foto di Alessia Giannino
Napoli fino al 19 aprile 2026 accoglie Joan Miró in uno dei suoi luoghi più suggestivi della città, la Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta. Una cornice carica di storia e spiritualità che dialoga in modo sorprendente con l’universo libero, istintivo e visionario dell’artista catalano. La mostra, articolata in 7 diverse sezioni tematiche, accompagna il visitatore in un percorso immersivo che attraversa il pensiero, il segno e l’immaginario di Miró, rivelandone la profonda modernità.
La mostra
Il percorso insiste su un nodo centrale dell’universo mironiano: l’incontro tra parola e immagine, tra arti visive e letteratura, fino al punto in cui la parola sembra diventare “plastica”, trasformandosi in forma, segno e colore. È un Miró che dialoga, che attraversa confini, che si lascia contaminare dai linguaggi e li riscrive secondo una grammatica personale.

Non a caso, un capitolo importante della mostra riguarda la rete di relazioni che l’artista coltivò con poeti e scrittori del suo tempo: un rapporto stretto, fatto di scambi e complicità intellettuali, che lo portò a illustrare opere di personalità originali e diversissime tra loro. Dal dadaista Tristan Tzara al surrealista Paul Éluard, dallo scrittore-etnologo Michel Leiris al “sovversivo” René Char, fino al poeta dell’amore Jacques Prévert, all’innovatore Raymond Queneau e, infine, allo scrittore e artista plastico Joan Brossa.
Ampio spazio viene dato anche alla litografia, tecnica che per Miró non fu un territorio secondario, ma un laboratorio autentico. In mostra sono presenti le tavole che accompagnano i volumi I e II del catalogo ragionato delle sue litografie, testimonianza di un lavoro rigoroso e insieme sorprendentemente libero, capace di rinnovarsi in ogni passaggio.
Tra le opere esposte compaiono inoltre alcune copertine di LP disegnate dall’artista e un nucleo dedicato a una figura teatrale diventata simbolo di provocazione: Ubu Roi, personaggio creato nel 1896 da Alfred Jarry, considerato padre della Patafisica. Affascinato dallo spirito antiborghese e provocatorio della pièce, Miró dedica a questo “re meschino” litografie, incisioni, disegni e sculture, reinterpretandone la figura in una chiave personale e simbolica. Il percorso include alcune litografie originali a colori (1966) e una serie di riproduzioni “after” di litografie (Ed. Seat, 1987) intitolate Enfance d’Ubu, ispirate alla trilogia di Jarry.
Una mostra che non si limita a celebrare Miró, ma lo racconta come artista in movimento: un autore per cui l’arte è sempre stata un campo di prova, un dialogo tra linguaggi, una forma di pensiero che si fa immagine. E, in questo senso, la scelta di Napoli e della Pietrasanta come luogo di accoglienza diventa parte integrante dell’esperienza: uno spazio che invita a osservare il segno non come ornamento, ma come necessità.

Amante della scrittura e del cibo. Scrivo da quando ho memoria, mangio più o meno da sempre. Giornalista Pubblicista dal 2017, con la nascita di Hermes Magazine ho realizzato un mio piccolo, grande sogno. Oggi, oltre a dedicarmi a ciò che amo, lavoro in un’agenzia di comunicazione come Social Media Manager.