Vi ricordate tutta la scena indie anni 10 dei 2000? Quella pullulante di polaroid sonore, synth, Roma nord e periferia, occhiali da sole rigorosamente indossati di notte? Proprio lì, in quella nicchia fortemente contrapposta al mainstream, nella sua accezione più negativa, si colloca Filippo Uttinacci, in arte Fulminacci. Uno pseudonimo che è un’esclamazione retrò anni ’60 e che trova la sua identità musicale in una nuova scena romana, nel 2019, nel fertile terreno in cui avevano posto solide e profonde radici Tommaso Paradiso con i Thegiornalisti, Calcutta, Franco 126, Giorgio Poi e Gazzelle.
Fulminacci nasce e cresce indie quando l’indie era dato bello che morto, dato in pasto agli streaming, ai dischi d’oro, masticato e sputato dal pop radiofonico in rotazione h24. “La vita veramente” disco d’esordio è già grande successo all’uscita, al punto da ricevere una ambitissima Targa Tenco come “Miglior opera prima” e ritagliarsi una fetta raffinata di pubblico e critica, prendendo fin da subito una naturale distanza snob dal banale melodico orecchiabile. Due anni dopo, il primo festival di Sanremo con Santa Marinella e ancora due dischi pubblicati (Tante care cose e altri successi e Infinito+1) confermano un’evoluzione ricercata, direttamente proporzionale al pubblico che si ritrova nei club gremiti dei tour.
Oggi Filippo, reduce dal suo secondo festival di Sanremo, un settimo meritatissimo posto inneggiando alla sfortuna (a cui non crede) pubblica Calcinacci, il disco numero quattro che, per ogni artista è notoriamente quello in cui o la va o la spacca. Affacciandosi timidamente alla vetrina musicale per eccellenza che è il palco dell’Ariston, Fulminacci non si lascia scalfire dalla viralità della Stupida Sfortuna, dai numeri in crescita esponenziale, dal Premio della Critica Mia Martini e il Premio Assomusica per la migliore esibizione live ricevuti all’ultimo Sanremo. Fulminacci porta avanti una coerenza cantautorale inversamente proporzionale alla sua età anagrafica, ottenendo consensi da giovani e meno giovani, da pubblico generalista e da quello più critico, senza adagiarsi mai sugli allori. E lo dimostra in Palazzacci, il tour che sancisce un sacro passaggio dai club ai palazzetti.
Dopo la prima tappa sold out a Roma, Napoli accoglie Fulminacci in un tiepido sabato sera di aprile. Il Palapartenope è accalcato, l’aria è densa di ventenni e neotrentenni, confermando quanto Fulminacci faccia breccia in giovani orecchie partenopee.

La scenografia tra mirrorball e luci, crea un’atmosfera dal gusto retrò proprio come l’abbigliamento di Filippo, in completo celeste, bretelle e camicia 80s oversize. Fulminacci porta se stesso ed una setlist ricca, tra hit e nuovi pezzi tratti da Calcinacci al debutto live. Non importa quanto grande sia diventato il posto che lo ospita. Il palco è suo, lo riempie con l’inconfondibile talento cantautorale ed una validissima band di sei elementi – Claudio Bruno alla chitarra, Giuseppe Panico alla tromba, Lorenzo Lupi alla batteria, Riccardo Nebbiosi al sassofono, Riccardo Roia alle tastiere e Roberto Sanguigni al basso.
Ironico, nella sua costante serietà sorniona, Filippo alterna momenti di grande intimità ed emotività, chitarra e voce (Tutto bene e Niente di stupefacente su tutti) a momenti di sorprendente energia e qualità artistica, in una divertentissima dimensione danzereccia riscoperta. Il Palapartenope canta, balla, si diverte. E non sono solo le hit più datate come Aglio e Olio, Borghese in Borghese, Baciami Baciami a trainare. Calcinacci, che domina in modo preponderante la setlist per ovvi motivi, prende e trascina il palazzetto in un canto corale coinvolgente, sentito quasi quanto un disco già interiorizzato da tempo, nonostante l’uscita risalga ad un mese fa. È ufficiale: Fulminacci appartiene alle masse.
Viene spontaneo chiedersi se il passaggio da club a palazzetto si concretizzi, anche nel caso Fulminacci, in un downgrade evolutivo di carriera, come suggerirebbero i critici snob del genere. L’indie è risorto e morto ancora una volta? Fulminacci ci risponde negativamente, con un borghesissimo mainstream.

Laureata in marketing e masterizzata in comunicazione e altro che ha a che fare con la musica. Fiera napoletana, per metà calabrese e arbëreshë, collezionista compulsiva di vinili, cd o qualsiasi altro supporto musicale. Vanto un ampio CV di concerti e festival.