Per secoli, in letteratura, la natura è stata considerata un elemento secondario, basti pensare alla brughiera di Cime Tempestose, il mare de L’Odissea, la foresta di Cappuccetto Rosso. A un certo punto, però, è uscita dalle quinte ed è salita sul palco e boschi, oceani, montagne e ghiacciai hanno smesso di essere solo ambientazione per diventare personaggi veri, con una loro voce, un loro tempo, una loro forza narrativa.
È quello che la critica chiama oggi nature writing o, sul piano teorico, ecocriticism, una corrente che attraversa due secoli di letteratura e che, nell’epoca della crisi climatica, è più viva che mai.
I padri fondatori: Thoreau, Melville, London
Il punto d’origine è quasi sempre lo stesso: Henry David Thoreau e Walden, ovvero vita nei boschi (1854), diario di due anni trascorsi sulle rive del Walden Pond, nel Massachusetts. Thoreau usa la natura come palestra etica, terreno su cui costruire un equilibrio possibile tra cultura e wilderness. Da lì in poi prende forma quello che il critico Lawrence Buell ha chiamato, nel suo studio fondamentale The Environmental Imagination, la letteratura ambientale come genere autonomo.
Moby Dick e l’oceano indomabile
Tre anni prima di Walden, nel 1851, Herman Melville aveva pubblicato Moby Dick. Nel libro la balena bianca non è un mostro, è l’incarnazione di una natura selvaggia, intelligente, incatturabile. Il vero antagonista del capitano Achab non è il Male, è quell’oceano che si rifiuta di essere posseduto. Il mare, in Melville, è personaggio assoluto, regno dell’inafferrabile.
London e il punto di vista dell’animale
Sull’altro versante del continente, Jack London con Il richiamo della foresta (1903) e Zanna Bianca (1906) porta la wilderness del Klondike dentro la coscienza di un cane e di un lupo. Per la prima volta è l’animale a guardare l’uomo, un cambio di prospettiva che apre una strada lunga: un secolo dopo, Annie Dillard con Pellegrino al Tinker Creek trasformerà un piccolo torrente della Virginia in un cosmo. Osservare un girino, una mantide religiosa o un’inondazione diventa, nelle sue pagine, un atto quasi teologico.
La natura come assenza: McCarthy e la cli-fi
Nel XXI secolo la natura cambia volto. In La strada (2006) di Cormac McCarthy – vincitore del Premio Pulitzer 2007 – il paesaggio è morto e un padre e un figlio camminano in un’America post-apocalittica dove gli alberi cadono per sempre e la cenere copre tutto. La natura è protagonista per sottrazione, la sua assenza è il vero motore del romanzo e quella cenere grigia che non smette mai di scendere vale più di mille pagine di denuncia.
Da quel libro, e ancor più da The Overstory (2019) di Richard Powers – Premio Pulitzer 2019 e caso editoriale mondiale, uscito in Italia come Il sussurro del mondo – esplode la climate fiction, o cli-fi. In Powers gli alberi sono i veri protagonisti: nove vite umane si intrecciano alle radici di castagni, sequoie e querce, e la struttura stessa del romanzo, Radici, Tronco, Chioma, Semi, replica quella di un albero, non è una metafora, ma una scelta narrativa precisa.
L’Italia: dalle Langhe di Pavese alle vette di Cognetti
L’Italia ha la sua tradizione, altrettanto solida. Giacomo Leopardi nel Dialogo della Natura e di un Islandese le aveva già dato voce, tagliente e spietata. Un secolo dopo, Cesare Pavese ne La luna e i falò (1950) trasforma le Langhe in un personaggio mitico, non sfondo del ritorno di Anguilla, ma misura stessa di chi è e di dove viene.
Il vero patriarca del nature writing italiano resta però Mario Rigoni Stern, sopravvissuto alla ritirata di Russia che con Il bosco degli urogalli (1962) e Stagioni (2006) trasforma l’Altopiano dei Sette Comuni in territorio letterario.
E poi c’è Paolo Cognetti. Le otto montagne (Einaudi, 2016) ha vinto il Premio Strega, il Prix Médicis étranger, è stato tradotto in oltre quaranta lingue e la versione cinematografica è diventata un film premiato a Cannes nel 2022. La montagna, qui, non è sfondo, è il centro di gravità del libro, il metro con cui si misurano amicizia, tempo e scelta. «Siete voi di città che la chiamate natura», dice uno dei personaggi. «È così astratta nella vostra testa che è astratto pure il nome. Noi qui diciamo bosco, pascolo, torrente, roccia.»
Ancora, Erri De Luca con Il peso della farfalla (2009) usa le Dolomiti come specchio etico. Franco Arminio, con la sua “paesologia” (da Geografia commossa dell’Italia interna a Cedi la strada agli alberi) restituisce voce e dignità ai borghi degli Appennini e alle loro geografie dimenticate. Infine, Tiziano Fratus, cercatore di alberi e teorico della dendrosofia, ha costruito un’intera opera letteraria intorno agli alberi monumentali italiani.
In un’epoca in cui parlare di clima significa parlare di sopravvivenza, la letteratura che fa da sfondo a un personaggio non è più un genere di nicchia, è uno strumento di immaginazione e i paesaggi, quando entrano nei romanzi, smettono di essere cartolina, tornando a essere quello che sono sempre stati: il mondo che ci precede e che, probabilmente, ci sopravviverà.
Sono Valeria, SEO copywriter, social media manager e travel writer. Scrivo di viaggi, territori e libri, con un’attenzione particolare alla Campania e alle storie che abitano i luoghi. Sono la voce dietro Storie in pausa, uno spazio dedicato alla letteratura e alla divulgazione culturale, e I viaggi di Vale, il mio progetto editoriale dedicato ai viaggi.