Nei sobborghi di Manchester sul finire degli anni Settanta si respira un’aria densa e grigiastra, non soltanto il prodotto visibile delle ciminiere industriali che scandiscono l’orizzonte ma è soprattutto il riflesso meno tangibile di uno stato d’animo collettivo: quello di una generazione che ha ereditato le promesse infrante del dopoguerra e il fallimento delle utopie del 1968.
È proprio in questo terreno apparentemente arido che prende forma una delle avanguardie musicali più rilevanti degli ultimi decenni. In questo contesto, i Joy Division pubblicano “Unknown Pleasures”, il 15 giugno 1979, segnando un punto di rottura destinato a ridefinire il linguaggio del post-punk.
La band di Manchester, formata da Ian Curtis, Bernard Sumner, Peter Hook e Stephen Morris ridefinisce il genere attraverso un rock gotico e cupo, muri di suoni distorti e un ritmo martellante. Un disco che mezzo secolo dopo non ha ancora esaurito la sua eredità continuando a influenzare l’estetica e il suono del panorama musicale ancora oggi.
Una delle copertine più iconiche nella storia della musica
In modo particolare, l’iconica copertina è diventata un simbolo senza tempo dell’immaginario musicale contemporaneo. Le suggestive “montagne di righe” derivano dalla visualizzazione delle onde radio emesse da una pulsar, trasformate dal designer Peter Saville in un’immagine tanto scientifica quanto astratta. Come il disco stesso, anche la copertina sembra sospesa tra ordine e vuoto: un segnale proveniente da lontano, freddo e indecifrabile, destinato però a imprimersi in modo permanente nell’immaginario collettivo.

Copertina di Unknown Plaesures, disco culto post-punk del 1979
Lo stile punk gotico e cupo del disco
Con “Unknown Pleasures”, i Joy Division destrutturano il punk della prima ondata, allontanandosi dalla sua violenza immediata per costruire un linguaggio più criptico e teso. La spinta ribelle delle chitarre viene rielaborata attraverso una scrittura più essenziale e una produzione che enfatizza distanza ed effetti sonori. Il risultato è un’atmosfera gelida, in cui la centralità non appartiene più solo alla chitarra ritmica, ma al basso ipnotico di Hook, che diventa spesso la vera ossatura melodica dei brani.
In tutto ciò emerge disperata e decadente la voce del giovanissimo Ian Curtis, figlio proprio della working class di Manchester. Le liriche di Curtis vengono costruite per frammenti senza una vera e propria stabilità attraverso immagini sonore funeree e profondi echi letterari tra gli ambienti distopici di Ballard, il sentimento angosciante di Blake e Kafka ma anche i viaggi onirici di Burroughs.
La forza lirica di Ian Curtis
La ricerca di una vita “normale” consumata nello squallore, scandita dal fissare il vuoto durante le ore in fabbrica non trova soluzioni di continuità. In “Disorder”, traccia che apre il disco, nelle prime battute Ian si domanda “Could these sensations make me feel the pleasures of a normal man?” Un’aporia che sembra dissolversi nell’acido di un riff minimale e ipnotico, sostenuto dalle percussioni primitive e ossessive di Stephen Morris. Secondo il famoso critico musicale Simon Reynolds “Curtis è l’equivalente New Wave di Jim Morrison, ma in questo caso l’enfasi si sposta da Eros a Thanatos”.

Ian Curtis durante un live
Difatti le pulsioni distruttive sono presenti in ogni angolo del disco. L’aria di “Unknown Pleasures” è rarefatta, tutto il disco è immerso in un bianco e nero squallido (come nel biopic “Control”, regia di Anton Corbjin), tra le cariche schizofreniche di “She lost Control”, il punk più rabbioso e classico di “Shadowplay” e lo spiazzante finale di “I Remember Nothing”. Una traccia dal sapore goth rock che si muove a passi lenti ma inesorabili portando alle estreme conseguenze l’estetica dei Joy Division: un ritmo meccanico e una sensazione costante di distacco emotiva, già al limite di quella sensibilità oscura che influenzerà gran parte del post-punk successivo.
L’eredità di Unknown Pleasures
Nonostante sia figlio del suo tempo e della personalissima visione poetica di Ian Curtis, “Unknown Plasures” è un disco astorico; un brodo primordiale che dopo quarantasette anni continua a influenzare un’epoca musicale tutt’ora in corso, dalla new wave alla dark wave, fino alle declinazioni più cupe del goth rock.
Ian Curtis muore nel 1980 ad appena ventiquattro anni, suicida e cantando che l’amore ci avrebbe fatto a pezzi. Con lui muoiono anche i Joy Division ma il lascito che ne deriva è incalcolabile. “Unknown Plesaures” continua, ancora oggi, a parlare una lingua ermetica con la stessa magnetica distanza capace di comunicarci i piaceri dell’ignoto in una forma poetica che trascende le epoche.