Shepard Fairey è arrivato a Napoli, non solo con le sue opere, ma fisicamente, nei giorni dell’inaugurazione, quando ha passeggiato tra i vicoli del centro storico riconoscendo in quella sovrapposizione di bellezza e disordine qualcosa di familiare. “Una città in cui regnano diversità e caos energetico”, ha detto. “È esattamente lì che voglio che sia il mio cuore.” La mostra OBEY: Power to the Peaceful, aperta alle Gallerie d’Italia di Napoli dal 6 maggio al 6 settembre 2026, è il risultato di quel riconoscimento reciproco tra un artista e una città.
Con oltre 150 opere, è la più grande retrospettiva mai dedicata a Fairey in un museo italiano, curata da Giuseppe Pizzuto per conto di Wunderkammern, la galleria italiana che rappresenta l’artista nel nostro paese. La sede, le Gallerie d’Italia di Intesa Sanpaolo in via Toledo, non è una scelta casuale, è uno dei palazzi storici più prestigiosi del centro napoletano, costruito attorno ai resti del Banco di Napoli e ospita serigrafie, HPM, litografie e lavori su tela e legno di un artista che ha fatto del muro la sua prima cattedrale.
Chi è Shepard Fairey, l’artista dietro OBEY
Fairey nasce a Charleston, South Carolina, nel 1970. Si forma alla Rhode Island School of Design e nel 1989, ancora studente, comincia a tappezzare le città americane con uno sticker raffigurante il volto stilizzato del wrestler André the Giant accompagnato dalla parola “Obey”: obbedisci. L’imperativo è una trappola, Fairey lo usa per smascherare i meccanismi della propaganda e del consenso, non per alimentarli. Il progetto cresce e diventa OBEY Giant, un sistema visivo che attinge al Costruttivismo russo, alla pop art, alla cultura punk e skate e che nel tempo approda nelle collezioni del MoMA, Smithsonian National Portrait Gallery di Washington e del Victoria and Albert Museum di Londra.
Il suo nome al grande pubblico lo consacra il manifesto “Hope” del 2008, realizzato per la campagna presidenziale di Barack Obama. Quella foto in bianco e rosso, con il volto del candidato e la scritta “Hope” o “Progress”, diventa una delle immagini politiche più riprodotte della storia recente. Il retroscena è più complicato: l’immagine era basata su una fotografia scattata dal fotografo Mannie Garcia per l’Associated Press nel 2006, durante un panel sulla crisi in Darfur al National Press Club di Washington. La battaglia legale si chiuse nel 2011 con un accordo extragiudiziale tra Fairey e l’AP. Sul fronte penale, nel 2012 Fairey si dichiarò colpevole di aver distrutto prove durante la causa e fu condannato a due anni di libertà vigilata, 300 ore di servizio civile e 25.000 dollari di multa.

Il percorso espositivo: quattro sezioni, un unico sguardo politico
La mostra non ha un percorso obbligato, Il visitatore entra e si muove liberamente tra quattro grandi nuclei tematici che si intrecciano senza soluzione di continuità: People Power, Propaganda, Guerra e Pace, Giustizia Sociale. Non si tratta di categorie rigide, quanto di angolature diverse su un’unica ossessione, il rapporto tra immagine, potere e coscienza civile.

People Power e Giustizia Sociale
La sezione People Power raccoglie opere che mettono al centro le comunità come motore del cambiamento, con ritratti di figure simbolo dei movimenti per i diritti civili e umani. I volti di Desmond Tutu, John Lewis, Thurgood Marshall, Bob Marley e Joe Strummer si alternano a quelli di attiviste e donne non identificate, in una galleria di chi ha scelto di usare la propria vita come atto politico. La sezione Giustizia Sociale approfondisce il tema delle disuguaglianze con un linguaggio visivo più duro, dove il rosso acceso e il nero costruiscono contrasti che non lasciano margine all’ambiguità.
Propaganda e Guerra e Pace
Nella sezione Propaganda, Fairey smonta dall’interno i codici visivi del potere: manifesti che sembrano comunicazioni ufficiali ma trasmettono messaggi opposti, immagini che usano la forma della pubblicità o della propaganda politica per denunciarne i meccanismi. “Chaos Rise Above” e “MOD / Wide Awake” sono tra i lavori più potenti di questa sezione, con una complessità compositiva che richiede tempo per essere letta. Guerra e Pace è invece la sezione più emotivamente diretta: opere come “Make Art Not War” concentrano trent’anni di posizioni politiche dell’artista in un’unica frase.

I lavori inediti
Tra le 150 opere in mostra, quindici sono inediti realizzati appositamente per questa occasione. Il filo conduttore è il motivo floreale, declinato in lavori come “Lotus Hands”, “Natural Springs”, “Elysium Lotus” e “Fractured Harmony”: la delicatezza del fiore come metafora di resistenza silenziosa, coerente con il titolo della mostra. Non è retorica: in un corpus dominato dal rosso politico e dal nero dell’indignazione, queste opere introducono una frequenza diversa, più riflessiva. L’allestimento include anche strumenti e oggetti dello studio dell’artista, una scelta che riporta il processo creativo all’interno dello spazio espositivo senza trasformarlo in documentazione.
OBEY a Napoli: informazioni utili per visitare la mostra
La mostra è aperta dal martedì al venerdì dalle 10:00 alle 19:00, sabato e domenica dalle 10:00 alle 20:00; lunedì chiuso. Il biglietto intero costa 8 euro, il ridotto 4 euro; l’ingresso è gratuito per under 26, scuole e clienti del Gruppo Intesa Sanpaolo.
Le Gallerie d’Italia si trovano in via Toledo 177 e sono raggiungibili con la metropolitana Linea 1 (fermate Toledo e Municipio) o con la Funicolare Centrale (Augusteo). Il catalogo, edito da Allemandi, è disponibile in sede. Info e prenotazioni su gallerieditalia.com o al numero verde 800 167 619.
Sono Valeria, SEO copywriter, social media manager e travel writer. Scrivo di viaggi, territori e libri, con un’attenzione particolare alla Campania e alle storie che abitano i luoghi. Sono la voce dietro Storie in pausa, uno spazio dedicato alla letteratura e alla divulgazione culturale, e I viaggi di Vale, il mio progetto editoriale dedicato ai viaggi.