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Hai mai finito un libro e visto le cose in modo diverso da prima?

​Probabilmente sì ed è una risposta che la ricerca psicologica e neuroscientifica prende sul serio da vent’anni. I libri non si limitano a trasmetterci informazioni, modificano il modo in cui elaboriamo le esperienze, giudichiamo le persone, prendiamo decisioni. Non è una questione di quanti libri abbiamo letto, ma di cosa succede dentro di noi mentre li leggiamo.

Leggere non è passivo: è un allenamento del pensiero

Quando leggiamo una storia, il cervello non registra passivamente le parole: costruisce un’esperienza. Nicole Speer della Washington University ha dimostrato nel 2009 che leggere di un personaggio che compie un’azione attiva nel lettore le stesse aree cerebrali coinvolte nel gesto reale. L’implicazione più importante non è neurologica: è cognitiva. Se il cervello simula ciò che legge, allora ogni storia che abitiamo diventa una prova generale di pensiero: impariamo a ragionare su situazioni che non abbiamo mai vissuto, a valutare scelte morali complesse, a tenere in testa più punti di vista contemporaneamente.

È quello che lo psicologo Jeffrey Zacks della Washington University ha sintetizzato con una formula che dice più di molte ricerche: “Il linguaggio è una forma potente di realtà virtuale.” Non serve un visore. Basta una pagina scritta per mettere in moto processi mentali che normalmente si attivano solo nell’esperienza diretta.

I lettori di narrativa capiscono meglio le persone

Keith Oatley, psicologo dell’Università di Toronto, ha fornito una definizione precisa di cosa sia un romanzo, un simulatore di volo per le relazioni umane. Leggere storie significa esercitarsi a capire intenzioni, stati d’animo e conflitti altrui in un ambiente protetto, senza conseguenze reali.

Nel 2006, con Raymond Mar della York University hanno condotto il primo studio empirico serio sull’argomento: su 94 partecipanti, chi leggeva più narrativa otteneva punteggi significativamente più alti nei test di empatia cognitiva. Chi leggeva prevalentemente saggistica, al contrario, performava peggio. Il test è stato replicato nel 2009, su 252 persone, confermando il dato.

libri influenzano modo di pensare

La differenza tra un romanzo letterario e un bestseller

Nel 2013, David Comer Kidd ed Emanuele Castano hanno pubblicato su Science uno studio che ha fatto molto discutere: leggere narrativa letteraria migliora la capacità di inferire gli stati mentali degli altri, quella che i ricercatori chiamano Teoria della Mente. I bestseller commerciali non producono lo stesso effetto e, la differenza, secondo gli autori, sta nella complessità psicologica dei personaggi: la narrativa letteraria non spiega le emozioni, le mostra nelle loro sfumature, e questo obbliga il lettore a lavorare attivamente.

Una meta-analisi del 2018 su 14 studi sperimentali ha confermato che l’effetto complessivo della narrativa sulla cognizione sociale è piccolo ma statisticamente solido. Non abbastanza per fare miracoli, ma abbastanza per essere reale.

Quando si smette di leggere, si smette anche di pensare in profondità

Leggere poco non è solo un dato culturale, è un dato cognitivo. In Italia, secondo l’ISTAT, solo il 39% della popolazione dai 6 anni in su legge almeno un libro l’anno per piacere. Il tempo medio settimanale dedicato alla lettura è crollato del 21% in soli due anni: dalle 3 ore e 32 minuti del 2022 alle 2 ore e 47 minuti del 2024. Nel Sud Italia i lettori per svago sono appena il 28,5%.

Il problema non riguarda solo quanto tempo dedichiamo ai libri. Maryanne Wolf, neuroscienziata della UCLA e tra le maggiori esperte mondiali di lettura, avverte da anni che il modo in cui leggiamo online sta modificando la nostra capacità di leggere in profondità. Lo scanning veloce che pratichiamo sui social e sui siti web ci abitua a cercare informazioni in superficie, saltando da un punto all’altro. Quello che si perde è la capacità di seguire un ragionamento lungo, di abitare uno spazio narrativo, di costruire inferenze complesse. Sono le stesse capacità che servono a valutare un’informazione, a non farsi manipolare da un titolo, a cambiare idea davanti a un argomento migliore del proprio. Competenze che si perdono se non vengono esercitate.

Leggere protegge anche il cervello che invecchia

C’è un ultimo dato che vale la pena conoscere. Uno studio longitudinale pubblicato nel 2021, condotto su un arco di 14 anni, ha dimostrato che la lettura regolare rallenta il declino cognitivo negli anziani a prescindere dal livello di istruzione. Il Rush University Medical Center di Chicago ha calcolato che le persone abituate ad attività cognitive come la lettura hanno un rischio 2,5 volte inferiore di sviluppare l’Alzheimer. I libri costruiscono, quindi, nel cervello una riserva cognitiva, una sorta di margine di sicurezza biologico contro la neurodegenerazione.

Infine, Stanislas Dehaene, uno dei più importanti neuroscienzati europei, ha dimostrato che il cervello umano non nasce predisposto alla lettura. La capacità di leggere è il risultato di un riciclaggio di circuiti visivi primitivi, costruita con anni di pratica. Ma la vera posta in gioco non è solo saper decifrare le parole: è mantenere il tipo di pensiero che la lettura profonda rende possibile. Quello che ci permette di capire gli altri, di ragionare sulle conseguenze delle nostre azioni, di abitare per un momento una vita diversa dalla nostra e tornare con qualcosa di cambiato dentro. Ogni libro che apriamo è un’occasione per tenerlo in esercizio.

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