La Levatrice è il romanzo scritto dall’esordiente Bibbiana Cau, che descrive la storia di una donna sarda che custodisce il sapere antico e le antiche tradizioni delle donne che aiutavano le partorienti durante e dopo il travaglio: sono le cosiddette “llevadore“. Purtroppo la donna è costretta a lottare contro le istituzioni e la mentalità maschilista per affermare il valore del suo lavoro, la necessità di una retribuzione e il recupero del passato, ma in questo sarà ben presto appoggiata e sostenuta da tutta la comunità femminile sarda.
Notizie essenziali su libro e sull’autrice de La levatrice
Pubblicato dalla Casa Editrice Nord da Grafica Veneta nel maggio 2025, questo romanzo rappresenta il primo scritto da Bibbiana Cau, laureatasi in Ostetricia all’Università di Cagliari, che ha sempre fatto l’ostetrica e che poi ha affiancato al suo lavoro anche la passione per la lettura e la scrittura, laureandosi in Educazione degli adulti e Formazione continua all’Università di Roma Tre e frequentando anche la Scuola Holden a Torino.
Trama de La levatrice
Il romanzo ha inizio in medias res con la scena in cui la protagonista, Mallena, sta aiutando a partorire Lucia nel piccolo paesino rurale di Norolani, comunità rurale di fantasia ideata nel cuore della Sardegna centrale. Un parto non facile, condotto senza gli strumenti ostetrici di oggi, senza l’igiene e la possibilità di agire in un locale asettico, perché “le donne vogliono partorire in casa loro“, come vuole la tradizione. Gli unguenti, i cassetti aperti, i panni caldi sulle tegole cocenti tolte dal fuoco del camino, la scelta di spezie particolari che diffondono i loro effluvi per la casa e le preghiere in dialetto inintelligibili sono appunto tutti gesti fondamentali che appartengono a un rituale sardo arcaico irrinunciabile, propiziatorio e apotropaico per far nascere bene il neonato. In questo modo Mallena garantisce parti sereni e la buona salute per le madri e per i neonati, recandosi nelle case altrui a ogni ora del giorno e della notte, tralasciando la giudiziosa Rosa, sua figlia grande – che dimostra di voler essere come la mamma nonostante la sua assenza – e in genere dispensando poche cure ai suoi familiari per il bene della comunità. Nel settembre del 1917 però torna a casa suo marito Jubanne che era partito per la guerra e di cui si temeva la scomparsa per l’assenza di notizie. Ma la festa di benvenuto – preparata da sempre dalla sua famiglia – si trasforma in un momento di acuta tensione e angoscia quando, scendendo dalla macchina che lo riporta a casa, Jubanne mostra a tutti che è senza una gamba persa in guerra. Da quel giorno inizia il travaglio di Mallena, che dovrà prendersi cura di lui, dei dolori lancinanti che sente nell’arto scomparso e male amputato e soprattutto della depressione morale che gli riporta continuamente alla mente le fasi più atroci del combattimento, la morte dei suoi compagni, l’invalidità e la debolezza nel continuare a vivere.
Per pagare le costose medicine, Mallena sollecita non solo l’arrivo della pensione di guerra del marito, ma soprattutto il sussidio mensile per il suo lavoro che svolge da anni con tanta diligenza e che le procura la stima delle concittadine. Ma nulla arriverà mai per quella famiglia; al contrario, un decreto regio stabilirà che venga dal continente la giovane Angelica Ferrari – laureata in medicina, a differenza di lei- retribuita, ma che viene contestata e ignorata dalle paesane, che continuano a rivolgersi a Mallena. Eppure anche l’antagonista ha una storia di lotta interiore contro suo padre e la sua famiglia per potersi laureare in medicina e praticare il lavoro di ginecologa, anziché andare in sposa a un buon partito e rinunciare alla sua affermazione lavorativa. E’ per questo che, insieme con il Dottor Onnis, vuole che prevalga la cultura e la sua specializzazione sull’ignoranza di quella comunità. Pertanto, di fronte al rigetto della comunità in cui lei non è integrata, scrive alle autorità lettere di protesta e solo alla fine ottiene di poter seguire un parto. Ma la difficoltà della situazione e l’intervento poco tempestivo del medico Onnis mettono in pericolo sia la partoriente che il neonato, che morirà di lì a qualche giorno. E così le due “llevadore” si accorgono di essere entrambe vicine nelle cure per quella famiglia sfortunata. Eppure, anche se non c’è un confronto diretto, è proprio in quell’occasione che si comprende quale sia il filo rosso che le accomuna: da un lato la lotta della comunità femminile per affermarsi nel lavoro, ma anche contro l’ignoranza e riconoscere l’importanza degli studi e della laurea (Angelica), dall’altra il valore delle tradizioni del passato che mai ci abbandoneranno perché “se gli studi sono importanti, in questo mestiere l’esperienza lo è ancora di più“- come dice la protagonista- soprattutto quando tutta la comunità ritiene validi gli esempi del passato e delle tradizioni da conservare (Mallena). Di lì a poco morirà anche Jubanne per l’amputazione male effettuata che porterà alla cancrena- e Angelica otterrà dalle autorità di tornare sul Continente, lasciando a Mallena la possibilità di tornare al suo mestiere tanto apprezzato da sempre da tutti.
Critica a La levatrice
Il romanzo si configura davvero come un “romanzo corale” in cui sono le voci femminili della piccola comunità sarda a fare la storia perché – come i cori femminili presenti in alcune tragedie greche, si pensi ad esempio a quello dell’Elettra di Sofocle– rappresentano il sentimento comune di appartenenza alla comunità, il rispetto delle tradizioni, la mentalità stratificata nel tempo attraverso le credenze e i rituali tramandati oralmente, il sentirsi in quella “comfort zone” che da sempre le nonne e le antiche avi ci hanno insegnato e affidato, da far conoscere ai nostri figli e alle generazioni successive. Nasce da qui la saggezza ancestrale, quella in cui basta credere fermamente perché tutto nel paese vada bene. Così anche la lingua contiene un gran numero di espressioni e parole dialettali, in quel sardo spesso di difficile comprensione. Tuttavia l’autrice le ha rese comprensibili perché le ha inserite in un contesto già chiaramente descritto in italiano: così intuitivamente, compreso il significato della frase, si ottiene anche il senso della parola o dell’espressione sarda. Un modo diretto e originale per far entrare il lettore nel vivo non solo della comunità, ma anche della lingua e della capacità espressiva dialettale che rende in modo spesso sintetico ma chiarissimo e senza fraintendimenti il senso, il tono, lo stato d’animo e l’incisività di una parola all’interno del quadro descritto dall’autrice.
Un romanzo, quindi, per tutti e in modo particolare per la generazione degli “anta”, perché ricordino il valore e l’importanza delle tradizioni dei loro genitori e dei loro nonni e le sappiano riproporre ai posteri!