Americhea è un romanzo illustrato che racconta una storia autobiografica di resilienza. La protagonista cresce da bambina allegra e gentile a un’adolescente segnata da un senso costante di disagio e irrequietezza, fino a diventare una giovane donna alle prese con molte difficoltà. Il libro è dedicato a tutte le bambine, ragazze e donne, mettendo in luce quanto spesso le donne non parlino per vergogna o, quando lo fanno, vengano ignorate o non ascoltate. Nel corso della narrazione, l’autrice inserisce anche riferimenti storici sulla legislazione italiana riguardante l’emancipazione femminile e sull’evoluzione della sensibilità della società nei confronti della violenza di genere.

Americhea

L’intervista

Americhea nasce come storia autobiografica: qual è stata la difficoltà maggiore riscontrata nel trasformare un vissuto personale, intimo e doloroso in un racconto destinato anche a lettrici e lettori molto giovani?

Americhea è un viaggio a ritroso, un rewind necessario per lasciare andare esperienze che hanno segnato la mia vita. Nasce nelle notti trascorse accanto a mia madre malata di Parkinson. Non avrei scritto se non avessi assistito ai suoi disorientamenti e ai racconti disordinati dei suoi traumi fino allora segreti. Ho scritto per non lasciare alla mia vecchiaia angoli bui. Non avrei potuto affrontare da sola questo viaggio e ho chiesto a Sara Cimarosti di venire con me. L’ho conosciuta attraverso le sue illustrazioni, così intense e mai banali, pubblicate su Facebook. Ha accettato e siamo partite, avendo come prima destinazione le ragazze e i ragazzi. Il libro illustrato sospende, aggiunge, colpisce le parti più intime di noi e questo ha facilitato il racconto del mio vissuto.

La protagonista attraversa diverse età della vita – bambina, adolescente, giovane donna. C’è un momento preciso in cui il disagio cambia forma e diventa consapevolezza?

Il disagio cambia forma e diventa consapevolezza nello studio del professore di psicologia dell’età evolutiva, Walter Battacchi, all’interno del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Bologna. Erano sedute gratuite destinate agli studenti in difficoltà. Soffrivo di attacchi di panico e non riuscivo a sostenere gli esami. Dopo lunghi silenzi, un pomeriggio il professore mi porse un foglio. Era una poesia intitolata “Eppure tutto si sopporta” di Saffo. Da quel momento, nel tempo, per 26 anni a venire, fino alla sua morte improvvisa, ci siamo affacciati sull’orlo dei miei precipizi. “Non è stata colpa tua, ricordalo sempre” mi diceva quando affiorarono i primi ricordi. La consapevolezza di essere stata una vittima e non responsabile degli abusi subiti mi aiutò molto nella guarigione.

Nel libro ritorna il tema del silenzio: parli e non ti credono, o non ti ascoltano. Secondo te oggi, per una ragazza, è davvero cambiato qualcosa rispetto al passato o il silenzio assume solo forme diverse?

Le ragazze sono meno ingenue, ma il problema resta per loro, sempre lo stesso. In caso di abusi se parli e denunci, da vittima diventi colpevole: le domande sono ambigue sul tuo ruolo durante la violenza, e diventano curiosità morbose e imbarazzanti sui dettagli.

La mentalità non cambia, i ragazzi pensano alle donne come a un possesso, ma le ragazze non sono proprietà di nessuno, e niente può legittimare azioni violente verso i possibili rivali, per una foto o un video pubblicato sui social. Non sono stati educati ai sentimenti, a capire quando è il momento di fermarsi davanti a un rifiuto. E se vengono lasciati, la vendetta sulle ex, in questo mondo virtuale, è il Revenge Porn per umiliarle davanti al mondo social, un atto crudele che rischia di ferire a morte.

Dunque quale amore si costruisce in queste relazioni?

E quanta rabbia si scatena verso le donne che si emancipano?

Le ragazze crescono più in fretta dei coetanei maschi, ma il silenzio, la paura e l’isolamento dopo una violenza hanno sempre la stessa funzione, costringere le ragazze e le donne dentro casa, impedire loro la libertà di scegliere per la propria vita in autonomia. 

Nel romanzo inserisci anche riferimenti alla legislazione e all’evoluzione della sensibilità sulla violenza di genere. Che ruolo hanno questi elementi “storici” all’interno di una narrazione emotiva e personale?

Gli elementi storici sono parte della narrazione del mio vissuto, non sono solo informazioni. Sono anche racconto di incontri avvenuti realmente.  Sul ruolo delle donne nell’evoluzione della società, una società patriarcale come quella italiana che ha permesso fino al 1981 come risarcimento, dopo il sequestro e lo stupro di una donna, il matrimonio riparatore, le ragazze e i ragazzi non sanno niente. Non si insegna a scuola. Le donne spesso non fanno parte della Storia, non vengono nominate, sono invisibili. Americhea racconta alle ragazze e ai ragazzi la forza e il coraggio di queste cittadine nella conquista della libertà e dei diritti.

Questo libro è dedicato a tutte le bambine, ragazze e donne. Se una quattordicenne chiudesse “Americhea” oggi, cosa speri porti con sé? Una consapevolezza, una domanda, o il coraggio di fare qualcosa?

Il coraggio di esprimersi, di fare delle scelte autonome, anche se difficili, di sentirsi soggetto e non oggetto, di non isolarsi e non avere paura, poi la consapevolezza arriverà. Mi auguro che Americhea possa contribuire alla costruzione di una consapevolezza personale e al contempo sociale, “politica”. Che possa essere lo stimolo verso un pensiero critico e autonomo. (S. C.)

In Americhea, le immagini non sono mai prettamente didascaliche.
Come è avvenuto il lavoro di illustrazione? Partendo dal testo finito
o con un dialogo continuo tra voi?
In questo caso non ho lavorato su un testo finito e per la prima volta non ho progettato uno storyboard. Americhea è nata da circa tre anni di dialogo e racconti con Antonella, quasi tutti telefonici, durante lunghe camminate quotidiane. Ha funzionato molto bene perché entrambe vediamo immediatamente i racconti per immagini, inoltre Antonella è regista, quindi abituata a tradurre le sensazioni in scene. Cerco in generale di allontanarmi dalle rappresentazioni didascaliche, in modo che il lettore possa metterci del suo, costruendo in un certo senso i propri collegamenti, che sono comunque suggeriti nelle immagini. (S. C.)

Il blu domina in molte tavole. Qual è la simbologia chiave dietro
questa scelta?
Da subito ho sentito l’esigenza di distanziarmi da una rappresentazione realistica (forse come succede nel cinema, attraverso l’uso del bianco e nero, in alcune particolari scene). Ho una formazione grafica, quindi anche l’estrema sintesi, insieme all’uso di pochi colori è un linguaggio che amo e mi appartiene, quando lavoro per adulti. Giallo e blu sono due meravigliosi colori complementari: uno vibra di luce e l’altro è forse il più stabile tra tutti. Rappresentano anche giorno e notte, apertura e profondità. (S. C.)

In un libro che parla anche di identità, quanto è importante che
l’illustratore riesca a lasciare traccia di sé all’interno delle immagini?

Fermo restando che la storia appartiene all’autrice, l’atto di illustrarla è solo in parte un “mettersi al servizio di”, ha invece più a che fare con la collaborazione profonda perché è un continuo scambio di input. Nei disegni c’è sempre traccia dell’illustratore/ice, non solo attraverso la scelta del soggetto, ma anche nell’intenzionalità dei tratti. È la stessa cosa che avviene all’attore, che interpreta un ruolo con la propria voce e corpo, ma lo fa attraverso una professionalità stratificata nel tempo e un vissuto personale. In questo caso, inizialmente ho provato un forte senso di pudore nell’approcciarmi al racconto di Antonella, come se sentissi di violare un territorio suo estremamente privato. Finché lei mi ha invitata a sentirmi libera di entrare. Da quel momento tutto è stato naturale e scorrevole. Le sono grata di averlo capito subito. (S. C.)

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