C’è qualcosa di deliberato nel presentare il proprio libro al convento di Santa Maria degli Angeli di Marano. Il chiostro francescano seicentesco è stata la cornice giusta per un romanzo che parla di sacro, di corpo femminile e di eresia, nata proprio nei vicoli della Napoli barocca. Il 24 aprile Monica Acito ha incontrato il pubblico qui e ne è uscita una conversazione che ha toccato punti nevralgici non solo di La carità carnale, il suo secondo romanzo edito da Bompiani, ma anche di Uvaspina, l’esordio del 2023 con cui si è imposta tra le voci più nitide della narrativa italiana under 35.

presentazione monica acito

Da Giulia Di Marco a Marianeve: come nasce il romanzo sulla santa viva più famosa di Napoli

Mentre era intenta a raccogliere informazioni su Santa Teresa d’Ávila, racconta Monica Acito, si è imbattuta in Giulia Di Marco, terziaria francescana nata a Sepino attorno al 1574, che nella Napoli del Seicento aveva costruito attorno a sé una rete di centinaia di seguaci, tra cui il viceré Pedro Fernández de Castro e il suo arcivescovo. Giulia predicava la dottrina della carità carnale e chi avesse raggiunto la perfezione spirituale poteva usare il proprio corpo come strumento di guarigione e di grazia divina. L’Inquisizione la processò due volte e nel 1615 abiurò solennemente a Roma, finendo rinchiusa in Castel Sant’Angelo, dove morì.

L’autrice ha confessato che all’inizio voleva scrivere soltanto di lei e solo successivamente ha deciso di creare l’alter ego della santa viva, ovvero Marianeve, una ragazza dai capelli bianchi cresciuta nelle Gole del Calore, figlia di un droghiere del Cilento, che da bambina scopre nello sgabuzzino della pizzicheria paterna di poter guarire le altre attraverso il proprio corpo. Le due donne, separate da quattro secoli, si riconoscono a distanza in quello che Acito ha definito una memoria prelinguistica, qualcosa che precede le parole.

La scrittrice ha detto una cosa che vale la pena fissare: l’interesse non è mai stato per la santità come condizione astratta o mistica. È sempre stato per quello che veniva prima. “Da sempre mi ha interessata la vita delle sante,” ha detto, “ma prima di essere sante erano donne.” Quella frattura, il momento in cui una donna diventa figura sacra agli occhi degli altri, è il nucleo attorno a cui il romanzo costruisce tutto il resto.

Gli odori, il cibo, il padre

Nel corso dell’incontro, Monica Acito ha parlato a lungo del ruolo degli odori nella sua scrittura, non come dettaglio atmosferico, ma come strumento narrativo preciso: un odore rende l’impatto di mille parole, ha detto, e questa convinzione attraversa entrambi i romanzi. In La carità carnale il Cilento interno ha un suo odore specifico, la pizzicheria del padre ha il suo, e quell’odore è inseparabile dal significato emotivo di ogni scena. 

Un padre che ama troppo

La conversazione si è poi spostata su uno dei nodi più personali del romanzo, la figura paterna. In Uvaspina la madre era la presenza ingombrante, il centro di gravità disfunzionale della narrazione. In La carità carnale, invece, l’autrice ha spostato il fuoco sul padre, Sarchiapone, che ama sua figlia Marianeve in modo totale, quasi smisurato ed è lui che porta il cibo al centro della storia. Nella scrittura di Monica Acito il cibo non è mai soltanto cibo, è la forma che assume l’amore paterno quando non sa trovare altre parole. 

Su questo punto l’autrice ha detto qualcosa di preciso, ovvero, che il padre non merita l’atteggiamento della figlia. Marianeve lo allontana, lo respinge, non riesce a ricambiare quell’amore con la stessa semplicità. È una dinamica che Monica Acito ha trattato senza giudicare nessuno dei due, lasciando che il lettore stia scomodo nel mezzo.

Quasi per contrasto, la figura materna nel romanzo è solo accennata, una presenza laterale imprigionata in un passato che non riesce a lasciare andare. 

monica acito

Il filo che unisce i due romanzi

La conversazione ha toccato anche Uvaspina, che a tre anni dall’uscita continua a essere amato dai lettori. Il collegamento tra i due libri non è tematico in senso stretto, ma di metodo. In entrambi i casi Monica Acito parte da un corpo che non entra nelle categorie: il corpo queer di Carmine Uvaspina, il corpo guaritore di Marianeve, il corpo eretico di Giulia Di Marco. In tutti e tre i casi la società reagisce con vergogna, con scandalo, con processi e in tutti e tre i casi la scrittura si mette dalla parte del corpo, non dell’istituzione che lo giudica.

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