamente il passato ai valori contemporanei. Forse il mondo sta dimenticando il proprio passato proprio perché non si chiede più se un’opera antica debba essere reinterpretata o custodita.
L’Elena di Troia che non ci aspettavamo e (l’inesistente) Sinone
Le origini afrodiscendenti di Elena di Troia e della gemella Clitennestra, entrambe interpretate nel film da Lupita Nyong’o, stonano con le preferenze di un pubblico abituato a vedere il personaggio nelle vesti di una ragazza bionda, occhi azzurri e dalla pelle candida, suscitando scalpore tra molti ancora prima che il film uscisse nelle sale. C’è però da dire che lo stesso Omero non si è mai servito di descrizioni fisiche ben precise per definire Elena. Nei poemi non vi è alcuna allusione al colore dei capelli e a quello degli occhi, ma esistono solo descrizioni generiche: “Non c’è da biasimare Troiani e Achei se per una tale donna soffrono a lungo dolori”. Elena viene definita la donna più bella del mondo da alcuni, una semidea da altri. Lei stessa si dice “donna indegna” per aver causato una guerra inutilmente sanguinosa. Ma viene detto poco o niente sul suo aspetto fisico. L’epiteto λευκώλενος (letteralmente “dalle bianche braccia”) è stato interpretato dagli studiosi moderni come una formula poetica che richiama nobiltà, bellezza e pelle non abbronzata, più che un’indicazione etnica.
In realtà, la vera differenza tra il poema e il film sta nella trama. Nell’Odissea di Omero Elena prova un profondo rimorso, perché si considera la vera causa della guerra di Troia, ma ne rappresenta anche la memoria. Ascoltando i suoi racconti, Telemaco (interpretato nel film da Tom Holland) ricostruisce anche il ricordo del padre Ulisse e delle sue gesta. Dopo la guerra Elena torna da Menelao (Jon Bernthal), con il quale ricostruisce il loro matrimonio in serenità. In Nolan, invece, il suo ruolo viene poco approfondito sotto il profilo psicologico. Il rapporto con Menelao non sarà mai sanato del tutto, ma caratterizzato da risentimenti e violenze fisiche visibili sul suo corpo.
E che dire del caso Elliot Page? L’indignazione, che anche in questo caso era nata prima dell’uscita del film, si è concentrata tutta sul fatto che l’attore sia transgender piuttosto che sul ruolo ricoperto: tal Sinone, personaggio estraneo al poema omerico ma inserito da Nolan per una reinterpretazione narrativa. Ma al di là di queste differenze superficiali, utili solo a creare sterili polemiche da salotto pseudo letterario, il vero nodo centrale dell’Odissea di Nolan risiede proprio nella narrazione degli eventi. Il regista statunitense non si è limitato ad accorciare, a fondere e a tagliare (che sarebbe pure comprensibile, considerata la difficoltà a incastrare l’immensa opera in quasi tre ore di film), ma ha anche dato una propria interpretazione del poema omerico, adattandolo a preferenze personali e alle esigenze della società attuale. E nel fare ciò, ha purtroppo anche dimostrato per l’ennesima volta una certa ruvidezza (per essere gentili) degli americani nel trattare uno dei pilastri fondamentali del patrimonio mitologico europeo. Ma perché l’ha fatto? Ha voluto semplicemente soddisfare il proprio ego mettendo al primo posto la sua visione del mondo al netto della fedeltà del testo, oppure pensa (forse a ragione) che il pubblico attuale non avrebbe apprezzato i valori espressi dall’Odissea originaria ?
Polifemo e nessun “Nessuno”
Il momento dell’incontro tra Ulisse e Polifemo è forse il più noto tra i racconti mitologici. Tutti sanno cosa succede e come va a finire, nessuno si aspetta l’imprevedibile. E invece, colpo di scena, il famoso dialogo tra il ciclope e Ulisse viene tolto completamente, come se fosse un passaggio noioso e superfluo della storia poco interessante. Addirittura Ulisse, interpretato da un abile e prestante Matt Damon, dopo aver accecato il ciclope ed essere scampato, ha la brillante idea di scagliargli contro un’altra freccia, scatenando la sua ira e mettendo in pericolo la vita dei compagni. Così Odisseo, che nell’opera omerica viene considerato tra i più astuti guerrieri, che fa dell’astuzia una delle sue armi più affinate, diventa nell’opera hollywoodiana un soldatino tutto muscoli e azione che agisce in balia degli impulsi e della paura.
Calipso
La permanenza di Ulisse sull’isola di Ogigia, dove viene accolto da Calipso dopo aver perso tutti i suoi compagni, è un altro punto dolente che ha scatenato da un lato la rabbia dei più affezionati alle opere omeriche, dall’altro l’infatuazione di coloro che hanno apprezzato l’adattamento cinematografico. Nel testo antico Ulisse non dimentica mai chi è e da dove viene. Ogni giorno pensa a Itaca, a Penelope, a suo figlio Telemaco. Calipso è innamorata di lui e per convincerlo a restare gli offre l’immortalità, che però Ulisse rifiuta in quanto il suo desiderio più grande è quello di tornare a casa. Perché l’importanza delle proprie radici supera qualsiasi avidità e ambizione. Calipso è una ninfa immortale e capricciosa dalla bellezza divina, che arriva perfino a tenere in ostaggio il povero Ulisse, al punto che sarà Zeus a ordinarle di lasciarlo partire.
Nolan mostra l’isola di Ogigia come una spiaggia spoglia e trasognata (in contrapposizione a quella florida e verdeggiante di Omero), simbolo dell’oblio. Fonde l’episodio di Calipso con un’altra parte del viaggio di Ulisse, riguardante i Lotofagi, il popolo che nel poema provoca la perdita della memoria attraverso il fiore del loto. In questo caso è invece Calipso a dar da mangiare a Ulisse i fiori, alleviando così le sofferenze patite per il dolore causato dapprima al popolo troiano e poi ai suoi compagni. L’Ulisse hollywoodiano è un uomo confuso, che ha perso le proprie certezze. Ferito dalla sua stessa natura, confessa a sé stesso di non voler tornare davvero a Itaca. Con la distruzione di Troia, si rende conto di aver rotto, attraverso l’inganno, il sacro valore che tiene insieme i popoli.
Calipso (interpretata nel film da Charlize Theron) appare più matura e malinconica rispetto al poema, diventa quasi una mentore che aiuta l’eroe, giorno dopo giorno, per sette anni, a dimenticare per non soffrire. A questo punto, nell’opera omerica Ulisse si rimette in viaggio ma viene punito da Poseidone per aver accecato Polifemo e naufraga a Scheria, dove incontra Nausicaa e viene accolto dai Feaci, ai quali rivela la propria identità e racconta per la prima volta il viaggio vissuto dopo la caduta di Troia. Ma questa parte nel film viene completamente omessa.
Circe

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In Omero Circe (Samantha Morton) accoglie cordialmente i compagni di Ulisse, invitandoli a un banchetto dove vengono trasformati in maiali dopo aver bevuto una pozione. La loro trasmutazione è una punizione perché i compagni di Ulisse non riescono a resistere alle tentazioni, abbandonandosi agli istinti e all’incoscienza. Nolan invece attribuisce un significato psico-antropologico a questa scena: Circe non crea dal nulla la bestialità degli uomini, ma semplicemente mostra qual è la loro vera natura, violenta e animalesca. Nel film appare come una strega orrorifica che odia profondamente gli uomini in quanto tali. La scena è disturbante: gli uomini ingurgitano senza sosta il cibo offerto, non riescono a fermarsi, sembrano soffocare, mentre Circe toccandoli con le sue mani li trasforma pian piano in maiali.
Nel poema Ulisse riesce a resistere agli incantesimi della maga grazie all’erba moly donatagli da Ermes, e una volta salvati i suoi compagni, resta insieme a loro sull’isola per un anno (mentre nel film partono subito), fino a quando quest’ultimi non gli ricordano il dovere di tornare a casa. Secondo la tradizione, Ulisse avrebbe avuto anche un figlio da Circe: Telegono. Questo episodio viene narrato nella Telegonia, che fa parte del cosiddetto Ciclo epico, una raccolta di poemi successiva all’Odissea ormai andata perduta.
Penelope e il letto d’ulivo

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Nel film di Nolan Penelope (Anna Hathaway) diventa un personaggio proattivo rispetto alla tradizione omerica. A un certo punto Telemaco fa notare alla madre che Ulisse è ormai scomparso da molto tempo e che Itaca ha bisogno di un nuovo sovrano. Penelope risponde che il re potrà anche mancare da vent’anni, ma è lei a tenere in piedi il regno. Un’immagine di donna di potere molto più vicina ai nostri tempi, che del resto non è del tutto diversa dalla figura presente nel poema. Perché Penelope già nella sua versione originale mostra una spiccata intelligenza, prende decisioni (anche se in modo più discreto), resiste con astuzia ai proci attraverso l’espediente della tela, che ricama di giorno e disfa di notte.
Il mutamento più importante rispetto al poema è invece la sostituzione della spilla di Atena con il letto nuziale come mezzo di riconoscimento del marito, cambiandone in questo modo profondamente il significato. Nel poema il letto viene costruito da Ulisse stesso, scavando il tronco vivo di un ulivo ancora radicato nel terreno e per questo inamovibile. Il significato è potente: l’albero potrebbe simboleggiare la stabilità del matrimonio, le radici della famiglia, Itaca, la memoria condivisa dei due sposi, qualcosa che, come il loro legame, non può essere sradicato. Quando Penelope ordina a Euriclea di preparare il letto fuori dalla camera, Ulisse esce allo scoperto facendo notare con rabbia che nessuno potrà mai spostare quel letto, permettendo a Penelope di riconoscerlo.
La sostituzione del letto con una spilla sembra suggerire che Nolan abbia voluto dare un messaggio ben diverso. La spilla è un oggetto personale, individuale, trasportabile. Un ricordo che lega Ulisse a Penelope ovunque egli vada, lasciandolo tuttavia libero di cambiare idea in ogni momento e mettere fine al loro legame. La libertà dell’amore, l’importanza dell’individualità. Concetti molto belli, molto attuali, che però non rappresentano i valori e i principi su cui si fonda il poema.
Gli dèi non esistono (più)
“Dio è morto” diceva Friedrich Nietzsche, riferendosi alla progressiva secolarizzazione della società occidentale. E potremmo dire quasi lo stesso per le divinità dell’Olimpo in Nolan. Se non fosse per la sporadica presenza di Atena, interpretata da Zendaya Maree Stoermer Coleman, potremmo infatti dire che gli dèi nel film non esistono. Anzi, per un attimo abbiamo l’impressione che i dialoghi tra Ulisse e la dea siano il frutto dei deliri dell’eroe dovuti al trauma della guerra. Ma il problema è che in Omero gli dèi sono onnipresenti, muovono le azioni dei personaggi e decidono il loro destino, Ulisse per primo. E allora cosa è successo? Ancora una volta “la mano oscura” di Nolan ha voluto compromettere il testo antico?
In realtà il discorso è più complesso. L’assenza visiva delle divinità è una tendenza che ha caratterizzato la produzione cinematografica degli ultimi decenni, forse per rendere la narrazione più realistica e verosimile agli occhi dello spettatore moderno, che si sta allontanando sempre più dalla spiritualità e dall’importanza della religione, qualunque essa sia. Per fare degli esempi, nel film Troy di Wolfgang Petersen, gli dèi scompaiono completamente. Esistono soltanto nei rituali, nell’interpretazione dei segni e nelle parole dei personaggi, che pregano, fanno sacrifici, temono o auspicano l’intervento divino. Nel film The Odyssey di Andrei Kokchalovsky, gli dèi sono molto presenti, usano i loro poteri ma appaiono in forma umana. In Immortals di Tarsem Singh, gli dèi hanno sembianze umane, combattono, sanguinano e possono addirittura morire. Se vogliamo andare un po’ più indietro nel tempo, in Edipo Re e Medea di Pasolini, gli dèi non vengono mostrati quasi mai come personaggi, tuttavia il carattere sacrale percorre tutta la narrazione attraverso i riti, l’importanza data al destino e alla presenza dell’elemento religioso. Nolan segue questa tendenza rendendo i personaggi i veri padroni del proprio destino, e non più delle marionette nelle mani delle divinità.
La crisi della cultura moderna
Ma il colpo di scena vero e proprio, la catastrofe, arriva quando Ulisse, un uomo dell’VIII-VI secolo a.C., malinconico dice alla sua amata Penelope che “la nostra Età del Bronzo è ormai alla fine”, esprimendo un concetto che sarà definito per la prima volta soltanto nel 1800. È questo il simbolo della vera sconfitta della cultura moderna, che viene lasciata nelle mani di chi forgia la propria arte più sul peso dell’estetica e dell’indolenza scolastica che sull’amore per l’autenticità. Il mondo attuale si sta volontariamente allontanando dal proprio passato perché è diventato pigro. Perso tra lo scrolling, la necessità dell’immediatezza e l’impazienza, ritiene che un bell’effetto visivo-narrativo possa tranquillamente sostituire autenticità e fedeltà storica. Forse anche un cineasta europeo, italiano o greco, avrebbe commesso lo stesso errore. Ma forse avrebbe avuto anche più remore a osare così tanto, oltre a un budget più modesto. Ciò non toglie che il film di Nolan abbia trasmesso delle emozioni, dando un prodotto soddisfacente per il pubblico sotto il profilo dell’intrattenimento. Ma a quale prezzo?
Da questo film abbiamo imparato per l’ennesima volta una lezione molto importante. Nessuno è mai morto di adattamento cinematografico, ma spesso i danni possono essere irreparabili.

Mi sono laureato in Giurisprudenza all’Università degli Studi di Napoli \”Federico II\” e in seguito ho realizzato varie esperienze di studio e di lavoro all’estero (Egitto, Francia, Spagna). Tornato in italia, ho inizato a specializzarmi nel settore della scrittura e dell’editoria. Nel 2020 mi sono trasferito a Parigi, dove ho collaborato per un breve periodo con la casa editrice Italo Avevo Editore in qualità di Responsabile di progetti di coedizione internazionale, occupandomi di curare i rapporti con alcune case editrici francesi e di altri paesi europei ed extraeuropei. Tra il 2020 e il 2022 ho scritto per Hermes Magazine, di cui sono stato anche responsabile della sezione libri. Dopo alcune brevi esperienze nella realizzazione di progetti di cortometraggio, nel 2026 sono tornato a scrivere con grande piacere per Hermes.