Guerriera, sciamana, capo spirituale, guaritrice, Lozen fu raccontata nel mito delle leggende che si tramandavano oralmente tra i popoli Apache.

“Non voglio imparare i lavori delle donne e non voglio sposarmi” disse a suo fratello Victorio, “voglio diventare una guerriera”. Victorio era il capo della loro tribù e le insegnò così a combattere e a cacciare.

L’infanzia di Lozen fu segnata dall’efferatezza delle campagne militari dell’esercito degli Stati Uniti nelle terre dei nativi americani, dove, in seguito a sanguinose battaglie, molti amici e parenti morirono tragicamente in battaglia.

La straordinaria storia di Lozen, “forte come un uomo, più coraggiosa della maggior parte dei guerrieri ed abile stratega” è raccontata oggi in parecchi romanzi ispirati alla sua affascinante quanto sfortunata vita. È, infatti, il personaggio principale di The Hebrew Kid and the Apache Maiden, scritto da Robert J. Avrech. Ma inoltre, parlano di lei: The Warriors Path di Karl Lassiter, Victorio’s War di John Wilson, Ours di Philippe Morvan.

Tutta l’iconografia su Lozen è intesa alla celebrazione della donna, che dedicò la sua vita a difendere il suo popolo e che ammanta di leggenda la sua esistenza, in quanto la gente cominciò a credere che avesse poteri sovrannaturali, che le permettevano di anticipare le mosse del nemico.

Si raccontò di lei come l’essere che alzava le braccia al cielo, con le mani controvento e attraverso le sensazioni di calore che ne ricavava, riusciva a scoprire in che direzione e a che distanza si trovava il nemico.

Alla morte di suo fratello Victorio, per mano dell’esercito, combattè accanto al leggendario capo Geronimo, trattando dei negoziati all’esito dell’ultima campagna Apache.

Finita sotto la custodia americana, Lozen viaggiò come prigioniera di guerra verso Mount Vernon, nello stato dell’Alabama. Come molti altri guerrieri Apache tenuti prigionieri, morì in carcere di tubercolosi il 17 giugno 1889 a quarantanove anni.

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